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Un bandito si aggira per il mondo

di Dante Barontini

Scordatevi il mondo in cui avete vissuto. Tutte le “linee rosse” che apparivano insuperabili sono state cancellate in pochissimo tempo. Non da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, ma certo a velocità tripla rispetto a prima del suo arrivo.

Il genocidio dei palestinesi durava da più di un anno, ma è apparso davvero intollerabile solo quando il tycoon ha cominciato a sventolare i suoi progetti di “riviera” sulle fosse comuni e quando qualche decina di pacifisti su vecchie barche destinate comunque alla demolizione sono stati indicati da Israele e dai sionisti di complemento come “la flottiglia di Hamas”.

Caduto infine il velo di propaganda “buonista” disteso da sempre sulle politiche imperiali di rapina, la Casa Bianca è apparsa per quel che è: il covo di una gang – con sala da ballo annessa – che prova restare in sella minacciando tutto il mondo e la propria stessa popolazione.

Lasciamo per una volta da parte le doverose analisi sulla crisi strutturale che attanaglia da decenni il modo di produzione capitalista e in particolare l’imperialismo euro-atlantico. Basta infatti mettere in fila le “novità” dell’ultima settimana: l’attacco al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro, gli assalti corsari alle petroliere anche russe, le pretese sulla Groenlandia, il ritiro da ben 66 accordi e organismi internazionali, gli omicidi dell’Ice negli stessi Stati Uniti e la loro difesa totale da parte dell’amministrazione…

L’intero “ordine internazionale” costruito proprio dagli Stati Uniti è semplicemente finito. Così come l’assetto costituzionale interno all’Amerika.

Provare a disegnare il nuovo scenario è paradossalmente semplice e complicatissimo. E’ infatti come scrivere un’equazione ben nota di cui si ignorano però molti valori materiali espressi con un simbolo. E’ l’equazione dei rapporti di forza economici, politici e militari. Per i “valori etici” e i “diritti umani” la svalutazione sfiora lo zero assoluto…

E’ noto che gli Stati Uniti soffrono di un debito pubblico fuori controllo, un debito privato insostenibile, una bolla finanziaria speculativa prossima all’esplosione, una struttura industriale semi-scomparsa. E così via. Un disastro che li ha costretti a ritirarsi da molti scenari, come si è visto in Afghanistan e si sta vedendo anche in Ucraina.

L’idea di recuperare “ricchezza reale” con i vecchi metodi dell’”accumulazione originaria” coloniale ha conquistato così la testa della nuova amministrazione. Ma quei metodi non sono mascherabili con i “diritti umani”, la “democrazia”… Specie se quell’amministrazione li va cancellando anche al suo interno.

Un bandito si aggira per il mondo. Ma non ambisce più a “governarlo”, solo a sfruttarlo brutalmente. La sua stessa potenza militare non è più tale da consentire una postura “egemonica”. Gli permette certamente di colpire con molta durezza gli avversari di turno, specie se molto più deboli. Ma non mira a produrre “un nuovo ordine” di lungo periodo. Solo vantaggi economici immediatamente realizzabili.

Se il petrolio è l’unica ragione per attaccare il Venezuela non c’è bisogno di “invaderlo”, pagando costi alti anche in termini umani (cosa che pesa sempre molto, specie nella base “Maga”). E’ sufficiente rapire il presidente e cercare di costringere lo stesso governo ad accettare uno “scambio commerciale” condotto con una pistola puntata alla tempia.

Così come basta piratare qualche petroliera per convincere altri “clienti” (russi, cinesi, ecc) a sospendere per il momento il rifornimento a quei giacimenti, garantendo così una qualche “esclusiva” di sfruttamento.

Una strategia “economica” – si punta a spendere il minimo – per ottenere il massimo. Un po’ come Trump faceva, seguendo il suo maestro criminale Roy Cohn, agli albori della sua carriera immobiliare: comprando o ricattando i giudici, le controparti, gli inquirenti. Ovviamente senza altra “legge” che il proprio interesse.

Come si contrasta questa politica da banditi?

A leggere i media e i social, il fatto che non ci sia finora stata una reazione militare adeguata – da parte russa, venezuelana, ecc – viene in genere interpretato come una prova del fatto che “menare” conviene, confermando il mito dell’imbattibilità americana.

Chi scrive queste sciocchezze, senza essere al soldo di qualche padrone, non riesce a ragionare come chi ha una responsabilità alta, tipo quella di uno Stato con decine o centinaia di milioni di persone. E’ chiaro infatti che ogni reazione militare implica un’escalation che, secondo i termini dell’equazione indicata all’inizio, può portare solo alla distruzione del proprio paese (anche quando si riesce ad impedire che il nemico ne prenda possesso, per i paesi non nucleari) oppure direttamente alla guerra totale. Senza vincitori possibili.

