La strategia della rapina
di Dante Barontini
L’appetito vien mangiando. Se qualcuno aveva frainteso la nuova “Strategia di sicurezza” statunitense interpretandola come un “delirio” ora dovrà convincersi che si tratta effettivamente di una svolta strategica, per quanto “piena di furore e nulla”.
Il presidente Nicolàs Maduro non era ancora arrivato a New york dopo il rapimento che già l’amministrazione Trump preannunciava altri attacchi o “interessamenti” contro Messico, Colombia, Iran e naturalmente Cuba e persino la Groenlandia.
Proprio quest’ultimo territorio, di proprietà della fedelissima Danimarca e quindi di fatto exclave dell’Unione Europea, mai attraversato da impulsi “antimperialisti” e tanto meno dal “narcotraffico” (meno di 60.000 abitanti sparsi in un continente ghiacciato che ospita peraltro diverse basi yankee) chiarisce che la nuova strategia Usa è totalmente incentrata sull’accaparramento di risorse naturali. Con qualsiasi mezzo.
Fa parziale eccezione Cuba, povera di risorse ma da sempre spina nel fianco imperiale, da 65 anni resistente ad ogni pressione, embargo, attacchi militari e/o diplomatici.
Economia e odio politico si intrecciano e sovrappongono, come sempre, ma la scelta di non mascherare più con “sacri principi” la corsa all’accaparramento bruto di ricchezze destabilizza la “narrativa” euro-atlantica che fin qui aveva provato a presentare come “giuste”, anche sul piano del diritto o quantomeno dei “valori” (già più vaghi e quasi sempre indefiniti) certe pretese imperiali.
Proviamo dunque a tener distinti interessi materiali, problemi politici interni agli Usa, quadro internazionale e chiacchiere di circostanza per individuare elementi determinanti per stabilire poi come lottare nelle nuove condizioni.
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Sulle intenzioni imperiali, stavolta, non c’è da lambiccarsi il cervello e cercare di indovinare “cosa c’è dietro”. Tutto è detto in chiaro: “vogliamo il petrolio venezuelano”, “le nostre compagnie del settore tornino a investire laggiù” (Chevron aveva trovato un accordo già da anni), ecc. Come per la Groenlandia: “ci serve”. Punto.
Sulle ragioni economiche delle infinite rapine che questo atteggiamento annuncia si sono espressi in molti: enorme debito pubblico, insostenibile debito privato, bolla finanziaria speculativa ormai prossima all’esplosione, desertificazione produttiva e re-industrializzazione dai tempi lunghi nonché dagli esisti molto incerti, dollaro un ‘po’ meno centrale nel sistema monetario internazionale (mentre cresce il ruolo dello yuan e si intravede la svolta delle monete digitali).
Una crisi specifica, insomma, del capitalismo statunitense – l’imperialismo che conosciamo dal secondo dopoguerra – che mostra in forma aggravata la più generale crisi del capitale come modo di produzione.
Che la risposta imperiale avvenga in forme così “primitive”, con le modalità dell’”accumulazione originaria” propria degli albori della modernità a trazione occidentale, dice molto sull’assenza di vie “progressive” per uscir fuori dalla crisi.
Chiaramente questa “debolezza strategica” dispone tuttora di una forza militare e tecnologica straripante rispetto a tutti gli avversari o competitor che non siano anche potenze nucleari.
Si palesa qui, anche sul piano logico, lo scarto che si può registrare sul piano operativo-militare. Gli Stati Uniti attuali hanno sicuramente la forza (tecnologia, servizi segreti, forze speciali, ecc) per infliggere colpi duri a chi non si piega. Ma non quella necessaria a governare territori conquistati (e forse neppure a conquistarli).
Si era visto bene in Afghanistan, dove venti anni di occupazione non erano bastati né a eliminare una resistenza pre-industriale come quella dei talebani, né a costruire un blocco sociale “ascaro” in grado di amministrare da solo il Paese secondo le direttive Usa.
Tutte le operazioni militari condotte negli ultimi 30 anni, in qualsiasi zona del mondo, hanno prodotto molte distruzioni (infrastrutture industriali, estrattive, statuali, ecc), ma nessuna “governabilità”.
La situazione si ripropone in Venezuela, dove il colpo durissimo del rapimento del presidente legittimo è riuscito, ma il “padroneggiamento” del paese per appropriarsi delle sue risorse appare un rebus, forse un sogno.
La velocità con cui la cosiddetta “premio Nobel” e “leader dell’opposizione” è stata liquidata, e soprattutto la motivazione (“non dispone del consenso necessario”), chiariscono due cose: a) per quanto ferita, la popolazione si riconosce a stragrande maggioranza nella Rivoluzione bolivariana; b) la pretesa di considerare “illegittimo” il governo venezuelano – ora affidato a Delcy Rodriguez – non ha alcun fondamento, né logico, né giuridico, né popolare.
