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Una critica filosofica della tecnica

Considerazioni a margine di C. Galli, Tecnica, Il Mulino, Bologna, 2025

di Paolo Piluso

“Nei meandri labirintici dell’ultimo automa, del ‘formicaio elettronico’,
la critica è la pietà del pensiero”.
(Carlo Galli, Tecnica, Il Mulino, 2025, p. 167)

Il 2025 è stato, per molti versi, l’anno della tecnica (e della tecnopolitica).

Basti ricordare due esempi significativi, pur tra loro così diversi.

In primo luogo, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con la presenza ingombrante – poi resasi sempre più problematica, sino al congedo dall’Amministrazione – di Elon Musk, ha rappresentato una nuova, significativa, tappa di quel processo di funzionalizzazione dello Stato alle esigenze della “realizzazione tecnica” descritto più di cinquanta anni fa da Ernst Forsthoff nel suo Staat der Industriegesellschaft. Quell’indecifrabile identificazione Stato-tecnica sembra così essersi tradotta, oggi, negli USA di Trump, nell’interdipendenza funzionale, resa evidente dalle dinamiche del nuovo “capitalismo politico”, tra apparati dello Stato (rectius, lo Stato come macro-amministrazione), potere militare e complessi industriali tecnologici, secondo la logica della geo-economia e della “tecnica di Stato”.

Ma, a segnalare l’importanza della “tecnica” per l’anno appena trascorso, si può evocare anche un altro dato: Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sono i vincitori dell’ultima edizione del Premio Nobel per le Scienze Economiche.

Orbene, i tre studiosi sono stati premiati per aver studiato la crescita economica trainata dalle innovazioni tecniche. In particolare, Joel Mokyr (storico economico americano-israeliano della Northwestern University) ha identificato i prerequisiti per una crescita economica duratura al traino del progresso tecnologico, mentre gli economisti Philippe Aghion (francese, affiliato al Collège de France e alla LSE) e Peter Howitt (canadese, Emerito della Brown University) sono noti per la loro teoria della crescita di lungo periodo generata dal processo schumpeteriano di “distruzione creatrice” esercitato dalle forze di mercato.

I due episodi citati (beninteso, se ne sarebbero potuti scegliere non pochi altri…) sono espressioni e segnali di una tendenza di ben più lungo corso.

Ed è su questa che ha riflettuto, con la profondità e la lucidità analitica che lo contraddistinguono, il prof. Carlo Galli nel suo ultimo saggio, “Tecnica”, edito nel 2025 per i tipi del Mulino.

L’Autore applica il metodo di quel “realismo critico” che caratterizza la cifra della sua produzione più recente (cfr. almeno Forme della critica. Saggi di filosofia politica, Il Mulino, Bologna, 2020), procedendo per “problemi” e per genealogie concettuali. Paradigmatica di questo approccio è, dichiaratamente, la stessa Introduzione al volume, che, evocando l’etimologia (greca, latina e sanscrita) del lemma, ne coglie il proprium in quanto “fare produttivo” rivolto ad un’utilità concreta e, correlativamente, in quanto “strumentalità” a molteplici scopi e, al contempo, portatrice di coazioni.

La prima ambiguità, così, che il realismo critico di Galli giunge ad evidenziare è la circostanza che “dentro la tecnica operano le contraddizioni della società: fra libertà e schiavitù, fra capitale e lavoro subordinato, fra uomo e donna, fra sapere e ignoranza” (p. 11). “La tecnica” – rileva l’A. – “è indispensabile ma non è neutra, non può esserlo – e quindi non è possibile una tecnocrazia: il kratos non è della tecnica ma di chi la produce e la impiega. La tecnica è sempre trascinata all’interno di polarità e conflitti, storici e intellettuali: fra politica e burocrazia, fra azione e fabbricazione, fra tradizione e progresso” (ibidem).

