A Trump ‘piace vincere’. Note sull’Iran e l’avvio della “Campagna delle Guerre” USA
di Alessandro Visalli
Per fortuna l’Iran non ha armi chimiche.
Quindi non possono essere agitate fialette con polverine bianche all’ONU.
Tuttavia, il resto c’è tutto.
Foto di donne canadesi intabarrate che bruciano foto, vecchie immagini di archivio di donne in bikini sulle spiagge ai tempi di quella bravissima persona che era lo Scià di Persia (non aveva, peraltro, anche una moglie italiana?), morti nella repressione della rivolta che salgono a vista d’occhio, ma sempre su fonti di volenterose ONG finanziate da noi (e da chi, altrimenti?).
Persone che improvvisamente si scoprono atee e ammazzapreti. Scusate, ammazzaimam. Certezze indefettibili, per le quali l’abbigliamento austero richiesto a uomini e donne (e sì, in Iran, anche quando ci sono andato io gli uomini non possono circolare in luoghi pubblici con pantaloncini corti o canottiere, e le donne neppure, ovviamente) è simbolo di oppressione maschile.
Insomma, l’Iran avrà pure cinquemila anni di storia urbana, essere la fonte di gran parte della cultura che arriva ai greci via Egitto e direttamente, nonché della tecnica e della matematica, avere negli ultimi cinque anni circa 200.000 laureati Stem all’anno (la metà donne) in Iran, contro i ca 80.000 in Italia (poco più di un terzo donne). Avrà decine di religioni che sono praticate liberamente (anche quella ebraica) nel paese. E avrà un sistema democratico parlamentare con elezioni combattute (infatti ora sono al governo i ‘moderati’ e ‘progressisti’). Ma, no, il velo è un ‘oggettivo simbolo di sottomissione’, in quanto paese che ha un regime nel quale la religione è in posizione centrale (come nell’intero Medio Oriente senza alcuna eccezione) l’Iran è per la sottomissione delle donne. Infatti, per l’immaginario occidentale la religione è sempre uno strumento di oppressione maschile, tutte.
Ma soprattutto lo è l’Islam, verso il quale ci separa una densa coltre di ostilità suprematista.
- Proviamo ad andare con un minimo di ordine.
Oggi Trump ha twittato che sta per attaccare e che a lui “piace vincere”, quindi lo farà.
Ovviamente lo farà per salvare le donne iraniane dal loro triste destino. In altre parole, per garantirgli i diritti di spogliarsi che hanno gli uomini e le donne occidentali le ucciderà. Ucciderà i loro figli, mariti, padri, e le loro figlie, madri. Non si limiterà, come ha fatto in questi giorni, a mandare squadre di agenti e di sicari a sparare alla polizia, ma metterà direttamente autobombe nelle strade, missili sui palazzi civili, esplicito e franco terrorismo (come siamo soliti fare noi, bravi e generosi).
D’altra parte, quando si è in missione per Dio (o per la Storia), il Dio di Abramo, per l’esattezza, non è che si può guardare a queste piccolezze. Quando si sa di essere l’ultima e più perfetta forma dell’umano, l’unica e indiscutibile verità sull’uomo (e la donna), non si può mostrare debolezza verso chi, colpevolmente, resta “arretrato”.
Noi non empatizziamo con nessuno che non siamo noi stessi. Chi è diverso manca di qualcosa, è meno che umano. Al Dibattito di Valladolid, quando si doveva decidere davanti al re di Spagna se continuare o meno il massacro degli Indios, Sépulveda disse che la guerra era giusta, opera di dio, perché erano “omuncoli”. Precisamente perché mancavano di “libertà”. Siamo sempre a questo punto, restati al 1400. Per noi sono semplicemente “non liberi”. E questo significa che hanno qualcosa di moralmente insufficiente. Una sorta di mancanza (se non altro di carattere, di coraggio, di forza). Si fanno irretire.
Dunque, noi non empatizziamo ma giudichiamo. Lo facciamo da un alto trespolo.
