La guerra all'Iran e gli Epstein Files
di Davide Malacaria
La prima riunione dello stralunato Board of peace ha visto Trump straparlare di ricostruzione di Gaza, miliardi di dollari per seppellire il genocidio, del disarmo di Hamas e lanciare nuove minacce all’Iran, al quale ha dato una scadenza temporale per raggiungere un accordo: 10-15 giorni.
Trump non riesce a non reiterare certi errori: imporre una scadenza equivale a dichiarare guerra, dal momento che, a meno di un miracolo, è impossibile raggiungere un’intesa tanto delicata in così poco tempo.
A spingere per l’intervento anche i petrolieri americani. Lo rivela Max Blumenthal su Grayzone riferendo che al vertice dell’American Petroleum Institute, presenti dirigenti e consulenti delle aziende del settore, uno dei più navigati tra questi, Bob McNally, spiegava: “L’Iran è la promessa più grande, sebbene rappresenti il rischio maggiore è anche la maggiore opportunità. Se riuscite a immaginare gli Stati Uniti che aprono un’ambasciata a Teheran, il regime di Teheran in sintonia col suo popolo – la popolazione più filoamericana in Medio Oriente al di fuori di Israele, storicamente abile sia a livello culturale che commerciale. Se riuscite a immaginare la nostra industria tornare lì, otterremmo molto più petrolio e molto prima di quanto ne otterremo dal Venezuela”.
Secondo McNally, già consigliere del presidente George W. Bush, una guerra contro l’Iran si rivelerebbe un “giorno terribile per Mosca, ma meraviglioso per gli iraniani, gli Stati Uniti, l’industria petrolifera e la pace nel mondo” (sic).
Non per nulla, le parole più dure dell’amministrazione Trump sull’Iran sono state pronunciate del Segretario per l’energia Chris Wright – che risponde ai petrolieri – il quale ha dichiarato che gli States fermeranno il nucleare iraniano, “in un modo o nell’altro”.
Ancora più preoccupanti le dichiarazioni sull’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, su cui tanti hanno messo in guardia per via delle ricadute sui mercati globali. “In questo momento il mondo è molto ben rifornito di petrolio”, ha minimizzato Wright, così che il presidente può agire liberamente, senza “doversi preoccupare di un’impennata folle dei prezzi del petrolio”.
Se si tiene conto dell’importanza che Trump ascrive al settore energetico, si può comprendere quanto sia sensibile a tali sollecitazioni. Pressioni che vanno a sommarsi a quelle ben più costrittive dei neoconservatori, che lo hanno messo in un angolo (ci ha messo anche del suo, ovviamente).
Un segnale della frustrazione di Trump verso i neocon è arrivato sotto forma di battuta, quando, parlando alla stralunata assise su Gaza, ha tessuto un bizzarro elogio di Marco Rubio, il portavoce dei neocon nella sua amministrazione.
Nel lodare la performance del Capo del Dipartimento di Stato al vertice sulla Sicurezza di Monaco, ha detto che lo ha “reso orgoglioso”, aggiungendo che “in realtà, ero così orgoglioso che l’ho quasi licenziato, perché dicevano: ‘Perché Trump non può fare così?'”. E, rincarando la dose, ha proseguito: “Ma Marco, per favore, non fare meglio di così. Perché se lo fai, te ne vai”.
Battute che nascondono altro che non l’invidia del narcisista o il timore del sovrano che si sente incalzato. Nelle dinamiche del potere, quello vero, che Trump, pur non partecipandovi, ha frequentato, certi conti si regolano in privato. Piuttosto un segnale di nervosismo esternato con ilare sarcasmo.
D’altronde, i Files Epstein non gli stanno lasciando scampo. Lo hanno messo in un angolo da cui non riesce a uscire. Quando, all’inizio del suo mandato, i Maga lo incalzavano perché li pubblicasse e lui rispondeva picche, spiegando che i democratici avevano avuto quattro anni per manipolarli, diceva la verità.
Non solo i democratici, ma anche l’intelligence Usa e l’FBI, allora guidati da suoi acerrimi nemici. E, se si tengono presenti i rapporti tra tali Agenzie e il Mossad… D’altronde, e in più, c’è una verità scomoda che pure bisogna dire: a far scoppiare lo scandalo Epstein è stato Netanyahu (non lui, ovvio, ma il potere a lui collegato).
D’altronde, lo ha quasi rivendicato quando ha detto che il coinvolgimento di Ehud Barak, il suo più acerrimo nemico, nella vicenda Epstein prova che quest’ultimo non era del Mossad, implicitamente rivendicando che il Mossad è lui, avendo sconfitto la fazione dell’intelligence antagonista.
Certe dinamiche sono alquanto ricorrenti: certi circoli, certe Agenzie, tessono la loro tela compromettendo personaggi importanti, facendoli partecipi di crimini da cui non si torna indietro, per poi ricattarli. E, quando serve, sono pronti a far scoppiare la bomba per tutti ricattare.
Così è stato per la vicenda Epstein, con i Files che poi sono stati manipolati per salvare qualcuno e non altri. Ci hanno lavorato fin dall’arresto di Epstein, hanno continuato a lavorarci su per anni. E ora possono ricattare tanti potenti. Anche questo, e non solo i comuni interessi, spiega il silenzio di tanto mondo occidentale sul genocidio di Gaza.
Verità scomoda, e comprendiamo le eventuali perplessità dei lettori, ma il ricatto Epstein ha contribuito al genocidio di Gaza. Ciò non vuol dire che i Files dovevano rimanere segreti, anzi, la realtà che hanno disvelato, peraltro intuitivamente ovvia (basti pensare alla seconda tentazione di Gesù nel deserto del Vangelo di Luca), ha permesso a tanti di scoprire certe dinamiche del potere.
Inoltre, è possibile che l’apprendista stregone che ha dato fuoco alle polveri resti anch’esso scottato, dal momento che magari qualcosa può essere sfuggito ai revisori (o magari qualche revisore ha fatto il doppiogioco, come capita in certi ambiti).
Se ne scriviamo è solo per dar modo di comprendere certe dinamiche e per attutire eccessive illusioni sulle conseguenze dello scandalo: ha colpito solo una parte del potere marcio di questo mondo, rafforzando un’altra. E dopo il genocidio dei palestinesi, ora è usato per incenerire l’Iran.
Qualcosa del genere trapela, seppur confusamente, dall’accusa del deputato democratico Jim McGovern che, rigettando la guerra all’Iran perché non è nell’interesse degli americani, ha denunciato: “Vogliamo leader che siano dalla NOSTRA parte, non miliardari come Epstein!”









































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