Se ci fosse stata davvero una maggioranza politica differente e un potenziale gruppo dirigente collaborazionista sarebbero stati già insediati a Miraflores. Ma non esistono e non sono mai esistititi, almeno negli ultimi 20 anni. E le decine di elezioni a tutti i livelli (locali, politiche, presidenziali) lo hanno sempre confermato, rendendo i “mancati riconoscimenti” euro-atlantici semplici manifestazioni di dispetto.
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Questo ci porta alle “narrazioni” affidate al sistema mediatico e ai vassalli politici, sia nelle Americhe che in Europa.
Fino al secondo mandato di Trump lo schema era consolidato e semplice: ci sono “democrazie” e “autocrazie”, “valori liberali” e “dittature”. “aggressori e aggrediti” (col doppio standard, ovviamente), “informazione corretta” e “fake news” di incerta origine (russa, iraniana, cinese, palestinese, a seconda dei diversi scenari di crisi), il “giardino euro-atlantico” e la “giungla” (il resto del mondo).
Con la svolta Usa le carte si sono confusamente mischiate, esponendo gli addetti ai lavori sporchi a figuracce imbarazzanti.
Intanto perché la critica – sacrosanta – del “trumpismo” ha messo in luce che gli Stati Uniti non sono più, se mai lo sono stati, “il tempio della democrazia”, della “libertà”, dei “diritti umani”, del “giornalismo serio” e via benedicendo.
E subito dopo perché ogni affermazione fatta per fissare un “contenuto certo” è diventata smentibile o rovesciabile in poche ore, a partire direttamente dalla Casa Bianca. Sarebbe divertente ricostruire le centinaia di arrampicate sui vetri di opinionisti un tanto al chilo (da Rampini in giù e in su, insomma) obbligati a spiegare ogni giorno che Trump è un bastardo, un falsario, uno speculatore, un pedofilo, ma “fa anche cose buone”. Che è insopportabile, ma ci si può convivere…
In realtà “la svolta Maga” è un po’ meno drastica di quanto non pretenda Trump e non descrivano i manipolatori professionali. Basta guardare la continuità dell’appoggio a Israele – con più o meno “aggrottamenti di sopracciglia” – per rendersene pienamente conto.
Sul Venezuela ne stiamo sentendo di tutti i colori.
Non era mai avvenuto che il presidente di un Paese venisse rapito da una potenza straniera. Un’infrazione solare al “diritto internazionale”, impossibile da giustificare sul piano giuridico.
Qui entrano in campo gli “inventori di formule verbali”. Vediamo gente affermare, per esempio, che “il narcotraffico è una forma di aggressione e quindi l’attacco Usa è difensivo” (il governo Meloni al completo, con i pennivendoli di area), ignorando bellamente la marea di esperti del settore che escludono il Venezuela dal novero dei paesi che abbiano qualcosa a che fare con il traffico di stupefacenti. Basterebbe chiedere al procuratore Gratteri o all’ex “zar antidroga” dell’Onu, Pino Arlacchi…
Ma le vecchie abitudini, o la necessità di giustificare un reato, sono dure a morire. Così persino Trump è costretto a dare una maschera giuridica alla sua volontà predatoria, mandando Maduro davanti a una corte da lui stesso incaricata, che analizzerà “prove” prodotte dalla Casa Bianca e supportate, forse, dalle dichiarazioni di un “venezuelano pentito” diventato “collaboratore di giustizia”.
Se si discutesse seriamente di diritto ci sarebbero molti problemi irrisolvibili. a) Ogni sistema di diritto vale in un certo ambito territoriale e viene fatto valere da una autorità riconosciuta; di quale “diritto” stiamo parlando? b) Se si prende come ambito il diritto internazionale, gestito dagli organismi dell’Onu, il rapimento di Maduro è un reato commesso dagli Usa, che andrebbero sottoposti a processo, qualora esistesse una forza in grado di farlo; b) Secondo il diritto statunitense, l’attacco è a sua volta una violazione della Costituzione e della legge, in quanto non discusso e tanto meno autorizzato dal Congresso; c) Secondo il diritto venezuelano, naturalmente, Maduro era ed è pienamente legittimato a governare.
Anche altre argomentazioni appaiono chiaramente stracci da dare in pasto a media servili e autocontraddiittori. Esempio: “gli avevamo proposto un esilio dorato in Turchia, ma ha rifiutato”. Davvero gli Usa sono soliti mandare “i capi di stato accusati di narcotraffico” in un “esilio dorato”? In base a quale “valore morale”? In base a quale “diritto”?
Se fosse stato davvero un “narcotrafficante”, oltretutto, è facile immaginare che avrebbe colto l’offerta al volo, invece di correre il rischio di essere rapito o ucciso…
Ora la pressione menzognera si è allargata su Delcy Rodriguez, presidente ad interim, figlia di un guerrigliero comunista ucciso sotto tortura da un governo al servizio degli Usa, a ore alterne presentata come “collaboratrice di Trump” o “anima nera del regime”, da colpire alla prima occasione utile.
