Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Venezuela 1999-2026: un quarto di secolo sotto attacco USA e oggi sotto le bombe

di Fabrizio Verde

Da Chávez a Maduro, il Venezuela ha resistito a ogni forma di guerra non convenzionale. Oggi, il mondo assiste al passaggio alle armi vere e al sequestro di un capo di Stato

L’assalto militare degli Stati Uniti contro il Venezuela non è un fulmine a ciel sereno. È il culmine di una campagna durata un quarto di secolo, articolata su piani diplomatici, economici, militari e informativi, e concepita per soffocare un’esperienza politica che a Washington ha sempre rappresentato un affronto strategico: la Rivoluzione Bolivariana.

Tutto cominciò nel dicembre 1998, quando Hugo Chávez, un ex paracadutista con un carisma popolare raro nella storia latinoamericana, vinse le elezioni alla guida di una una coalizione che comprendeva anche le masse storicamente emarginate, promettendo di capovolgere un modello di disuguaglianza radicato da decenni. Fino ad allora, il Venezuela era stato un alleato docile di Washington, una fonte inesauribile di petrolio a basso costo e un pilastro della cosiddetta stabilità nell’emisfero occidentale. Il “voltear la tortilla”, come diceva Chávez, non poteva restare impunito.

 

Dalla destabilizzazione al golpe: le prime mosse di Washington

Già nel 2001, Washington osservava con crescente inquietudine le 49 leggi promulgate dal governo venezuelano, tra cui quelle sulla riforma agraria, tributaria e soprattutto petrolifera.

Fu allora che emerse per la prima volta il ruolo della National Endowment for Democracy (NED): organismo semi-ufficiale del governo USA, oggi riconosciuto come uno strumento di ingerenza soft power. La NED finanziò sindacati come la CTV e settori imprenditoriali organizzati in Fedecámaras, creando le condizioni per un sabotaggio economico sistematico.

L’apice di questa fase arrivò nell’aprile 2002, con il golpe di Stato che depose Chávez per 47 ore. Documenti declassificati e testimonianze successive hanno provato il coinvolgimento diretto di funzionari USA: l’ambasciatore Charles Shapiro fu in contatto radio con i cospiratori, mentre la Marina statunitense fornì supporto in intelligence e comunicazioni. Il tentativo fallì, ma segnò la prima volta che Washington intervenne apertamente per rovesciare un governo democraticamente eletto in America Latina nel XXI secolo.

 

L’arma del petrolio e la guerra economica

Nel dicembre 2002, la strategia mutò. L’amministrazione Bush puntò sul blocco petrolifero, orchestrato con il sostegno di dirigenti di Pdvsa e gruppi oligarchici. L’obiettivo era semplice: strangolare lo Stato venezuelano tagliando la sua principale arteria finanziaria. Il sistema informatico di Pdvsa, gestito all’epoca da una società statunitense (SAIC), fu sabotato per paralizzare le esportazioni. Fu la prima manifestazione di quella che oggi definiamo guerra economica ibrida.

Nel 2005, Chávez espulse la DEA accusandola di spionaggio sotto la copertura della lotta al narcotraffico, un’accusa oggi corroborata e confermata da diversi ex agenti e documenti giornalistici.

 

Terrorismo strutturato e “guarimbas orchestrate”

Dal 2004 in poi, la destabilizzazione assunse una forma più violenta. Gruppi giovanili finanziati da agenzie USA iniziarono a organizzare le tristemente note guarimbas: barricate urbane, incendi, attacchi a infrastrutture pubbliche. La tecnica fu importata da Robert Alonso, cubano-venezuelano legato alle agenzie di intelligence USA, che addestrava paramilitari colombiani nella ‘finca Daktari’.

Nel 2007, il piano si perfezionò: con il supporto di veterani delle “rivoluzioni colorate” in Serbia (Otpor), vennero addestrate organizzazioni studentesche per replicare il modello di insurrezione non violenta (solo a parole) visto in Ucraina e Georgia.