In attesa che cadano le bombe sulle teste di tutti, dei buoni e dei cattivi, vorrei aggiungere poche parole.
- Partiamo dalla cultura
Il fatto è che la maggioranza dell'umanità ha un'altra nozione, o almeno ha anche un'altra nozione, di libertà e di vita buona.
Una donna iraniana, ad un convegno di cui ho riportato notizie (1° gennaio, Conferenza internazionale su donne, intelligenza sociale e giustizia globale, Teheran) ha dato questa definizione di “civiltà”: “Si definisce civiltà il risultato dello sforzo collettivo di una nazione che si realizza attraverso i valori che vengono trasmessi all’interno della famiglia”.
Ovvero, attenzione alle parole, “Il risultato dello sforzo collettivo” e “di una nazione”. La “civiltà” ha continuato, “si realizza” - cioè si crea e si riproduce, evolve – “attraverso i valori che sono trasmessi”.
Ovvero, per la forma di vita che viene descritta in questa frase, che sussiste insieme ad altre, anche opposte, non ritiene che si diventi ‘civili’ attraverso l'apprendimento alla “libertà” nel senso di indipendenza individuale, come in sostanza noi riteniamo. Ritiene che essere “civili” abbia a che fare con una eticità.
Differenze, dunque.
Sono stato per la prima volta in Iran nel 2015, più a lungo, e poi altre volte velocemente, nel 2019 ad esempio. Bene, allora era al potere un governo “moderato” (fase terminale governo Rohani), lo scontro con l'Occidente era in corso, ma si sperava in accordi. Poi c'è stato un governo conservatore con Raisi e poi con le ultime elezioni (come detto in Iran ci sono elezioni e sono molto combattute, con partiti diversi che contendono) nuovamente un moderato, Pezeshkian.
Da qualche tempo nel paese sono nuovamente esplose delle proteste, essenzialmente di natura economica e contro quest'ultimo, quindi sostanzialmente di parte conservatrice[1].
Il punto è che da sempre (almeno da 1700) in Iran le due fazioni si confrontano e hanno una frequente alternanza.
La questione centrale che dovremmo comprendere è che più li aggrediamo, più li disprezziamo, più favoriamo i conservatori.
Ovvero lo spirito, comprensibile e sotto certi profili anche corrispondente alla situazione (ai fatti), anche se non necessariamente veridica (corrispondente alle autopercezioni generali, che, però, sono sempre un costrutto arbitrario, perché sono plurali), per la quale ogni azione di influenza dall’esterno, anche pacifica, è vista come un’aggressione. Dunque, porta argomenti politici alla parte conservatrice della società iraniana. Parte più rappresentata nelle città meno ricche, nelle città ‘sacre’ e nei ceti popolari. E meno rappresentata nella borghesia, nelle città ricche, o nei quartieri ricchi.
La percezione che viene sviluppata, anche strategicamente, anche politicamente, è che l’Occidente vuole disgregare l’unità dell’Iran, distruggere la sua cultura e forma di vita, indebolendone i costumi.
È vero? È falso?
Dipende, è in sostanza vero.
“Indebolire i costumi” è bene? È male?
Questo lo possono decidere solo loro.
È colonialismo? In senso ampio ritengo lo sia.
Ma una cosa è certa, i costumi cambiano sempre, e non necessariamente in una sola direzione.
Non sotto le bombe.
- Quale il senso di questa situazione?
C’è un piano di prima lettura, tutto questo avviene nel mezzo di un’offensiva armata dell’Occidente a guida statunitense verso quei paesi che da qualche tempo tendono a sottrarsi alla sua egemonia. Abbiamo visto le offensive tutto intorno a sé di Israele, culminate nel genocidio in corso a Gaza. La guerra di prossimità ucraina, verso la Russia (prima aggressiva verso le minoranze nelle regioni russofile, poi aggredita e rifornita dall’intero Occidente per quattro anni). Recentemente il rapimento, con risibili accuse in sostanza già cadute al presidente in carica del Venezuela (nel quale oltre cento persone sono state uccise). Poi le minacce reiterate alla Groenlandia (ovvero a un paese europeo), al Canada, al Messico. E ora all’Iran.
