Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale
di Mario Sommella
C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.
Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.
L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni.
Dall’altro lato viene presentato SAFE, Security Action for Europe: fino a 150 miliardi di euro di prestiti per finanziare investimenti in settori come difesa missilistica, droni e cybersicurezza, raccolti sui mercati e poi prestati agli Stati. La Commissione segnala anche che il Consiglio ha adottato lo strumento nel maggio 2025. A questo si aggiunge il ruolo della BEI, che viene esplicitamente chiamata a rafforzare il supporto a difesa e sicurezza.
Fin qui qualcuno potrebbe dire: è una risposta a un mondo più instabile. Il problema politico, però, sta nel passaggio successivo. Il piano collega la “prontezza” militare a una strategia più ampia che vuole mobilitare capitale privato, rendendo strutturale il flusso di denaro verso le priorità dichiarate. Qui entra in scena la Savings and Investments Union, l’Unione del risparmio e degli investimenti, presentata come la via per canalizzare i risparmi europei verso investimenti “produttivi” e verso gli obiettivi strategici dell’Unione, in un contesto di fabbisogni enormi. La Commissione richiama le stime del Rapporto Draghi su 750-800 miliardi annui di investimenti aggiuntivi fino al 2030, precisando che le nuove necessità includono anche quelle legate alla difesa.
È qui che la questione smette di essere solo contabile e diventa democratica. Perché “mobilitare il risparmio” non è una formula neutra: significa intervenire sui canali attraverso cui il denaro delle famiglie, spesso parcheggiato in depositi o in prodotti prudenziali, viene spinto verso strumenti di mercato, fondi, asset. Un briefing del Parlamento europeo, parlando della SIU, mette sul tavolo anche la revisione delle regole sulla cartolarizzazione e la spinta su prodotti e regole legati alle pensioni integrative. Non serve immaginare scenari cospirativi: basta osservare la direzione di marcia. Se la difesa diventa priorità dichiarata e contemporaneamente si costruisce un’infrastruttura finanziaria per far scorrere più capitale privato verso le priorità dell’Unione, il confine tra risparmio e industria bellica rischia di assottigliarsi fino a scomparire.
A quel punto la guerra non è più soltanto una decisione di politica estera, diventa una forma di governo interno. Perché quando una società si abitua all’idea che lo “sforzo” deve essere permanente, tutto il resto viene riscritto: il sacrificio diventa virtù, la compressione dei diritti diventa “necessità”, la critica diventa “irresponsabilità”. E la propaganda migliore è sempre quella che non si presenta come propaganda ma come procedura: non discutere, non dubitare, non guardare il costo sociale, limitati a prendere atto che “non c’è alternativa”.
Il pilastro industriale completa il quadro. In parallelo si rafforza la politica industriale della difesa attraverso strumenti come l’EDIP, presentato come ponte tra misure emergenziali e una capacità produttiva strutturale. A fine novembre 2025 Reuters ha riportato l’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’EDIP, un programma da 1,5 miliardi di euro di sovvenzioni del bilancio UE per il periodo 2025–2027 (circa 1,7 miliardi di dollari), con l’obiettivo di rafforzare procurement e produzione comuni e con criteri legati al contenuto europeo dei componenti. Anche qui: è facile vendere tutto come “autonomia strategica” e “posti di lavoro”, e una parte di verità esiste, perché ogni politica industriale genera filiere, ricerca, occupazione. Ma la domanda che non viene posta con sufficiente durezza è un’altra: quando crei un ecosistema che vive di commesse militari, poi devi alimentarlo. E un’economia che si nutre di deterrenza tende a cercare continuamente nuove ragioni per giustificare la propria crescita.
Il cortocircuito più tossico, però, è quello morale. Negli ultimi anni la finanza “sostenibile” è stata raccontata come l’argine etico del mercato: investire senza distruggere il pianeta, senza calpestare i diritti. Nel 2025 la Commissione ha pubblicato una comunicazione per chiarire che il quadro europeo di finanza sostenibile è “compatibile” con l’investimento nella difesa e che non contiene divieti settoriali generali, rimandando a valutazioni caso per caso e ricordando che solo alcune categorie di armi hanno trattamenti specifici di disclosure. Da un lato, analisi come quella di Bruegel sostengono che non siano le regole di sostenibilità in sé a bloccare i finanziamenti alla difesa, ma più spesso scelte reputazionali e decisioni dei gestori. Dall’altro lato, voci critiche come Finance Watch hanno denunciato il rischio di “warwashing”, cioè la normalizzazione della guerra dentro la retorica ESG. Reuters ha riportato chiaramente questo allarme.
Il punto non è fare i puri o gli ingenui. Il punto è non accettare la manipolazione semantica: chiamare “sostenibile” ciò che è strutturalmente legato alla capacità di distruzione significa spostare il confine del dicibile. E quando sposti il confine del dicibile, sposti anche quello del possibile. Oggi ti dicono che è “compatibile”. Domani ti diranno che è “necessario”. Dopodomani diventerà “normale”. E a quel punto, il cittadino non è più un soggetto politico ma un fornitore di capitale, un ingranaggio finanziario che alimenta priorità decise altrove.
Per un Paese come l’Italia, già stretto tra fragilità sociali e servizi pubblici in sofferenza, questa trasformazione è tutt’altro che astratta. Ogni miliardo reso facile per la difesa tende a contendersi spazio con ciò che dovrebbe garantire la vita quotidiana: ospedali che funzionano, scuola pubblica, territorio, sicurezza sul lavoro, diritto alla casa. Non perché esista un automatismo matematico, ma perché la politica è sempre una scelta di gerarchia. E la gerarchia che si sta imponendo rischia di dire questo: la protezione armata prima, la vita sociale dopo.
Resistere, allora, non significa chiudere gli occhi sul mondo. Significa smontare il meccanismo con cui la “minaccia” viene costruita, ingigantita o confezionata ad hoc per far passare tutto il resto. Il punto non è discutere se esistano tensioni geopolitiche, ma rifiutare l’uso politico della paura come scorciatoia: quando l’allarme diventa permanente, ogni taglio al welfare diventa “inevitabile”, ogni deroga ai vincoli diventa lecita solo se serve alle armi, ogni dissenso diventa sospetto. Resistere significa rimettere la politica sopra la tecnica, e l’etica sopra la paura. Significa pretendere trasparenza: se fondi pubblici e canali del risparmio vengono orientati verso la difesa, devono essere chiari i limiti, le esclusioni, i controlli democratici, le clausole sociali, la tracciabilità. Significa rifiutare l’automatismo morale per cui “sicurezza” diventa la parola passepartout per qualunque trasferimento di risorse verso l’apparato bellico. La sicurezza è anche sanità, salari, coesione, cultura, diritti. Se la società si sbriciola, la difesa diventa una facciata armata davanti a una casa vuota.
Soprattutto, significa rompere l’ipnosi dell’inevitabile. Perché la guerra come “nuovo contratto sociale” non è destino, è scelta. Una scelta che conviene a chi costruisce profitti sulla paura, e che scarica i costi su chi vive di lavoro, pensioni, servizi pubblici, risparmi. Se quel contratto passa, la cittadinanza si trasforma in mobilitazione permanente: meno diritti, più doveri, meno welfare, più “prontezza”. E quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi non è una frase da maglietta: diventa un dovere civile, l’ultimo gesto di umanità prima che l’eccezione diventi sistema.









































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