 

Sanzioni come arma strategica

Con Barack Obama, la strategia si istituzionalizzò. Nel 2011, Pdvsa fu sanzionata per presunte transazioni con l’Iran. Ma fu nel 2015 che Obama firmò l’Ordine Esecutivo 13.692, dichiarando il Venezuela una “minaccia inusuale ed eccezionale” per la sicurezza nazionale USA. Non era una valutazione strategica, ma una finzione giuridica per legittimare un’escalation sanzionatoria senza precedenti.

Sotto Donald Trump, l’assedio si fece totale: sanzioni petrolifere, blocco finanziario, embargo su oro e mining, e infine il divieto di emissione di nuovo debito per il Venezuela. Secondo il Center for Economic and Policy Research, solo le misure del 2017-2018 causarono oltre 40.000 morti evitabili, per la mancanza di medicine, cibo e servizi essenziali.

 

2019-2020: il tentativo di invasione e la guerra per procura

Il 2019 segnò il culmine della strategia di rovesciamento esterno. Dopo aver rifiutato di riconoscere la rielezione di Maduro, Washington impose Juan Guaidó come “presidente ad interim”, una mossa mai ratificata dal diritto internazionale. Si tentò un’invasione ‘umanitaria’ dalla Colombia, respinta dal popolo venezuelano e dalle forze armate. Poi, nel 2020, l’operazione Gedeón - una fallita incursione marittima organizzata da mercenari statunitensi sotto il patrocinio di Trump e Guaidó - rivelò fino a che punto Washington fosse disposta a spingersi.

 

La tregua tattica di Biden e il ritorno di Trump

Tra il 2021 e il 2024, il governo Biden concesse una deroga limitata alle sanzioni, permettendo a Chevron di operare parzialmente in Venezuela. Fu una mossa pragmatica: la crisi energetica globale e la guerra in Ucraina spingevano USA a cercare alternative al gas russo. Ma al momento della vittoria elettorale di Maduro nel luglio 2024, Washington gridò al “fraude” e revocò ogni concessione.

 

2025: la guerra non dichiarata

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 ha cambiato radicalmente lo scenario. Il Venezuela è stato nuovamente posto sotto assedio totale: revoca della licenza a Chevron; espulsione di migliaia di migranti venezuelani; classificazione del Tren de Aragua e del cartello Los Soles come “gruppi terroristi controllati da Maduro”; aumento della taglia su Maduro a 50 milioni di dollari; autorizzazione all’uso della forza militare contro le “mafie del narcotraffico” in territorio venezuelano; dispiegamento di una task force navale nel Mar dei Caraibi con cacciatorpediniere, caccia F-35 e un sottomarino nucleare.

Nel settembre del 2025, Trump ha risposto a una domanda su un possibile attacco in Venezuela con una frase criptica ma inequivocabile: “Bene, lo scoprirete presto”. Fino a giungere all’aggressione odierna con il bombardamento di Caracas e il rapimento del presidente Nicolas Maduro con la moglie Cilia Flores.

 

La risposta venezuelana: sovranità, alleanze e resistenza

Di fronte a 25 anni di aggressioni, il Venezuela non si è arreso. Ha consolidato un modello di potere popolare articolato in consigli comunali, ha rafforzato la cooperazione con Cina, Russia, Iran e alleati regionali come Cuba e Nicaragua, e ha mantenuto un sistema elettorale multipartitico, riconosciuto da osservatori internazionali, seppur contestato da Washington.

La “dignità” spesso menzionata nella visione bolivariana non è retorica: è il prodotto di un processo di decolonizzazione politica ed economica che ha messo in crisi l’egemonia statunitense nel suo “cortile di casa”.

La guerra contro il Venezuela non riguarda solo Caracas o Maduro. È un laboratorio di guerra ibrida globale, dove USA testano strumenti di destabilizzazione applicabili altrove: sanzioni estensive, manipolazione mediatica, uso di ONG come braccio operativo, e legittimazione di interventi militari sotto pretesti umanitari o antinarcos.

Non è solo il Venezuela bolivariano a essere sotto attacco, ma l’intero mondo libero e multipolare deciso ad affrancarsi dalla morsa del totalitarismo neoliberale occidentale.

Pin It

Add comment

Submit