La dichiarazione di avere il diritto a controllare il mondo nel proprio emisfero[2].
La giustificazione di questa postura secondo le due affermazioni che “si è sempre fatto così” e che “abbiamo la forza”, ora che, semplicemente, “ci piace vincere”.
Chiedersi quale sia il senso è una domanda alla quale è sempre difficile rispondere. Come ovvio è, infatti, difficile descrivere in corso d’opera il quadro generale, perché si sta ancora facendo. Ma alcune ipotesi possono essere avanzate.
Nella prima parte del suo nuovo mandato Trump avviò una dirompente campagna di imposizione unilaterale di dazi di enorme portata. Dopo una fase di assestamento, ancora in corso peraltro, si è rivolto contro la Cina.
Ma ha dovuto sospendere l’attacco perché questa ha risposto chiudendo alle aziende americane l’accesso alle cruciali “terre rare” che controlla in sostanza in modo monopolistico. Ad aprile ci sarà un round negoziale diretto tra Trump e Xi Jinping per discutere di questo e altre questioni.
Preso atto che la “fortezza Cina” non è attaccabile direttamente, Trump sembra essere passato alla “tattica Netanyahu” (attaccare direttamente e senza preavviso tutti gli alleati esterni e poi, solo dopo, il vero bersaglio), come fatto dal premier israeliano, che ha attaccato Hezbollah, la Siria, le milizie Houti, e solo dopo nella “guerra dei 12 giorni” direttamente l’Iran, ha quindi attaccato il Venezuela, ora l’Iran. Ovvero due dei paesi che forniscono energia alla Cina.
Quale potrebbe essere l’idea? Di strangolare la sua economia (come, a suo tempo, fece Bush Junior con l’Europa, attaccando l’Iraq e, di recente Biden, ancora con l’Europa provocando la guerra in Ucraina, tutte azioni che avevano l’effetto di controllare il prezzo dell’energia) limitando le sue fonti di approvvigionamento energetico, o controllandone il prezzo.
La Cina è un Paese enorme, molto popolato, in rapida crescita e trasformazione anche di reddito. I suoi consumi e le sue esigenze continuano quindi a crescere. Oggi importa tre quarti del petrolio che consuma e quasi la metà del gas. Ma anche moltissimi generi alimentari.
I suoi principali fornitori sono paesi dei Brics, ovvero la Russia, l’Arabia Saudita e l’Iran per il petrolio (il Venezuela incideva per il 5%) e il Brasile per la soia che alimenta i suoi enormi allevamenti. Poi ci sono strettoie e rotte obbligate, ad esempio tra Malesia e Indonesia[3]. Infine, ci sono i paesi africani, nei quali sono presenti le materie prime, molte terre rare, che alimentano la sua industria in particolare tecnologica.
Potremmo dunque essere all’avvio di una “Campagna delle guerre” (Mabam in israeliano), che punta a colpire i tentacoli prima della testa. A questo scopo gli Usa di Trump stanno chiarendo che sono liberi di fare quel che vogliono, quando lo vogliono.
In questo modo, come sta avvenendo in Europa, la capacità USA di controllare il prezzo delle forniture energetiche, avendo eliminato i concorrenti, consentirebbe al paese egemone di “regolare” l’economia e, per questa via, il consenso del paese bersaglio e quindi imporgli la sua volontà. La “lezione europea” passò per una fase nella quale il costo dell’energia arrivo a dieci volte il valore storico, per poi assestarsi oggi a circa il doppio, una volta che questa ha capito di non poter agire in modo indipendente.
Si può essere abbastanza confidenti che se l’Europa diventasse realmente “indisciplinata” (ad esempio stringendo rapporti commerciali stretti con i Brics), il prezzo dell’energia salirebbe.
