La censura è sempre la stessa, anche quando cambia segno
di Il Chimico Scettico
Posso dire di essere un veterano della censura. Ai tempi dell'Italian Crackdown (1994) ero lì, aspettando una perquisizione di gente in divisa, che non si verificò. In compenso fu perquisita Peacelink e il loro hardware fu sequestrato. Le accuse erano inerenti la diffusione software piratato e gli esecutori inclusero nella fattispecie i pacchetti freeware per la rete Fidonet, per i gateway usenet etc etc - la cosa non reggeva? Irrilevante. Chi volesse approfondire il tema può recuperare e leggere il libro, che si trova su Archive.org . Se preferite un riassunto potete leggere qui. Quel che posso dire al riguardo è che in effetti le forze dell'ordine individuarono un nodo della rete che aveva software piratato. Al che la magistratura prese come elenco dei possibili complici del reato gli indirizzi di tutti i nodi della rete italiana. Ai tempi era come dire: ho perquisito una casa a Genova, ho trovato 10 chili di cocaina, l'arrestato usava il telefono, considero tutti i presenti nell'elenco telefonico di Genova come possibili complici. In realtà era semplicemente uno di quei giri di vite che già si erano visti negli USA .
E infatti la faccenda del crackdown italiano ebbe una grande risonanza proprio oltreoceano. L'Elecronic Frontier Foundation prese posizione, se ne parlò su Wired, che al tempo era molto diversa e non aveva un'edizione italiana.
Ai tempi la sensazione fu che "la frontiera elettronica" che, più o meno autoregolandosi era rimasta per qualche anno non presidiata dall'autorità, avesse riscosso l'attenzione degli sceriffi di turno, che arrivavano a dire cosa era concesso e cosa non lo era. E per esempio mail e forum criptati potevano non esserlo.
Occorre che negli anni '90 l'idea che la "frontiera elettronica" fosse un territorio fondamentalmente libero persisteva, nonostante tutte le campagne per il diritto di autore e contro il file sharing, con i loro pesanti effetti collaterali. Così con l'arrivo del web 2.0 a partire da Myspace l'impressione di libera diffusione dell'informazione rimaneva. Anzi, veniva ribadita da eventi come le proteste contro l'elezione di Mahmoud Ahmadinejad in Iran nel 2009, dove il coordinamento dei manifestanti via Twitter divenne una notizia di rilevanza globale.
Invece nel secondo decennio del nuovo millennio ho sperimentato una nuova stagione della censura. Questo blog nacque nella primavera del 2018 da una pagina Facebook iniziata a maggio del 2017. Nel novembre 2019 superò le 100.000 visualizazioni complessive e subì un'azione censoria di un certo rilievo. Tutti i post facebook contenenti un link al blog, inclusi quelli della pagina, vennero cancellati dalla sera alla mattina. Nessuna comunicazione da Facebook, nessuna risposta alla richiesta di chiarimenti su quanto successo. Nei successivi 5 mesi non fu possibile postare su facebook un link al blog, neanche usando tinyurl (l'azione fu di fatto rivendicata da "gli amici che gestivano i social" a Roberto Burioni, con un post che taggava un responsabile di Facebook Italia). Ma, come si dice, la vita continuava e nel 2020, a causa del COVID, questo blog fece 300.000 visualizzazioni in un anno, e 200.000 all'anno nel 21 e nel 22. Però sul fronte facebook le cose andavano diversamente: se nel 2020 solo 3.000 dei 15.000 follower della pagina vedevano i post, nel 2022 la cifra era decimata. I dati di distribuzione dicevano che i contenuti arrivavano fino a 100-200 persone, alle volte a 1000 ma non di più. Fu uno dei motivi che mi spinsero ad abbandonare i social media, continuare a produrre contenuti su una piattaforma che non li distribuiva non aveva senso. Quindi sì, Mario Sommella ha ragione a parlare di censura invisibile.
Però io condivido completamente il punto di vista di Mathieu Amiech: proprietà pubblica o no è lo stesso medium il problema. I social network vengono ritenuti l'agorà globale solo perché gli utenti li ritengono tali, quando in realtà le dinamiche dei social media sono completamente scorrelate da quel che accade nel mondo reale (per fortuna). Resta il fatto che, al momento, in maniera non direttamente quantificabile, i social media continuano ad influenzare il dibattito e la pubblica percezione.
Quindi non è che non abbia osservato quel che succedeva. E non è così sorprendente che l'orientamento di algoritmi e factchecking sia mutato per venire incontro al nuovo referente politico di (quasi) tutti i padroni di (quasi) tutte le piattaforme. E di recente abbiamo visto casi significativi.
Una semplice osservazione: Facebook ha sempre gli stessi fornitori per il factchecking, anche se la lista è molto probabilmente diventata più corta. E in Italia Open continua a essere un fornitore di servizi per Meta (assieme a Facta).
Su Open David Puente ha fatto il factchecking a Barbero riguardo l'endorsement dello storico per il no al referendum sulla giustizia. Curiosamente Facta ha preso le distanze, e e sia Facta che Pagella Politica hanno fatto sapere che su Facebook il video è stato etichettato come falso (e quindi ha perso visibilità) proprio a causa dell'articolo di Puente su Open, descrivendo il processo di factchecking - e spiegando la sua natura fondamentalmente arbitraria: il factchecker non è obbligato a segnalare il video come falso o privo di contesto etc, può farlo oppure no.
A che mulino tira l'acqua la posizione di Open, tra l'altro ribadita, parlando di incompetenza in materia dello storico? A quello del governo Meloni, che risulta nella lista degli amici del POTUS. E poco importa che qualcuno che difficilmente può essere tacciato di incompetenza, Nicola Gratteri, si sia schierato anch'esso per il no: è competente, ma non ha la viralità di Barbero. Comunque la maggioranza di governo ha provato a manipolare un suo contenuto trasformandolo in un appoggio al sì, e Gratteri li ha querelati.
Quindi la censura è sempre la stessa e usa sempre gli stessi metodi per favorire chi comanda, chiunque sia e di qualunque colore politico sia. I clown vanno in scena senza trucco, il potere gioca a carte scoperte.










































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