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La storia non è una notifica

di Alfredo Facchini*

Perché l’assuefazione è il vero ordine del presente.

Stamattina mi sono alzato con gli Stati Uniti che bombardano Caracas. Non ho fatto nulla. Come tutti. Ho acceso lo schermo. Ho letto. Ho assorbito. Poi il caffè, le notifiche. L’unico sussulto: ho scritto un articoletto militante. Un fatto enorme, trattato come un disturbo temporaneo.

È in quel punto preciso che nasce l’impotenza. Non nello shock, ma nella normalità con cui tutto passa. Bombardare una capitale diventa una riga nel flusso. Scivola.

Il potere conta su questo: sulla distanza tra ciò che accade e ciò che ci attraversa. Una distanza costruita, coltivata. Non ci viene chiesto neanche di approvare. Ci viene chiesto di continuare a vivere come se nulla pretendesse risposta.

L’assuefazione lavora così. Non spegne la coscienza, la stanca. La espone a una sequenza di eventi troppo grandi, troppo rapidi, troppo numerosi. Alla fine non resta indifferenza: resta paralisi. Tutto sembra grave, tutto sembra fuori portata.

Bombardano Caracas. Non c’è bisogno di convincerci che sia giusto. Basta che venga percepito come uno dei tanti atti di forza che non dipendono da noi. Lontani, già archiviati mentre avvengono.

L’impotenza non è una mancanza individuale. È una condizione politica. È il risultato di una pedagogia lunga, paziente, che ha insegnato alle masse a guardare senza intervenire, a sapere senza agire, a indignarsi senza trattenere nulla.

Rialzare gli occhi, oggi, significa prima di tutto rompere questo brutto incantesimo: rifiutare l’idea che nulla possa essere fatto. Restituire peso agli eventi.

Stamattina mi sono alzato con Caracas sotto le bombe. La vera domanda non è perché. È perché milioni di persone, me compreso, hanno sentito che non c’era niente da fare. Che il pianeta è regolato dalla legge del più forte.

La storia non può finire con una vibrazione in tasca. Con un dito che scorre. Con un volto chino, educato, disciplinato. Le masse non vengono più domate con il manganello, salvo che per molecole, avanguardie attive isolabili. Vengono addestrate all’abitudine. L’ordine non si impone: si assorbe. Goccia dopo goccia.

L’assuefazione è il vero dispositivo di governo del presente. Non chiede adesione, non pretende consenso. Lavora sul tempo, sulla ripetizione, sulla stanchezza. Trasforma l’ingiustizia in rumore di fondo. La rende familiare. Accettabile. Normale.

Ogni giorno accade qualcosa che, in un’altra epoca, avrebbe fatto esplodere le piazze. Oggi scivola via in mezzo a un video, a una polemica finta. L’indignazione dura quanto una storia. Poi evapora. Non lascia traccia, non sedimenta, non organizza. Viene consumata come tutto il resto. Il potere lo sa. Sa che una popolazione frammentata, saturata di stimoli non è una popolazione ostile. È una popolazione gestibile.

Ma l’assuefazione non è irreversibile. Si spezza nel momento in cui viene nominata, attraversata, condivisa. Non serve un gesto eroico, serve continuità. Non l’esplosione, ma la tenuta. Non la rabbia che brucia, ma quella che resta.

Rialzare gli occhi non significa aspettare il giorno giusto. Significa smettere di accettare il flusso come destino. Collegare i fatti, restituire loro durata, rifiutare la frammentazione che isola ogni evento e disinnesca ogni reazione. Significa uscire dall’idea che l’impotenza sia una colpa privata e riconoscerla come terreno comune.

Le persone non si rivolteranno tutte insieme. Non lo hanno mai fatto. Le crepe arrivano prima delle frane. Piccoli spostamenti, nuclei che tengono, parole che non scivolano via. La storia cambia quando qualcuno interrompe l’abitudine e altri riconoscono quel gesto come possibile.

Se il potere governa stancando, la risposta è una pratica opposta: ostinata, lenta, condivisa. Tenere lo sguardo aperto quando tutto spinge a chiuderlo. Restare presenti quando il mondo invita a passare oltre.

La storia non è finita. Non finché qualcuno rifiuta di ridurla a una notifica.

* da Facebook

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