Netanyahu-Trump: per ora l'Imperatore resiste e negozia con l'Iran
di Davide Malacaria
Netanyahu, per una volta, va a vuoto. Si era precipitato a Washington, anticipando la visita fissata per fine febbraio, nella speranza di interrompere i negoziati con l’Iran o, in alternativa, di convincere l’amministrazione Trump a mettere sul tavolo, oltre al nucleare, anche la rescissione dei rapporti tra Teheran e i suoi alleati regionali, ma soprattutto il programma missilistico iraniano.
Una richiesta, quest’ultima, che avrebbe fatto collassare le trattative, dal momento che Teheran non può negoziare sui missili perché, priva della deterrenza, sarebbe facile preda di Israele, che da decenni persegue l’annientamento dell’antagonista regionale.
L’incontro avrebbe dovuto durare due ore, ma si è prolungato fino a tre, particolare che dimostra una divergenza accesa, peraltro rivelata dallo stesso presidente americano, il quale ha rivelato di “aver insistito affinché i negoziati con l’Iran proseguano”, particolare che evidenzia l’insistenza opposta dei fautori della guerra.
Insomma, non è andata come sperava Netanyahu, nonostante abbia tentato di tutto per piegare Trump, forte anche della presenza al vertice delle sua squadra e di alcuni esponenti dell’amministrazione Usa che gli obbediscono usque ad effusionem sanguinis – in tutti i sensi – in particolare il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio e il genero del presidente Jared Kushner (quest’ultimo fin dalla fanciullezza, da quando venne spedito a dormire in cantina perché cedesse il suo letto a Netanyahu, venuto a trovare negli States il suo amico Charles, il padre di Jared, vedi Jerusalem Post).
L’esito dell’incontro è ben descritto nel post che Trump ha pubblicato su Truth social nel quale, nel ribadire che sta cercando un accordo con Teheran, non ha fatto menzione né dei missili né delle alleanze regionali dell’Iran, quindi il negoziato dovrebbe riguardare solo il nucleare, come da intese con la controparte.
Si può notare che nel suo post, Trump, riferendosi ai rapporti con l’alleato israeliano, li descriva come eccellenti, ma usa l’aggettivo “tremendous” che, se è vero che è usato nell’accezione positiva, ha anche il significato negativo che il termine tremendo ha in italiano.
Un aggettivo che ha usato anche per descrivere gli asseriti progressi del processo di pace a Gaza con cui conclude il post, anche qui in senso positivo, ma con l’ambiguità di cui sopra (inutile specificare quanto sia disgustoso parlare di pace per descrivere la tragedia dei palestinesi).
Possibile che Trump abbia volutamente usato quegli aggettivi per far trapelare sia la tremenda pressione che deve subire da parte Israele e dei suoi affiliati americani sia il tremendo dramma di Gaza; non sarebbe la prima volta che nei suoi post Trump, o chi per lui, usa l’implicito per dire cose. Ma, ovviamente, la nostra potrebbe essere solo una suggestione, nulla più.
A margine, si può notare che la visita di Netanyahu per urgere gli Usa a incenerire l’Iran ha avuto luogo l’11 febbraio, giorno nel quale Teheran ha festeggiato, con milioni di persone in piazza, il 47° anniversario della rivoluzione islamica. Coincidenza non casuale, ma simbolica.
D’altronde, Netanyahu, e più ancora i suoi alleati messianici, sono votati al simbolismo, che ha nell’esoterismo la sua cifra interpretativa, come dimostra la folle efferatezza di Gaza: non solo uno sterminio di massa, ma un genocidio, un sacrificio umano massivo necessitato dalla realizzazione della Grande Israele.
Insomma, nonostante tutto, ieri è andata bene (per l’Iran, non per i palestinesi, dal momento che Netanyahu è entrato ufficialmente nel cosiddetto Board of peace di Gaza… una volpe a guardia del pollaio). Tutto poteva precipitare e così non è stato. Ma il futuro resta imprevedibile, tante, troppe le variabili in gioco e troppo alta la posta.
Tra l’altro c’è da considerare che, mentre in passato la spinta a incenerire l’Iran era un’ossessione precipua di Netanyahu e pochi altri, frenata peraltro dagli alti funzionari dell’intelligence e dell’esercito, oggi è un’idea dominante in Israele. Ne accenna Gideon Levy su Haaretz in un articolo nel quale difende le ragioni di un’intesa Usa-Iran: “Chiedete a un qualsiasi israeliano cosa desidera e vi risponderà che gli Stati Uniti dovrebbero attaccare, pur sapendo che Israele potrebbe unirsi ad essi. Cosa sarebbe considerato un successo per Benjamin Netanyahu nel suo incontro con Donald Trump? Riuscire a convincere gli Stati Uniti a iniziare la guerra. Cosa sarebbe considerato un fallimento? Che Trump riesca a raggiungere un accordo, anche se le condizioni fossero buone” per Usa e Israele.
Non sappiamo se tale unanimità sia condivisa dalla comunità ebraica internazionale, ma di certo l’idea ha preso piede anche in essa. Da cui un incremento di pressioni sull’Imperatore. Al contrario, secondo un recente sondaggio, la stragrande maggioranza degli americani si oppone a tale disastrosa avventura, ma contano nulla.









































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