L’impatto sull’economia cinese, annuale si potrebbe complessivamente stimare[4] nella perdita dello scontro di 15 $ su due milioni di barili russi (ca 10 miliardi), ca. 20 $ su 1,7 milioni di barili iraniani (10 miliardi) e 30 $ su 0,4 milioni di barili venezuelani (ca 3 miliardi). Complessivamente 25 miliardi di dollari all’anno. Se pure non fosse moltissimo, porterebbe una tendenza all’aumento di tutti i costi industriali, al deflusso di valuta, e a una inflazione interna. Come accaduto in Europa. La perdita relativa di competitività porterebbe poi il paese su una traiettoria di maggiore vulnerabilità.
La Cina ha almeno quattro possibilità per opporre questa strategia:
- Potenziare la “Via della Seta”, e farla sboccare in Europa,
- Completare i gasodotti siberiani e alimentarsi ancora di più dalla Russia, rotte che possono essere messe in sicurezza e non sono vulnerabili via mare, questa infrastruttura è oggi rallentata da dispute sul prezzo da praticare (con la Cina che chiede sconti),
- Accelerare, come non per caso sta facendo, con la ‘transizione energetica’, che è essenzialmente un modo per rendersi indipendenti (quindi, generazione elettrica nel deserto del Gobi, con centrali da GW in costruzione, linee di trasmissione in altissima tensione, elettrificazione interna per ridurre i bisogni di petrolio, auto elettriche, industria, pompe di calore, …),
- Investire altro capitale politico sulla coesione dei Brics, in modo che questi non scelgano di tornare sotto le ali americane. Creare un coordinamento Sud-Sud che consenta di aumentare la propria influenza, con i suoi alleati, in ambito Onu (e su questo punto il ruolo dei tanti paesi africani è importante). Inoltre, di comprare a prezzi di favore il greggio “pesante” saudita, che serve ad alimentare le sue raffinerie.
Quindi c’è la grande partita immateriale, il controllo del dollaro e delle transazioni internazionali, su questo terreno Pechino:
- Sta implementando un sistema di pagamento alternativo allo SWIFT, si tratta del CIPS che si impernia intorno allo Yuan.
- Consentire la convertibilità dello Yuan in oro fisico (di cui sta facendo incetta da tempo), a Shanghai e Hong Kong.
- Lo Yuan digitale, che non passa per le banche occidentali, restando completamente fuori del relativo controllo.
Ma, più in generale, lo sforzo di medio periodo della Cina è di rendersi sostanzialmente indipendente dall’ecosistema occidentale[5], riportandosi nella posizione in cui è stata per la gran parte della sua millenaria storia. Quando la “caccia al cervo” si combatteva solo nella piana centrale. Ora, se si riproducesse quello schema la Cina e i suoi paesi tributari (soprattutto quelli dai quali importa materie prime, e sui quali esercita un certo controllo geopolitico, vedi il caso africano) si separerebbero. A questo punto per commerciare con l’area che per semplicità chiamiamo “del dollaro”, non acquistando altrettanti beni, dovrebbe fare credito. Secondo il modello Saudita post 1971.
A seguito del credito dovrebbe fare investimenti all’estero, beni, titoli, etc. ma la recente esperienza mostra che per investire all’estero bisogna essere certi di non essere espropriati (come accaduto agli investimenti e depositi russi, e a quelli iraniani). Oppure essere pronti a sostenerli con la guerra.
Siamo sulla strada di sistemi che sorvegliano i propri confini, determinano aree di investimento sotto stretto controllo (e stretta espulsione del nemico). La ricetta di un necessario controllo spaziale progressivamente proiettato.
