Board of Peace. La proposta indecente
di Paola Caridi
“Impunità travestita da diplomazia”. È quello che si ascolta a Gaza, grazie ai giornalisti palestinesi che continuano a testimoniare ciò che succede nella Striscia. È in questo caso Tareq Abu Azzum, uno dei corrispondenti di Al Jazeera English, a sintetizzare in questo modo la frustrazione che corre nella popolazione, soprattutto dopo che Benjamin Netanyahu è stato invitato a far parte del Consiglio della Pace istituito da Donald Trump. Ma come, l’autore del genocidio palestinese invitato a portare la “pace”? Non ha un mandato di cattura internazionale sulla sua testa, Netanyahu, emesso dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità?
Impunità travestita da diplomazia. Questo dicono le vittime a Gaza. Le vittime del genocidio che Israele continua a compiere. E le vittime non sono invitate al tavolo, al banchetto immobiliare (la ricostruzione), ma soprattutto non sono invitate a prendere la parola e decidere. Messa così, sembra ancora una volta la difesa dei buoni sentimenti e del migliore dei mondi possibili. Se anche fosse, non ci sarebbe niente di male, anzi, riuscirebbe “almeno” a tirarci fuori dalle nostre macerie morali.
Diamo per ‘scontata’, aborrita e non giustificata, l’impunità. Parliamo di diplomazia, che nella vulgata del potere si vorrebbe appaiata a un compromesso al più infimo livello. Quale diplomazia, o meglio, quale politica internazionale c’è dentro il Consiglio della Pace? Nessuna diplomazia.
Tanto meno una politica internazionale intesa, appunto, come una politica che si esercita nella comunità globale riunita in un sistema di pesi e contrappesi, regole, architettura istituzionale. Le Nazioni Unite, per esempio. Il Consiglio della Pace è né più né meno l’imposizione di un disegno (quale?) immaginato da un novello autoproclamato imperatore (Trump) e dalla sua corte di esecutori (fuori e dentro gli Stati Uniti) che vuole un direttorio, un board, un consiglio fedele ai suoi desiderata.
All’inizio mi era venuta in mente una cosa come il Congresso di Vienna, ammantato della finta modernità che la tecnologia fornisce a oltre due secoli di distanza. Poi mi è venuto in mente che, in effetti, il Consiglio della Pace sia molto più simile alla Spectre immaginata da Ian Fleming, il papà di 007, che qualche conoscenza del ‘dietro le quinte’ di una certa politica internazionale dirigista ce l’aveva.
Ironia malinconica a parte, la questione non è tanto che venga in mente a Trump un consiglio della pace a mo’ di novella Spectre. Il problema è che non ci sia un coro di no, indignato e forte, alla brillante e indecente proposta trumpiana, trasformata in inviti mandati ai più diversi interlocutori. I più grandi paesi (Cina, India, Brasile), le dittature (Bielorussia, Russia, Egitto e via elencando), le vecchie democrazie in crisi (comprese quelle europee).
Cosa e chi rappresenta il Consiglio della Pace? E per quale visione e obiettivo?
Chi rappresenta? Il Board of Peace rappresenta solo sé stesso e coloro che lo compongono. Cosa rappresenta? Il tentativo di imporre un modus operandi in cui solo chi ritiene di avere la forza bruta, economica o militare, può esercitarla e decidere volta per volta come rispondere alle crisi in giro per il pianeta. È un tentativo che ci ha portato dentro la dimensione della guerra. Ci siamo già. Non è solo un rischio.
L’obiettivo? È solo uno, in questo caso: archiviare al più presto il genocidio palestinese che Israele continua a compiere. Ed è questo il motivo per il quale serve la presenza di Netanyahu. Archiviare, nascondere sotto il tappeto, cancellare con una bella ricostruzione e andare oltre. E sperare, come sembra sperare anche Trump, che i ministri di Netanyahu – Smotrich in testa e Ben Gvir appresso – tacciano almeno per un po’. Almeno il tempo necessario per togliere un po’ delle decine di milioni di tonnellate di macerie accumulate dalla distruzione a tappeto della Striscia di Gaza. Tanto per tacitare le anime belle in giro per il mondo, lasciare agli israeliani il tempo per occupare definitivamente Gaza e spostare più in là la vera domanda. Perché la domanda è solo una: che fine far fare ai palestinesi della Striscia di Gaza, non solo ai morti sotto le decine di milioni di tonnellate di macerie. Che fine far fare ai vivi, almeno per il momento vivi, sopravvissuti al genocidio.
Se c’è l’obiettivo, non c’è però la visione. Una, univoca. Di visioni ce ne sono alcune, e confliggono tra di loro. La visione di Netanyahu e della sua accolita di criminali è chiara: chiudere con i palestinesi, espellerne il più possibile, costringere in una condizione subalterna e subumana tutti gli altri. A Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme est. E pure, se possibile, nei tre paesi (Giordania, Libano, Siria) in cui la popolazione rifugiata palestinese vive già molto peggio di prima perché l’agenzia Onu che se ne occupa, l’Unrwa, sta già tagliando posti di lavoro e servizi a causa della riduzione fortissima dei fondi da parte dei paesi donatori.
