Iran, la partita globale: che ruolo giocano Russia e Cina?
di Roberto Iannuzzi
L’aiuto discreto di Mosca e Pechino ha contribuito in maniera rilevante a rafforzare la risposta asimmetrica di Teheran che ha messo in crisi la macchina bellica americana
Mentre l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, rapidamente sfociata in una guerra regionale, preannuncia una crisi energetica più grave di quella del 1973, numerosi commentatori hanno speculato sull’apparente basso profilo mantenuto da Russia e Cina nel conflitto.
Alcuni hanno osservato che, malgrado le dure espressioni di condanna dell’attacco israelo-americano e dell’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, né Mosca né Pechino sarebbero intervenute militarmente a sostegno di Teheran.
Molti hanno sostenuto che entrambe trarrebbero profitto da un conflitto che vede gli Stati Uniti impantanati per l’ennesima volta in Medio Oriente.
La realtà è più complessa e sfaccettata. Se è vero che Russia e Cina traggono alcuni benefici nel breve periodo da questa crisi, entrambe corrono gravi rischi a lungo termine da un’eventuale sconfitta dell’Iran.
E sia Mosca che Pechino hanno compiuto alcuni passi per sostenere Teheran, pur cercando di evitare uno scontro diretto con Washington e di inimicarsi le monarchie arabe del Golfo che subiscono la rappresaglia iraniana.
Lungimiranza cinese
Attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano, prima dello scoppio della guerra, 20 milioni di barili di petrolio al giorno (un quinto del fabbisogno mondiale) e oltre un terzo delle forniture di gas naturale liquefatto (LNG).
L’84% del greggio e l’83% dell’LNG provenienti dal Golfo erano destinati ai mercati dell’Asia. Tuttavia, sono gli alleati asiatici di Washington (soprattutto Giappone e Corea del Sud) a risentire del blocco delle forniture in misura maggiore della Cina.
Pechino ha raggiunto nel 2025 un’autosufficienza energetica dell’84,4%, incentrata sul singolare binomio di carbone ed energie rinnovabili.
Il petrolio e il gas rappresentano rispettivamente solo il 18,2% e l’8,9% del consumo di energia primaria. Sebbene più del 70% del petrolio e del 40% di gas siano importati, la Cina ha diversificato le proprie fonti di approvvigionamento.
Pechino ha inoltre accumulato riserve strategiche per oltre 1,2 miliardi di barili, equivalenti a 100-130 giorni di importazioni nette, proprio in vista di uno scenario come quello materializzatosi ultimamente nel Golfo.
Analogamente, la Cina ha ridotto la propria dipendenza dalle importazioni di elio (essenziale nella produzione di microchip), messe in crisi dalla guerra nel Golfo.
Il conflitto è destinato a rafforzare l’immagine della Cina come partner affidabile rispetto agli Stati Uniti, sia nel mondo sviluppato che nei paesi in via di sviluppo. Pechino potrebbe attrarre capitali e ancorare catene di fornitura. Il petrodollaro potrebbe ulteriormente indebolirsi a vantaggio del renminbi, la valuta cinese.
Naturalmente, anche l’economia di Pechino è destinata a risentire della crisi mediorientale, ma in misura minore rispetto ad altri paesi.
L’aumento dei prezzi petroliferi ha poi avvantaggiato la Russia, che potrebbe ricavare almeno 3,5 miliardi di dollari di extra-gettito mensile dalle proprie esportazioni di greggio. Queste ultime sono cresciute a seguito della sospensione delle sanzioni decretata dagli Stati Uniti per cercare di contenere la crisi energetica derivante dalla chiusura di Hormuz.
L’emergenza originata dal blocco delle esportazioni dal Golfo rende il mondo ancor più dipendente da Mosca per la produzione di fertilizzanti. La Russia fornisce infatti circa il 23% delle esportazioni globali di ammoniaca, il 14% di quelle di urea e, insieme alla Bielorussia, circa il 40% di quelle di potassio, elementi essenziali nella produzione di fertilizzanti.
La guerra dei corridoi commerciali
I vantaggi per Russia e Cina sono tuttavia controbilanciati dalle difficoltà che deriveranno dalla crisi economica globale determinata dal conflitto, ma anche da rischi strategici di ben altra portata.
L’attuale competizione mondiale si gioca sulle rotte commerciali e sui grandi progetti infrastrutturali e tecnologici della nuova connettività globale, organizzati lungo corridoi spesso in competizione fra loro.
L’Iran si trova al crocevia di questa competizione. Il paese è uno snodo terrestre e marittimo chiave della Belt and Road Initiative (BRI), la cosiddetta “via della seta” cinese.
Esso è anche il cardine dell’International North-South Transport Corridor (INSTC), direttrice logistica che consente a Mosca di esportare i propri beni verso l’India attraverso l’Iran, bypassando il Canale di Suez.
Gli Stati Uniti hanno elaborato corridoi in diretta competizione con questi due progetti.