Questa tendenza è già in movimento, la crescita cinese rallenta in modo controllato (la crescita, se troppo veloce destabilizza e crea differenze), gli investimenti in uscita (ODI) sono ormai superiori a quelli in ingresso (sono a 192 miliardi nel 2024), la concorrenza interna si è fatta feroce per le imprese cinesi che, al contempo, sono sempre più competitive in termini di qualità, alcune sanzioni (esempio, europee sui materiali energetici) necessitano di fabbriche fuori del paese. A ottobre 2025 il Plenum del Comitato Centrale ha appoggiato questa tendenza, imponendo solo che la funzione direzionale restasse in Cina. Gli investimenti nel Sud-Est asiatico sono aumentati del 36% nel 2024, in Europa spesso costruiscono fabbriche da zero. Ma la Bank of China ha anche evidenziato che le imprese cinesi stanno iniziando a spostarsi “a catena”, ovvero con tutto il loro ecosistema di fornitori a monte ad a valle, trasferendo l’intero cluster industriale[6].
- Nuova direzione
Negli ultimi anni sembra all’opera una tendenza che inverte la direzione “della storia”, rivolta verso la sempre maggiore integrazione. Come accaduto altre volte il mondo si seziona in aree o “Grandi Spazi”.
Il Plenum del 2025 ha mostrato il consolidarsi di una nuova direzione strategica. La costruzione meticolosa di un ecosistema parallelo, autosufficiente e centrato sulla Cina. La Cina passa da essere “fabbrica del mondo”, ad essere o proporsi come “banchiere e architetto del (suo) mondo”. Un centro (l’antica “Piana centrale”) e una corona di stati tributari.
La manovra ha molte facce:
- Una stretta sulle società di consulenza ha reso difficile l’analisi di rischio, disincentivando investimenti diretti dall’estero evidentemente non sempre graditi,
- Gli investimenti all’estero delle imprese cinesi sono stati fortemente incentivati e indirizzati in mercati non ostili (ad esempio, dopo l’ingresso nei Brics in Egitto),
- La Cina ha il 10% di tutti gli investimenti all’estero mondiali,
In sostanza la Cina sta spostando all’estero la propria sovracapacità, creando sviluppo in paesi amici, ma con ciò estendendo l’area di influenza della moneta e la reciproca interconnessione.
Imitando la strategia di successo del grande capitale occidentale durante gli anni Novanta, mentre la produzione fisica migra verso il Sud-Est Asiatico o il Messico, le funzioni ad alto valore aggiunto—gestione della tesoreria, arbitraggio legale, holding di proprietà intellettuale—rimangono ancorate a Hong Kong o Shanghai. Nel 2024, Hong Kong ospitava oltre 300 quartier generali regionali di imprese della Cina continentale, un numero in rapida crescita.
Nel Quarto Plenum del 20° Comitato Centrale del PCC, tenutosi nell'ottobre 2025[7], nel quale sono state gettate le basi del 15° Piano Quinquennale (2026-2030) si è deciso di potenziare le “Nuove Forze Produttive di Qualità”. Passando dalla crescita basata sull'accumulazione di fattori (capitale e lavoro a basso costo) a una crescita guidata dall'innovazione radicale e dal controllo tecnologico. La strategia prevede:
- Creare nuove industrie di avanguardia (IA, Quantum Computing, Biotech, Green Energy),
- Spostare le industrie meno innovative fuori del Paese.
- Eliminare i “colli di bottiglia” tecnologici (diventare indipendenti sui semiconduttori, sui materiali avanzati),
- Creare catene di approvvigionamento interamente controllabili in senso geopolitico, proiettando all’esterno le proprie multinazionali (e attraverso queste acquisire capacità di influenza all’estero, come fecero gli Usa nel secondo dopoguerra nei paesi sconfitti). Potenziare quindi la “migrazione a catena” e tramite meccaniche di investimento indiretto e sotto copertura.
- Reinvestire i profitti in asset all’estero (porti, infrastrutture, ferrovie, miniere) e le riserve per prestiti senza ‘garanzie politiche’.
Questo è il quadro ampio, l’Iran è sotto attacco come parte di una “Campagna delle Guerre” che terminerà solo a Pechino.
Ma, naturalmente, qui si sta parlando del velo.









































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