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Iran: gli Usa stanno decidendo come intervenire

di Davide Malacaria

Consiglio di guerra negli Stati Uniti per decidere sull’Iran. Nonostante le minacce di Trump e le sollecitazioni, i media Usa più importanti oggi comunicano che probabilmente si opterà per azioni “limitate, un attacco informatico o un attacco all’apparato di sicurezza interna iraniano”, scartando altre possibilità più drastiche come un nuovo attacco ai siti nucleari o bombardamenti contro basi missilistiche, opzioni che innescherebbero una guerra alla quale l’America, a quanto pare, non si sta preparando.

Lo scrive Larry Johnson sul Ron Paul Institute in un articolo nel quale racconta di un regime-change ormai fallito e che si conclude così: “Quali sono gli indicatori di un possibile attacco da parte degli Stati Uniti all’Iran? Gli Stati Uniti dovrebbero avere almeno una task force di portaerei nella regione, almeno un paio di squadroni di caccia/bombardieri e avrebbero dovuto rafforzare o l’evacuare delle basi militari statunitensi nella regione. Finora non c’è alcun segno di tale attività”.

Peraltro, la sparata di Trump sui dazi al 25% contro i Paesi che commerceranno con l’Iran sembra suggerire che il presidente americano preferisca un’azione limitata: questo tipo di proclami contro la Russia nel corso conflitto ucraino hanno scandito i momenti in cui più ha cercato il dialogo con Mosca. Un modo per coprirsi le spalle, per mostrare ai neocon – che premono perché incenerisca più o meno tutto il mondo – che li sta ascoltando.

Quanto al fatto che il regime-change iraniano sia fallito, a stare a quanto scrive Johnson (e non solo lui), ciò sarebbe evidenziato dal fatto che le manifestazioni per rovesciare il governo si stanno diradando, mentre le piazze si affollano di sostenitori dello stesso. Riportiamo la notizia senza accreditarla come definitiva, dal momento che ricordiamo come i regime-change del passato si siano sviluppati a ondate, alternando momenti di piena a momenti di risacca.

Infatti, ci sembra ancora presto per affermare con certezza che le recenti ondate di proteste siano state le ultime. Di certo, negli ultimi giorni appaiono più attenuate, anche per la chiusura delle comunicazioni, compreso Starlink che Cia e Mossad hanno usato per coordinare i cosiddetti rivoltosi.

Riportiamo da Forbes: “Non si era mai visto niente del genere prima. Il blackout digitale dell’Iran ha usate i jammer militari, a quanto pare forniti dalla Russia, per bloccare l’accesso a Starlink Internet. Si tratta di un punto di svolta per la connettività di tipo ‘Piano B’ spesso utilizzata da manifestanti e attivisti anti-regime quando l’accesso ordinario a Internet viene bloccato”. Probabile che ci sia lo zampino russo, dal momento che hanno dovuto imparare come disattivare la rete satellitare di Elon Musk nel corso del conflitto ucraino.

Ma non è detto che l’oscuramento permanga, almeno a stare a quel che scrive il Washington Post (e da quel che si registra in Ucraina), perché i tecnici di Starlink stanno provando ad aggirare il blocco, costringendo i loro omologhi “iraniani” a erigere nuove difese in un “gioco del gatto e del topo”.

Al di là dell’incertezza sugli sviluppi, c’è un cenno nella nota di Johnson che riteniamo di rilievo: “La CIA e il Mossad sembrano aver dimenticato che per attuare un cambio di regime di successo devono avere sotto controllo l’esercito e i servizi di sicurezza. Inoltre, supponiamo che ci siano stati in totale un milione di manifestanti sparsi tra le città iraniane. Si tratta comunque di poco più dell’1% della popolazione totale dell’Iran. Sebbene molti iraniani siano arrabbiati o delusi dalla cattiva gestione dell’economia iraniana da parte del governo del presidente Pezeshkian, ciò non significa che la maggioranza degli iraniani sia pronta a dare la colpa all’Ayatollah Khameni”.

Quanto alle proteste, val la pena leggere il documentato articolo di Grayzone, nel quale ricorda come le prime manifestazioni, che hanno visto scendere in piazza i commercianti dei bazar – figure chiave del Paese – furono accolte con “simpatia” dal governo, che “fornì loro la protezione della polizia”. Poi sono entrati in scena i facinorosi eterodiretti e tutto è precipitato (Greyzone pubblica foto, video e resoconti delle aggressioni e delle devastazioni ad opera dei “manifestanti pacifici”, a cui rimandiamo).

Ciò non vuol dire che le forze di sicurezza iraniane non abbiano usato a loro volta la forza bruta, solo che non hanno l’esclusiva e si trovano ad affrontare una vera e propria guerra ibrida che, dati i precedenti di Siria, Libia etc, affrontano con la determinazione del caso. È una guerra, e per di più una guerra esistenziale, dove si gioca il destino della nazione (come nei casi citati).

Inoltre, è bizzarro notare come i media mainstream piangano più le sorti del povero popolo iraniano, che peraltro per lo più sostiene il governo, che quelle del popolo palestinese, ben più brutalizzato, peraltro dagli stessi che stanno alimentando questo regime-change (vedi articolo del Jerusalem Post: “il Mossad fomenta le proteste…”).

Quanto all’innesco delle rivolte, i media battono il tasto sulle ristrettezze economiche provocate da una dirigenza corrotta e incapace – come se ciò sia peculiare a tali élite e non qualità comune anche alle élite occidentali – dimenticando sia le durissime sanzioni che hanno afflitto l’Iran per decenni, che avrebbero impoverito qualsiasi nazione, sia anche, e forse soprattutto, che il crollo del sistema è stato tanto repentino – tra il 7 e l’8 gennaio la moneta è collassata di colpo – che è impossibile che ciò sia stato casuale. Teheran è stata vittima di un attacco finanziario speculativo simile a quello che fece collassare la sterlina inglese nel 1992, peraltro condotto contro una nazione meno solida della Gran Bretagna.

Sul fatto che Iran e Stati Uniti restino comunque in contatto abbiamo scritto ieri, inutile tornarci. Di oggi la roboante istigazione di Trump ai cosiddetti ribelli, “prendete le istituzioni”, e le minacce: incontri con gli iraniani “annullati”, gli aiuti “stanno arrivando”. Vedremo.


Come molte rivoluzioni colorate, anche questa ha una studiata simbologia mass-mediatica, di stampo hollywoodiano: la sigaretta accesa con un’immagine di Khamenei (vedi foto).

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