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La lezione di diritto impartita dal Belgio alla Commissione europea

di Thomas Fazi

Thomas Fazi descrive il braccio di ferro tra Bruxelles e il premier belga sui capitali russi congelati in Europa

Acuto osservatore delle politiche di Bruxelles, Fazi sostiene che, opponendosi alla confisca dei beni di Mosca depositati presso Euroclear, il premier belga ha difeso il diritto internazionale dalle pressioni di Germania e Commissione. Ma la risposta di Bruxelles non si è fatta attendere. L’Unione europea ha aggirato il veto attraverso un escamotage finanziario da 90 miliardi di euro, che scarica il rischio della guerra direttamente sui contribuenti europei.

* * * *

Il primo ministro del Belgio ha imparato a proprie spese che non c’è bisogno di essere un sedizioso populista per incorrere nell’ira dell’Unione europea. Fino a poco tempo fa, il conservatore moderato Bart De Wever era rimasto fuori dai riflettori europei. Nulla di cui stupirsi, dato che il suo partito appartiene al gruppo dei Conservatori e riformisti al Parlamento europeo, che si è allineato con forza alla Commissione di Ursula von der Leyen sull’Ucraina.

Eppure, in pochi mesi De Wever è diventato il nemico pubblico numero uno dell’establishment di Bruxelles. La sua colpa? Opporsi al piano Ue di sequestrare i beni congelati russi detenuti in Europa.

Per questo, il premier si è trovato sottoposto a una campagna di fango da parte dell’Unione europea. È stato accusato di agire sotto intimidazione russa – o peggio, di essere lui stesso una risorsa russa. Allo stesso tempo, Bruxelles ha minacciato che avrebbe «trattato il Belgio come l’Ungheria» se questo avesse continuato a opporsi al piano.

La stragrande maggioranza dei beni russi è depositata presso Euroclear, una sorta di camera di compensazione con sede a Bruxelles che si trova al centro del regolamento globale dei titoli. Per la lobby pro-guerra europea, guidata da Francia e Germania, la confisca è stata presentata come l’unico modo per continuare a finanziare lo sforzo bellico dell’Ucraina. O, in mancanza di ciò, per costringere gli Stati membri ad assumersi collettivamente l’onere attraverso altri mezzi sempre più straordinari.

Il Belgio aveva ragioni convincenti per resistere. Confiscare – o espropriare funzionalmente – i beni della banca centrale russa violerebbe uno dei principi più sacrosanti della finanza internazionale: la neutralità e l’inviolabilità delle riserve sovrane. Violare tale principio non solo stabilirebbe un precedente pericoloso, ma esporrebbe anche il Belgio a conseguenze legali, finanziarie e geopolitiche potenzialmente gravi – dato che Euroclear ha sede proprio lì. Come ha avvertito Robert Volterra, uno dei più rispettati avvocati internazionali di Londra, confiscare i beni russi sarebbe «assolutamente illegale» e perseguiterebbe l’Ue per generazioni.

Le ricadute legali potrebbero essere enormi. La Russia ha molteplici vie per contestare e ha già iniziato a esplorarle, avendo intentato una causa a Mosca contro Euroclear. Da lì, la Russia potrebbe proseguire il contenzioso nei tribunali belgi, potenzialmente fino alla Corte suprema. I giudici belgi sarebbero quindi costretti a stabilire se i diritti di proprietà russi secondo la legge nazionale siano stati violati e se il principio dell’immunità sovrana sia stato infranto.

Su entrambi i fronti, la posizione della Russia sarebbe forte. Se la Russia dovesse prevalere, la stessa Euroclear sarebbe ritenuta responsabile. Date le somme in gioco, la camera di compensazione diventerebbe quasi certamente insolvente, innescando meccanismi di garanzia dei depositi a livello nazionale e dell’Ue. In tale scenario, Euroclear sarebbe a sua volta costretta a citare in giudizio lo Stato belga, che avrebbe ordinato l’esproprio dei beni dei clienti.

Non sorprende quindi che il Belgio sia diventato uno dei più accesi oppositori del piano. De Wever ha avvertito senza mezzi termini che la confisca sarebbe equivalsa a «un atto di guerra», paragonandola a entrare in un’ambasciata straniera, svuotarla del suo contenuto e venderlo.

