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La brutta piega dell’economia-mondo

di Leo Essen

Secondo Immanuel Wallerstein, gli attori privilegiati dell’economia-mondo sono gli Stati-nazione. Essi costituiscono la base strutturale del cosiddetto equilibrio delle forze, un equilibrio che si è storicamente mantenuto attraverso l’instaurazione di un’egemonia di uno Stato sugli altri. Tale egemonia non è mai stata stabile né definitiva, ma ha conosciuto spostamenti ciclici nel tempo. Ogni fase egemonica è stata suggellata da una guerra mondiale, intesa non come evento isolato, bensì come conflitto di proporzioni sistemiche, caratterizzato da elevata distruttività terrestre, da una durata approssimativa di trent’anni e dal coinvolgimento delle principali potenze militari dell’epoca. In questa prospettiva, possono essere considerate guerre mondiali la guerra dei Trent’anni (1618–1648), le Guerre napoleoniche (1792–1815) e l’insieme dei conflitti del Novecento sviluppatisi tra il 1914 e il 1945, concepibili come un’unica guerra mondiale articolata in più fasi.

L’egemonia, tuttavia, non è stata di natura militare, bensì economica. Essa si è storicamente manifestata attraverso meccanismi di scambio ineguale. Tale scambio prende avvio da differenze effettive di mercato, determinate sia dalla temporanea scarsità di processi produttivi complessi, sia da scarsità artificialmente prodotte mediante l’uso della forza. In questo contesto, le merci circolano tra le diverse aree del sistema-mondo in modo tale che la zona in cui il bene è relativamente meno scarso lo vende a un prezzo che incorpora un costo-input effettivo superiore rispetto a quello di un bene di pari prezzo che si muove nella direzione opposta.

Il risultato è un trasferimento sistematico di una quota del profitto totale, o surplus, da una zona all’altra.

Questa dinamica definisce la relazione strutturale tra centro e periferia. La periferia è l’area che perde surplus, mentre il centro è quella che lo acquisisce; tali denominazioni non sono meramente descrittive, ma riflettono la struttura geografica dei flussi economici globali. Il trasferimento del surplus verso le aree centrali consente a queste ultime di incrementare gli investimenti in capitale produttivo, innovazione tecnologica e di specializzarsi in produzioni a più elevato valore aggiunto. Parallelamente, le strutture statali periferiche sono indotte ad accettare — e spesso a promuovere attivamente — una maggiore specializzazione nei segmenti inferiori delle catene di merci, caratterizzati da forza lavoro meno remunerata e da assetti sociali funzionali alla mera riproduzione di tale forza lavoro.

I concetti di egemonia e di scambio ineguale mettono radicalmente in discussione ogni pretesa di universalità del sistema-mondo. L’egemonia è infatti un concetto relazionale e sistemico: essa presuppone l’esistenza di altri attori — Stati, popoli, entità politiche — sui quali esercitare influenza, leadership o dominio. Non implica necessariamente un controllo territoriale diretto, bensì un controllo indiretto fondato su reti di alleanze, dipendenze economiche e influenza culturale. In questo senso, l’egemonia è per definizione multipolare. Analogamente, anche lo scambio ineguale è strutturalmente multipolare, anti-imperiale e anti-universalistico.

L’universalismo, al contrario, si configura sia come una fede sia come un’epistemologia. Esso presuppone valori fissi, astorici e verità eterne. Wallerstein sostiene che la verità funge da oppio dei popoli, assumendo il ruolo di nuova religione legittimata dalla scienza. L’universalismo propone un insieme centrale e astorico di variabili — quali democrazia, libertà e fraternità — cui i diversi contesti storici e culturali dovrebbero conformarsi. Esso presuppone un pensiero unico, mentre una concezione multipolare implica un pluralismo culturale radicale.

L’universalismo ha prodotto effetti funzionali. In primo luogo, esso ha favorito l’efficienza economica: l’omogeneizzazione dei comportamenti individuali e l’imposizione di specifiche norme culturali risultavano funzionali al funzionamento di determinati contesti produttivi, soprattutto laddove era necessario neutralizzare norme culturali antagoniste. In secondo luogo, l’universalismo ha consentito di presentare l’imposizione dei valori dei conquistatori come fondata su principi validi in sé, occultando i rapporti di forza che ne avevano reso possibile l’affermazione.

L’universalismo è inoltre strettamente connesso all’idea di una cultura neutra, priva di interessi e di capacità direttiva. Proprio questa presunta neutralità ha reso l’universalismo una delle principali basi dell’imperialismo culturale.

Per quanto riguarda le forze antisistemiche, Wallerstein afferma che ogni forza è, per definizione, sistemica. Anche le forze antagoniste finiscono per riprodurre la razionalità e l’universalismo del sistema-mondo, analogamente a quanto le religioni hanno fatto proponendo l’universalità divina come forma di redenzione. Non è possibile uscire dal sistema delle forze attraverso la proposta di un nuovo universalismo: il pensiero antisistemico è esso stesso una forma di universalismo storicamente situato. Poiché ogni universalismo è indirizzato e parziale, esso rappresenta sempre l’universalismo di una parte contro un’altra. Ne consegue che l’idea di una fuoriuscita dal capitalismo si configura come un’illusione, spesso prodotta dalle élite radicali del centro del sistema-mondo per legittimare lo status quo.

Nel sistema-mondo esistono forze antisistemiche, ma anche quando esse hanno conseguito successi politici, si sono dovute confrontare con l’impossibilità di trascendere il sistema interstatale. Tali forze possono soltanto costituirsi come nuove forze statali contrapposte ad altre, venendo inevitabilmente riassorbite dal meccanismo culturale dominante, che non può essere superato, ma soltanto riformato.