Ambiguità, strumentalità, concretezza, “naturale artificialità” sono quei caratteri essenziali della tecnica – rectius, della ragione tecnica e dell’agire tecnico – che la connotano sin dai primordi della civiltà umana. Il mito di Talos, con la sua origine indecifrabile e la sua genealogia multiforme, e i celebri versi del Coro dell’Antigone (vv. 364-366) – l’uomo “oltre ogni speranza signoreggia l’intelligenza che escogita risorse e inclina ora al male ora al bene” – restituiscono il senso profondo della ragione tecnica, pratica e strumentale, “neutra” (perché servente) ma non “neutrale” (perché vincolata dagli scopi del suo uso, orientato “all’economico e al politico”: p. 31).

Lo sviluppo della storia umana, così, è segnato dal dispiegarsi di quest’inestricabile nesso pensiero-azione proprio della razionalità tecnica, dall’embrione “idraulico” delle civiltà nella rivoluzione del Neolitico (descritto da Wittfogel) alla “creatività frenetica del secondo Millennio” (McNeill). Galli lo evidenzia puntualmente nel secondo capitolo, sino a soffermarsi sulla “svolta” rappresentata dall’avvento dello Stato moderno. Svolta impensabile senza un poderoso dispiegarsi del progresso tecnico e senza un mutato atteggiamento filosofico tra il soggetto e l’oggetto. “Il potere dello Stato” – scrive l’A. – “ha bisogno di saperi teorici e pratici per sostenere la propria politica di potenza tanto organizzativa (statistica, scienze di polizia) quanto economica (il mercantilismo e il colonialismo) quanto militare: o prende la tecnica dove questa nasce, cioè nella società, o la progetta autonomamente in arsenali e cantieri di Stato, in cancellerie” (p. 53). Lo Stato moderno – inconcepibile senza quell’origine controversistica rappresentata dalle guerre di religione (Hobbes) e senza la ristrutturazione vestfaliana dello spazio europeo connessa all’espulsione del polemos verso l’appropriazione delle terre colonizzabili d’Oltreoceano (Schmitt) – non è immaginabile, quindi, nella sua affermazione storica, senza il capitalismo (Marx, Weber) e senza un poderoso apparato tecnico (in termini di produzione e di gestione).

La stessa storia europea moderna e contemporanea può essere letta alla luce di quella tendenza del capitalismo, già colta da Max Weber, alla sua “razionalizzazione come burocratizzazione”. Il che, a sua volta, ha una doppia lettura: da un lato, l’imprescindibilità, nella modernità, dello sviluppo del modo di produzione capitalistico (e delle sue strutture) e di un apparato burocratico pubblico; dall’altro, l’inclinazione del capitalismo stesso (e, quindi, delle organizzazioni private) a introiettare, in maniera progressivamente più intensa, il paradigma burocratico (o, se si vuole, tecno-amministrativo), nelle proprie strutture. Tecnica del capitale e tecnica dello Stato come due facce della stessa medaglia, insomma.

È, in fondo, quanto sembra ammettere lo stesso Galli allorché evidenzia “lo sforzo della politica di sostituirsi al capitale per guidare la megamacchina” (p. 62) all’origine dei tentativi di pianificazione del primo Novecento e del conflitto tra democrazie, socialismo e fascismi: “l’elettrificazione è la costante, i soviet sono la variabile, che può esserci o non esserci” (ibidem). Come a dire: la tecnica è l’invariante – la macchina del capitale e dello Stato nella lunga marcia del progresso e della “realizzazione tecnica” –, il modo di gestirla e di orientarne gli scopi è il teatro del conflitto.

Il realismo critico di Galli si snoda, poi, sul terreno più apertamente filosofico nel terzo capitolo, attraversando pagine significative del pensiero otto- e novecentesco: dalla critica leopardiana all’“età delle macchine” (pp. 83 ss.) al Marx del cap. 13 del I Libro del Capitale (pp. 85 ss.), da Weber a Rathenau, da Sombart a Schmitt, dallo Jünger de L’operaio e de La mobilitazione totale (pp. 96 ss.) allo Heidegger critico dell’imposizione dell’impianto tecnico al mondo “per strapparne l’essenza velata” (p. 101) sino alla polemica francofortese contro la ragione strumentale (pp. 103 ss.).