Ai suoi Stati membri, l’Ue ha presentato un’alternativa brutale: o accettare di confiscare i beni congelati della Russia o essere pronti a sottoscrivere collettivamente un nuovo prestito. Ciò che non è mai stato seriamente considerato è una terza opzione: smettere di versare denaro in una strategia palesemente fallimentare e lavorare invece per porre fine alla guerra attraverso negoziati diplomatici.

Nonostante le pesanti pressioni, De Wever ha tenuto duro. A lui si è unito un fronte crescente di dissidenti. Ungheria e Slovacchia hanno apertamente respinto il piano, con il primo ministro ungherese Viktor Orbán che ha accusato la Commissione di «stuprare sistematicamente il diritto europeo». Anche Italia, Bulgaria e Malta hanno espresso riserve.

Alla riunione del Consiglio Europeo del 18 dicembre, la Commissione non è quindi riuscita a ottenere un accordo sull’uso dei beni russi congelati. Ma c’è stato poco da festeggiare: nella sua disperata spinta a far proseguire il conflitto, la Commissione e la lobby pro guerra sono riuscite a far approvare un massiccio prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, garantito dal bilancio dell’Ue e sottoscritto da tutti gli Stati membri tranne tre: Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. In sostanza, l’ostacolo

L’accordo prevede che il prestito debba essere rimborsato dall’Ucraina solo se e quando la Russia accetterà di pagare le riparazioni di guerra – trasformando di fatto ipotetiche riparazioni future in finanziamenti immediati. Questa idea è, nel migliore dei casi, un’illusione. Motivo: è altamente improbabile che la Russia accetti riparazioni vincolanti anche in caso di un accordo di pace. Ciò significa che ci sono poche possibilità che l’Ucraina rimborsi mai il prestito, lasciando i governi dell’Ue – e i contribuenti – a pagare il conto.

Per farlo, Bruxelles è stata costretta a escogitare una trovata finanziaria. Ha invocato i poteri di emergenza previsti dall’Articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea per congelare indefinitamente i beni russi, sostenendo che ciò le consentirebbe di agire a maggioranza qualificata anziché all’unanimità.

Peccato che ciò rappresenti una palese distorsione del Trattato. L’Articolo 122 si applica rigorosamente a misure economiche di emergenza, in risposta a disastri naturali o gravi perturbazioni economiche. Non si applica alla politica estera, che richiede inequivocabilmente l’unanimità. Il destino dei beni sovrani congelati della Russia è ovviamente una questione di politica estera. Sostenere il contrario è un gioco di prestigio.

È facile capire perché l’Ue non può permettersi di affrontare il fallimento della sua strategia in Ucraina – una strategia che ha inflitto immensi danni economici all’Europa senza ottenere nulla sul campo di battaglia, e che ha lasciato l’Ucraina in una posizione peggiore rispetto all’inizio della guerra. Le conseguenze saranno pesanti: gli ucraini continueranno a soffrire e morire in una guerra invincibile, mentre l’Europa rimarrà trincerata in uno stato permanente di guerra economica.

Nel frattempo, l’enorme onere finanziario imposto dall’ultimo accordo non farà che approfondire le fratture interne e spingere i bilanci nazionali al punto di rottura – specialmente quando diventerà chiaro che quest’operazione comporterà ancora più risorse sottratte alle infrastrutture fatiscenti, agli ospedali sottofinanziati e alle scuole sovraffollate.

Riconoscere questa realtà comporterebbe enormi costi politici per le élite dell’Unione, in particolare per quelle più investite nella narrazione della «vittoria a tutti i costi» – da qui la loro determinazione a continuare la guerra a ogni costo. Questo è il motivo per cui, anche dopo non essere riuscita a concordare la confisca, Bruxelles ha fatto approvare in sostituzione un massiccio prestito garantito dal bilancio.

La Commissione ha evitato un’umiliazione catastrofica, ma così facendo ha reso pubblica la natura sempre più autoritaria dell’Unione, disposta a scavalcare gli interessi nazionali e a scartare vincoli legali, norme democratiche e logica economica per perseguire le sue crociate ideologiche.

Il furto dei beni congelati russi è stato per il momento sventato. In gran parte, grazie alla coraggiosa resistenza del primo ministro belga, che ha anteposto gli interessi del suo Paese a quelli della lobby favorevole alla guerra. Una posizione rara, nell’Europa odierna. Per il resto, l’Unione europea comincia a somigliare a un impero in sfacelo, che per mantenere il controllo si affida non solo a repressione, censura e manipolazione elettorale. Ricorre anche a tattiche sempre più aggressive, dirette persino contro gli stessi governi pro-Unione.

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