Il debito teorico di Wallerstein nei confronti di Fernand Braudel è significativo. In Civiltà materiale, economia e capitalismo, Braudel critica l’eurocentrismo ricordando come Max Weber e Werner Sombart, all’inizio del Novecento, si percepissero naturalmente al centro del mondo della razionalità scientifica. Questa certezza, osserva Braudel, è oggi venuta meno: non vi è alcuna ragione per cui una civiltà debba essere considerata in eterno più razionale o più intelligente di un’altra.

È significativo che questo processo di decentramento e di affermazione del multipolarismo emerga proprio nel momento storico in cui l’Europa perde l’egemonia a favore di una ex colonia extraeuropea. La tentazione di interpretare lo strutturalismo come una legittimazione epistemologica di tale mutamento è forte. Ma è proprio lo strutturalismo – che è ciò entro cui ancora sguazziamo – che impedisce una tale conclusione. In uno strutturalismo coerente non esiste una distinzione tra piano sensibile e piano intelligibile: l’intero sistema opera su un unico piano. Non ci sono strutture e sovrastrutture e rispecchiamenti. Non ci sono neppure avanzamenti. Il multipolarismo, che potrebbe apparire come un progresso rispetto a una visione teologica e teleologica della storia, non rappresenta altro che una riorganizzazione della struttura. Non può esservi progresso senza un’idea guida della storia; e un’idea guida implica sempre una teleologia, una predestinazione o un meccanicismo, nel quale l’effetto è già contenuto nella causa. Se il passaggio dal feudalesimo al capitalismo è concepito come un progresso, e non come una rottura, ovvero come un’interruzione della storia all’interno della storia stessa, allora significa che la storia procede secondo un programma, uno scopo, un indirizzo sovra-storico – il che non è, ed è proprio lo strutturalismo a dircelo.

In questa prospettiva, lo strutturalismo può essere inteso come la proposta di un multipolarismo e di un multiculturalismo privi di un centro direzionale unico. L’egemonia e lo scambio ineguale non costituiscono principi normativi o teleologici, ma sono dispositivi che delineano il funzionamento delle relazioni di scambio tra gli agenti di una struttura. All’interno di questo quadro, il marxismo classico — fondato sull’idea del lavoro come perno centrale delle relazioni economiche e sociali — viene progressivamente accantonato a favore di una teoria differenziale del surplus, più adatta a descrivere una società commerciale complessa. In tale società, il rafforzamento delle aree centrali e l’indebolimento delle periferie non derivano da una dinamica di sfruttamento immediato del lavoro, ma da meccanismi strutturali di spoliazione sistemica, nei quali i soggetti più forti accumulano risorse sottraendole ai più deboli.

Questo impianto teorico è legato alla perdita della centralità europea nel sistema-mondo. È incapace di cogliere i mutamenti intervenuti con la progressiva disgregazione dei rapporti capitalistici classici, avviata già nei primi decenni del Novecento. La teoria del surplus e della conseguente spoliazione del Sud tende infatti a occultare un elemento cruciale: il fallimento strutturale del centro. Ciò che Wallerstein individua come tratto caratteristico delle periferie — produzioni a basso valore aggiunto, dequalificazione del lavoro, compressione dei margini di profitto — è precisamente ciò che inizia a manifestarsi anche nelle aree centrali del sistema.

Questo processo non segnala un malfunzionamento del sistema, bensì il suo corretto funzionamento. La struttura ha operato esattamente secondo la propria logica interna. L’Europa perde l’egemonia non perché abbia fallito, ma perché ha funzionato efficacemente; analogamente, gli Stati Uniti entrano in una fase di declino egemonico non perché abbiano performato peggio del previsto, ma perché hanno performato meglio del previsto. Il successo stesso dell’accumulazione produce le condizioni del suo esaurimento relativo.

Questo processo è strettamente connesso alla disgregazione della società fondata sul lavoro. Con l’indebolimento progressivo del lavoro come principio ordinatore dei rapporti sociali — un processo avviato nei primi decenni del Novecento — si apre una lunga fase di transizione, che può essere interpretata come un’attesa di una nuova forma di regolamentazione complessiva dei rapporti sociali. Tale fase, ormai protrattasi per circa un secolo, non è stata colmata da una nuova sintesi sistemica, ma piuttosto gestita attraverso una serie di soluzioni parziali e contingenti.

In questa fase di transizione strutturale vengono sperimentati interventi di compensazione quali il welfare state e il warfare state. Tali interventi non risolvono la disgregazione del sistema fondato sulla centralità del lavoro, ma ne alterano molti aspetti e ne modificano la percezione, contribuendo a stabilizzare temporaneamente l’ordine sociale e a neutralizzare le contraddizioni più evidenti del sistema. Il conflitto non è più interpretato come espressione di un antagonismo centrale fondato sul lavoro, bensì come il risultato di differenziali tra posizioni all’interno della struttura.

La logica della spoliazione non viene meno, ma viene redistribuita lungo linee geopolitiche, culturali e identitarie, producendo una configurazione multipolare che si presenta come superamento delle categorie ottocentesche del conflitto sociale. In realtà, tale configurazione non fa che riprodurre quelle stesse categorie all’interno di uno schema più diluito e meno trasparente, che finisce per rimodellare la disgregazione in atto della società fondata sul lavoro. Il multipolarismo strutturalista, lungi dal costituire una rottura epistemologica, opera come un dispositivo di gestione simbolica della crisi, più che come una sua effettiva comprensione.

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