Il modo in cui viene raccontato il suo più recente discorso, di stamattina, lo chiarisce in modo chiarissimo. Rodriguez ha riproposto la linea Maduro nel rapporto con gli Stati Uniti:
“Presidente Donald Trump: i nostri popoli e la nostra regione meritano pace e dialogo, non guerra. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è quella di tutto il Venezuela in questo momento”, ha affermato la presidente incaricata.
E quindi “il Venezuela ribadisce la sua vocazione alla pace e alla convivenza pacifica. Il nostro Paese aspira a vivere senza minacce esterne, in un clima di rispetto e cooperazione internazionale. Crediamo che la pace globale si costruisca garantendo prima di tutto la pace di ogni nazione”.
Qualcuno la presenta come “un’apertura a Trump”, altri come una “quasi resa”. A noi, che qualcosina crediamo di aver imparato dalla Rivoluzione bolivariana, sembra la sobria presa d’atto di uno squilibrio di potenza che sconsiglia di seguire la strada del confronto armato e punta a sollecitare la comunità internazionale mondiale perché eserciti una pressione sugli States per farli retrocedere.
Oggi si riunisce il Consiglio di Sicurezza e comincia un iter sicuramente difficile e complicato. Ma se non hai la guerra come unico orizzonte, devi ragionare su come lottare in condizioni proibitive…









































Comments
E' un buon punto di partenza.
Si tratta di coazione a ripetere o e' conveniente cosi?
C' e' convenienza a generare il caos e, se si, quale?
Ad esempio
Se se sei un incapace, ma bullo e con i muscoli a posto, diciamo che potresti diventare il piu intelligente della classe se dai qualche martellata sulle meningi dei potenzialmente piu intelligenti e spezzi le gambe di quelli piu forti?
Un po' rozza come considerazione?
Certo, ma avere destabilizzato il medioriente alimentando un solido e armatissimo stato genocida ... non ci somiglia? E quando quello sputo di stato avra' finito il lavoro non terra' sotto scacco e mitraglia tutti i pezzenti e i petroli dell'area? Sempre che anche quel neo iraniano sparisca in fretta. Lo stesso con il venezuela e l' america latina e l'europa e il mondo. O si domina e si schiavizza o si butta nel caos, in ogni caso una potenza in crisi strutturale come gli Usa ci guadagna.
Cosa? Ad es manovalanza altamente specializzata in fuga si rifugera' nell'industria usa. Materie prime potranno essere acquistare a basso costo da paesi o milizie in preda al caos. Ma non solo, si elimineranno o si controlleranno mercati a discapito di altri competitors. Si rallentera' la fuga in avanti tenologia o industriale di scomodi primi della classe e intanto si spera di rimettere in sesto un minimo di struttura e crescita interna allo stato dominante. Sembra esagerato? Aspettiamo ancora un po' a vedere se davvero e' cosi?
Magari stando a vedere a cosa servono e come saranno usate sulle nostre schiene e sui nostri governi le centinaia di basi nato e usa in europa.
I nostri governi sono terrorizzati al pensiero che ci abbandonino ... e' davvero il caso?
A voi sembra che abbiano intenzione di abbandonarci o di difendere i diritti danesi o goenlandesi?
La massima idiozia danese davanti al furto della groelandia (tanto per iniziare, ma a seguire potrebbere volere la sicilia senza i siculi o cipro o altre cosette utili) dire ... siamo protetti dalla Nato ... quando e' il maggiore azionista della nato che vuole pigliarsi quello che vuole. Persino la Danimarca intera se gli viene lo sfizio ed e' utile alle sue oligarchie potrebbe seguire il destino della groenlandia.
Si, non si vince (o si perde) in un solo modo, ci sono diversi livelli di vittorie e sconfitte. In questo momento gli Usa stanno vincendo, comunque vadano a finire le esistenze in vita di quelli che vengono attaccati.
Forse e' piu utile per noi cominciare a pensare a cosa gli Usa ci vogliono destinare e chiederci se ci piace. Se non ci piace cominciare a pensare a cosa ci piacerebbe e agire di conseguenza. Non facile, non tanto come passare tempi e vite (parlo in primo luogo per me) a contemplare quello che ci fanno e descriverlo. Meglio se mi do una mossa. Saluti
Per quanto strano possa sembrare la questione "venezuelana" è molto simile in questa fare storica a quella palestinese, nonostante il Venezuela sia una nazione, uno Stato con propri confini definiti mentre il popolo palestinese è privo di tutto.
O salta tutto, dunque, o non c'è soluzione, per una ragione molto semplice: tutti i popoli i cui governi potrebbero intervenire in difesa dei palestinesi o del Venezuela sono imbrigliati nelle leggi dello scambio, del mercato e dell'accumulazione IN CRISI. Come lo scritto cerca di evidenziare.
Dunque siamo a una svolta seria della storia, altro che diritto internazionale violato e balle varie.
Quanto all'Arlacchi, sogna a occhi aperti senza averci capito un tubo di cosa sia realmente il modo di produzione capitalistico di ieri e di oggi ancor meno.
Michele Castaldo