Vista da qui, la scelta del governo bolivariano sembra per ora quella di “assecondare il matto”, agendo su due piani: la “pulizia” interna (il rapimento del presidente ha rivelato “buchi” molto consistenti) e la disponibilità a trattare la “vendita” di petrolio a condizioni sicuramente non “di mercato”.

Non è molto diverso rispetto alla linea di Maduro, che nell’ultima intervista data appena due giorni prima del proprio rapimento a Ignacio Ramonet diceva: “Se vogliono petrolio dal Venezuela, il Paese è pronto per investimenti statunitensi (come con Chevron) quando vogliono, dove vogliono e come vogliono.

Trump asserisce che il ricavato andrà usato per acquistare solo “prodotti statunitensi”, il che trasforma una compravendita in un arcaico “baratto”. Ma soprattutto: quali merci statunitensi potranno mai essere vendute ad un paese e a una popolazione come quella venezuelana? Le armi certamente no, prodotti industriali quasi neanche, un po’ di prodotti agricoli, forse (Caracas aveva appena raggiunto l’autosufficienza alimentare), smartphone no (quelli cinesi sono più economici)… Il prezzo, insomma, non sarà alto.

Stessa cosa per la Russia, con ben altro peso, che ha diverse frecce al suo arco per “restituire” la scortesia, già nelle trattative per la pace in Ucraina e in altri scenari.

Per non dire della Cina, da sempre fedele all’insegnamento di Sun Tsu secondo cui la vittoria più bella, in una guerra, è quella conseguita senza combattere. Dall’alto della sua vitalità produttiva, della disponibilità di capitali, del grande avanzamento tecnologico, del possesso di “materie prime critiche” ha innumerevoli modi di pesare sull’equazione complessiva dei rapporti di forza.

Ma a noi sembra chiaro che la partita dipende da quanto avverrà all’interno dell’area euro-atlantica, ormai abbastanza nettamente separata tra i due lati dell’Oceano. Non solo e non tanto perché la vicenda della Groenlandia dimostra che per gli Usa non ci sono più “alleati”, ma solo potenziali clienti disposti a sottomettersi. Le classi dirigenti europee sono pronte a mandar giù di tutto…

La partita si gioca dentro gli Stati Uniti, dove tensioni promettenti vanno crescendo di dimensione e intensità, e dentro i paesi del Vecchio Continente. E’ una partita con chiari connotati “di classe” su un arco praticamente infinito di questioni che va da dai salari al rifiuto della guerra, dalle libertà democratiche a un modello di sviluppo centrato sul soddisfacimento dei bisogni.

Non siamo chiamati a “fare il tifo” per le squadre già in campo. Siamo obbligati a “giocare”, o tacere.

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Comments

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Michele Castaldo
Thursday, 15 January 2026 19:48
Carissimo compagno Dante Barontini,
d'accordo: "non siamo chiamati a fare il tifo", anche perché come nel calcio i grandi campioni guadagnano fior di quattrini mentre i poveri tifosi ci rimettono soldi e tensione nervosa.
Quando tu scrivi: "siamo obbligati a giocare o tacere" il "siamo" chi sono o sarebbero?
La domanda non è priva di senso, perché è vero che c'è chi tifa apertamente per la Cina definendola socialista mentre è rimasta in un rumorosissimo silenzio di fronte al Genocidio del popolo palestinese, una vergogna storica senza precedenti.
Come è vero che i paesi arabo-islamici sono imbrigliati negli interessi delle leggi dello scambio e del mercato, mentre si vomita continuamente fango sulla Russia dello "zar" Puti (infami, dopo essere stati liberati dai russi bolscevichi dalla criminalità fascista, vero Ezio Mauro)?
E allora quel "Siamo" lo vogliamo consapevolmente delineare?
Qualcosa lo si è incominciato a vedere nei due anni appena trascorsi intorno alla questione palestinese. Dunque non una classe che prende coscienza da parte dei rivoluzionari (magari leninis) del comunismo, o Stati "rivoluzionari di riferimenti", ma mobilitazioni dettate DALL'AGENDA DELLA CRISI DEL CAPITALE. O NO?!!!!
Condanniamo sempre e comunque ogni azione criminale dell'imperialismo occidentale in qualsiasi parte del mondo, ma non abbiamo un esempio come modello. È chiaro quello che intendo dire?
Michele Castaldo
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