La visione dei palestinesi? Dipende da quale parte dei palestinesi parliamo. Il comitato tecnico ha idee balzane, per esempio. Ali Shaath, che presiede il comitato e che ha una lunga storia dentro l’Anp di Mahmoud Abbas, pensa per esempio che basti spostare le decine di milioni di tonnellate di macerie (cadaveri compresi) nel mare antistante Gaza. E costruirci sopra la nuova Gaza, come la leggenda metropolitana della Dubai sul Mediterraneo, visto che gli israeliani si sono già rubati il 70% della Striscia con l’autoproclamata Linea Gialla (un colore migliore lo potevano trovare, però….).
E la visione di Trump e dei suoi esecutori? Non è chiara, anzi, come sempre è ondivaga. Forse non vale neanche la pena di spendere energie a studiarla a fondo, visto che l’imperatore-presidente cambia idea a seconda della reazione, del consenso, di quella che percepisce essere la tattica migliore sul momento.
Conviene, allora, concentrarsi sulla risposta. Sulla risposta dei singoli stati all’invito di Trump, che magari – vedrete! – farà poi uno sconto sul miliardo di dollari di abbonamento permanente per entrare nel Board of Peace. E sulla risposta della comunità internazionale.
La risposta dell’Onu, anzitutto. Fragile, incredibilmente fragile, addirittura contro le sue stesse regole. Solo in questo modo si può definire la risposta dell’organizzazione che rappresenta il mondo post-seconda guerra mondiale: manda una sua rappresentante, Sigrid Kaag, al Board of Peace, nel ruolo di coordinatrice del processo di pace in Medio Oriente: nome pomposo e nullo potere come non lo hanno avuto i suoi predecessori, in sostanza una sorta di formale bollino blu sulla liceità del Consiglio della Pace. Perché? Perché non può far altro. Svuotata di soldi, costretta a tagli feroci alle sue agenzie, addirittura a rischio e in ostaggio (il Palazzo di Vetro è a New York), l’Onu sembra ratificare il consiglio della pace, ma senza averne titolo. Il Board of Peace non è un organismo dell’Onu….
E gli altri? E l’Italia, per esempio? È come se alcuni paesi vivessero in una realtà parallela. Come se volessero archiviare le regole per andare oltre, ma senza sapere qual è la prossima realtà, quella senza regole. Ed è soprattutto la destra a non sapere dove sta andando. Perché è proprio il sovranismo del ventunesimo secolo a dare l’ultima picconata allo stato-nazione, e senza neanche rendersene conto.
Non è singolare, infatti, e perfino ridicolo che sia proprio Donald Trump, il campione di questa strana estrema destra sovranista del Terzo Millennio, a decretare la fine del sistema vestfaliano? A mettere la parola fine, cioè, a quel sistema basato sulla Stato-nazione che dura da quasi quattro secoli? Può apparire paradossale, certo: chi piccona un sistema globale basato sulle regole per favorire i propri interessi nazionali (sovrani e sovranisti) è proprio Trump. E lo fa assieme a sostenitori e alleati fedeli, come ad esempio l’israeliano Bibi Netanyahu, oppure a dittatori che sanno come trattare con l’attuale presidente statunitense. Leggi: il russo Vladimir Putin.
E allora, se Trump e i suoi accoliti sono sovranisti, se sono sostenitori dello Stato-nazione, e ancor di più della nazione tout court, loro nel sistema di Vestfalia ci starebbero da dio. Sì, ma fino a un certo punto.
Ci starebbero bene, ci stanno bene perché la pace di Vestfalia (1648, un insieme di trattati che mise fine alle guerre pluridecennali che scuotevano l’Europa) significa oggi, o meglio, ieri, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Una comunità internazionale formata da Stati-nazione, uno stato un voto, che si mettono assieme come in un’assemblea di condominio. Anzi, un’assemblea di condominio con un direttorio che conta più degli altri perché si arroga il diritto il veto. Un’organizzazione con poca o quasi nulla cessione di sovranità, a parte una cosa fondamentale, l’architettura giuridica delle convenzioni che pone limiti e porrebbe regole. Non si fa un genocidio, per esempio.
Ora, persino l’Onu sta stretta ai sovranisti. Il problema è che distruggere l’Onu significa, nei fatti, distruggere anche il sistema vestfaliano. Il sistema degli stati-nazione. Dopo il quale, al posto del quale non sappiamo cosa ci sarà. E non lo sanno neanche i sovranisti. La Spectre, forse. O forse neanche quella. Benvenuti nel nuovo mondo. Gaza è, ancora una volta, il laboratorio e la prova generale.









































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