L’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), che dovrebbe promuovere la connettività e l’integrazione economica fra il subcontinente indiano, la penisola araba e l’Europa, passando per Israele, si propone come alternativa alla BRI.
La Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), che ambisce a collegare la Turchia all’Asia centrale attraverso l’exclave azera di Nakhchivan, l’Armenia e l’Azerbaigian, intende invece incunearsi lungo il confine meridionale della Russia troncando la continuità dell’INSTC.
Come ha candidamente ammesso Boaz Golany, professore al Technion, l’Istituto Israeliano di Tecnologia, l’attacco israelo-americano all’Iran punta a indebolire la BRI, mettendo anche a rischio gli investimenti cinesi nel Golfo.
Tale attacco è inoltre finalizzato a impedire a Mosca l’accesso al Golfo e all’Oceano Indiano.
Israele lancia la sfida a Pechino e Mosca
Nei giorni precedenti il cessate il fuoco del 7 aprile, Israele ha bombardato numerosi segmenti dello strategico corridoio ferroviario Xi’an-Teheran aperto nel giugno 2025, che collega la Cina all’Iran nell’ambito della BRI.
Questa importante linea ferroviaria era stata progettata per trasportare petrolio e merci fra i due paesi molto più velocemente rispetto alle rotte marittime, riducendo i tempi di spedizione di circa 20 giorni e aggirando punti critici come lo Stretto di Hormuz e lo Stretto di Malacca.
Il 18 marzo, aerei israeliani avevano bombardato Bandar Anzali, il principale porto iraniano sul Caspio, quartier generale della flotta iraniana settentrionale, mettendo a rischio la strategica rotta marittima dell’INSTC.
Una capitolazione dell’Iran bloccherebbe la proiezione continentale della Cina verso occidente, e generebbe una nuova minaccia sul confine meridionale russo.
Sia Pechino che Mosca avevano firmato accordi di partnership strategica con l’Iran, rispettivamente nel 2021 e nel 2025.
Rafforzare la risposta asimmetrica di Teheran
La Cina non ha interesse a facilitare uno scontro diretto con Washington. La Russia vuole evitare una rottura definitiva con l’amministrazione Trump (con la quale alcuni esponenti russi di alto livello ritengono tuttora possibile scendere a patti) e scongiurare una saldatura del conflitto ucraino con quello mediorientale.
Ma dietro la moderazione diplomatica si cela una risposta più articolata: un appoggio all’Iran calibrato per rafforzare le difese e le capacità industriali e tecnologiche del paese senza oltrepassare la soglia del diretto coinvolgimento nel conflitto.
Alcuni componenti cinesi sono alla base della produzione iraniana di missili e droni. Sono stati segnalati anche trasferimenti di tecnologia per la produzione di microchip.
In concreto, la Cina fornisce componenti e input industriali che permettono all’Iran di produrre i propri sistemi d’arma, mantenendo una “plausible deniability” e generando al contempo un effetto strategico decisivo.
Alla vigilia del conflitto, la compagnia satellitare cinese MizarVision ha sistematicamente pubblicato immagini ad alta risoluzione dei sistemi d’arma americani dispiegati nella regione.
Secondo il Financial Times, l’Iran avrebbe addirittura acquistato un satellite spia cinese per monitorare le basi USA nel Golfo.
L’impiego del sistema di navigazione cinese BeiDou per guidare missili e altri sistemi d’arma ha offerto a Teheran un’alternativa al GPS controllato dagli Stati Uniti, i quali possono deteriorare o bloccare il segnale durante uno scontro armato.
Secondo Defence Security Asia, l’Iran ha formalmente effettuato la transizione dal GPS al sistema cinese BeiDou a metà del 2025, dopo la “guerra dei dodici giorni”.
Fornendo supporto radar, di intelligence, e di guerra elettronica, la Cina può testare l’efficacia della propria tecnologia contro piattaforme occidentali avanzate come l’F-35 senza un coinvolgimento militare diretto.
Pechino sembra aver fornito all’Iran anche ampi quantitativi di perclorato di sodio, un componente essenziale nella produzione del propellente solido per i missili, in particolare garantendo il riarmo di Teheran dopo la guerra dei dodici giorni.
Dal canto suo, la Russia sembrerebbe aver fornito a Teheran immagini satellitari, supporto nel perfezionamento dei droni sulla base dell’esperienza maturata in Ucraina, informazioni di intelligence (inclusa la definizione dei bersagli) e tecnologie di guerra elettronica.
Il contributo russo è per certi versi complementare a quello cinese. L’aiuto congiunto di Mosca e Pechino ha contribuito in maniera rilevante a rafforzare la risposta asimmetrica di Teheran che ha messo in crisi la macchina bellica americana.
La partita che si gioca in Iran ha implicazioni militari, strategiche, economiche che vanno ben al di là dell’ambito regionale.










































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