La disamina storica e filosofica compiuta dall’A. rappresenta, per certi versi, anche una vasta e doverosa premessa rispetto all’esame della “più attuale” delle questioni, ossia quella dell’Intelligenza Artificiale, che Galli affronta senza indulgere in scorciatoie modaiole o in facili atteggiamenti apocalittici o moraleggianti. Se ne coglie immediatamente il proprium: il suo essere non già una forma di intelligenza logico-simbolica come quella umana, ma “statistico-computazionale” (p. 126) che aggira il procedere del funzionamento del cervello umano, completamente irriproducibile: “il culmine della razionalità tecnica” – così – “consiste nel rinunciare al razionalismo nella sua forma tradizionale” (p. 127). Ma l’A. evidenzia, soprattutto, le contraddizioni dell’IA e la sua strumentalità a un dato assetto di potere, politico ed economico, che a essa preesiste: è il rapporto tra la società digitalizzata e il neoliberismo, rafforzato dalla rivoluzione algoritmica e dell’intelligenza artificiale, che decostruisce il panorama sociale attraverso la disgregazione delle comunità e dei luoghi di lavoro, favorisce la disintermediazione, la scomposizione della società in individui-atomi collegati in rete in modo fluido e informale, la scomparsa dell’agire collettivo, la sorveglianza dell’“occhio di Ra” evocato da Mumford che controlla spietato “sempre più attentamente il pianeta” (come profetizzava Jünger nel 1967).

La “critica filosofica”, nel senso patrocinato e dimostrato da Carlo Galli, aiuta, quindi, a disvelare la realtà delle “contraddizioni strategiche” (p. 141) dell’economia digitale: l’appropriazione – forzosa e senza corrispettivo – del patrimonio dei dati personali da parte di voraci “megasoggetti” (eccola, la permanenza inevitabile della “presa di possesso”, Marx e Schmitt docent); il paradosso della “più precisa identificazione” (profilazione) che conduce al “massimo di disindividualizzazione” (p. 142); l’affermarsi di nuovi rapporti di dominio.

Ed è così che le forme contemporanee della tecnica scatenata di schmittiana memoria, lungi dal rappresentare il vettore di un nuovo “Nomos della Terra” tale da consentire l’affermazione dell’individuo-sovrano (come suggeriva Sergio Ortino in una reinterpretazione libertaria del par. 247 dei Grundlinien hegeliani[1]), si sono rivelate il potente mezzo di una metamorfosi dei sistemi economici verso un “tecnofeudalesimo”[2] il quale sembra spingere il capitalismo medesimo al di là di se stesso[3].

Certo, a fronte di questo quadro, può sorgere spontanea l’eterna domanda “Che fare?”.

Ma, prim’ancora di provare a sviluppare una risposta, è doveroso rendere manifeste le contraddizioni del reale, disvelarle ed incunearsi in esse.

Compito alto, questo, che il “realismo critico” di Galli (o – volendo evocare una parola che il conformismo neoliberale, economicistico o moraleggiante, pretende di condannare alla desuetudine – “dialettico”) riserva alla filosofia e, in senso lato, agli intellettuali.

E l’auspicio che consegniamo in queste righe, profittando della contingenza temporale dell’avvento del nuovo anno, è quello – anche nella pratica quotidiana della cultura e dell’impegno civile – di poter essere all’altezza di un tale Beruf


Note
[1] S. ORTINO, Il nuovo Nomos della Terra. Profili storici e sistematici dei nessi tra innovazioni tecnologiche, ordinamento spaziale, forma politica, Il Mulino, Bologna, 1999
[2] C. DURAND, Techno-feódalisme: critique de l’économie numérique, Le Découverte, Parigi, 2020.
[3] Y. VAROUFAKIS, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo (2023), trad. it. La Nave di Teseo, Milano, 2023.
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