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Israele e neocon bombardano l'Iran, Vance e i negoziati

di Davide Malacaria

Ieri le bombe israeliane hanno ferito gravemente l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, incaricato in via riservata da Teheran di negoziare con gli Stati Uniti, compito che Trump aveva conferito al vicepresidente J.D. Vance. A spiegare tale retroscena è stato il New York Times, aggiungendo che, secondo alcune fonti iraniane, si è trattato di “un tentativo di far deragliare la diplomazia”.

L’aggressione a Kharazi è avvenuta poco prima del discorso alla nazione di Trump, che ora si comprende perché è stato così inconcludente, tanto da sembrare un sarcastico pesce d’aprile: semplicemente il presidente non sapeva più che dire ed è andato in confusione.

Probabilmente si preparava ad annunciare l’apertura di negoziati concreti, rispondendo in qualche modo, in maniera più o meno indiretta, alla lettera aperta agli americani resa pubblica nello stesso giorno – tempistica che a posteriori non sembra un caso – dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, i cui toni erano fermi, ma pacati, e nella quale apriva al dialogo, pur senza concedere nulla ai diktat statunitensi.

Le bombe israeliane hanno chiuso, almeno al momento, la finestra di opportunità. A indicare che le trattative avevano un fondamento anche l’appello lanciato ieri sera dalla Cina – che sta spingendo il Pakistan, partner privilegiato di Pechino insieme all’Iran, a impegnarsi a fondo nella mediazione – nel quale ha chiesto “la fine immediata delle operazioni militari”.

Non è il primo appello del Dragone in tal senso, ma è la prima volta che usa toni così drammatici, invero inconsueti per il suo registro diplomatico.

Così, Israele è riuscito ad affondare il primo serio tentativo di porre fine al conflitto. D’altronde, appare profetica la conclusione di un articolo di Jonathan Cook su Antiwar: “La via d’uscita di Trump [dalla guerra] è sfuggente. E Israele farà di tutto per assicurarsi che rimanga tale”.

Un modo per ostacolare i tentativi americani di forzare un’intesa è anche quello di erodere il potere della fazione imperiale che si sta adoperando a tale scopo. Potrebbe essere questa la chiave di lettura del siluramento, improvviso e inatteso, del Capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Randy George, deciso ieri dal Segretario della Difesa Pete Hegseth.

Certo, ieri l’Iran ha abbattuto il secondo F-35, un altro vulnus all’aereo più avanzato dell’U.S. Air Force e alla tracotanza imperiale. Ma a mettere in dubbio che sia stato tale incidente a provocare l’ira di Hegseth sono i rovesci della Marina, con la super portaerei Gerald Ford ormai fuori dai giochi per un intero anno e la Abraham Lincoln diventata un bersaglio fisso dei missili iraniani.

Nonostante tali rovesci, gli alti papaveri della Marina restano ai loro posti, al contrario di George. Appare, dunque, veritiera la spiegazione del licenziamento data dal New York Times, che riferisce come tra George ed Hegseth ci fosse una ruggine di lunga data, che correva in parallelo “con il difficile rapporto [tra Hegseth] e il Segretario dell’Esercito Daniel P. Driscoll”.

“Nell’ultimo anno”, continua il Nyt, “il generale George e Driscoll avevano stretto una solida collaborazione”, cosa che deve aver acuito ancor più l’acredine di Hegseth. E, però, quella che appare come una banale resa dei conti consumata nel ristretto ambito del Pentagono potrebbe nascondere altro, infatti Driscoll vanta una lunga amicizia con Vance, nata quando i due erano compagni di classe alla Yale Law School.

Il licenziamento di George, infatti, infligge un ulteriore vulnus all’influenza di Vance negli interna corporis dell’Impero e la tempistica rafforza la suggestione che ciò sia legato alle attuali incombenze del vicepresidente, anche perché Hegseth sembra sempre più consegnato ai neocon, al cui Credo lo destina la sua peculiare religiosità evangelicals, votata al sionismo più estremo con inclinazioni alquanto apocalittiche.

Resta che, nonostante l’allucinata confusione, il discorso di Trump conteneva cenni di una qualche inversione di tendenza rispetto alla follia pregressa, almeno questo vi ha scorto Tucker Carlson, capofila dei cittadini statunitensi che si oppongono alla guerra all’Iran, il quale l’ha commentato così: “Il discorso di Trump di ieri sera ha annunciato la fine dell’impero globale americano. Ci attendono tempi difficili, ma a lungo termine si tratta di un’enorme vittoria per gli Stati Uniti”.

Probabile che, al di là del discorso, dove tali cenni sono davvero difficili da rinvenire, Carlson abbia ricevuto qualche informazione più riservata o abbia addirittura avuto una conversazione con il presidente, data la sua frequentazione con lo stesso (che i neocon hanno tentato di impedire in ogni modo). Ignorando eventuali retroscena, registriamo però con labile sollievo le parole di Carlson.

Una nota a margine va spesa per il conflitto che vede il Pakistan impegnato contro Tehrik-e-Taliban Pakistan, un gruppo terroristico che, dall’Afghanistan, imperversa in territorio pakistano, godendo della protezione di parte dei talebani afghani.

A tale conflitto avevamo dedicato una nota pregressa, registrando come fosse iniziato poco prima dell’aggressione all’Iran e annotando che era oggettivamente un’azione di disturbo per la nazione araba che aveva avuto un ruolo cruciale nell’impedire che la guerra all’Iran dello scorso giugno andasse fuori registro.

La Cina si era adoperata a sopire il conflitto asiatico, proponendosi come mediatrice tra Islamabad e Kabul; e in parte aveva avuto successo riuscendo a spuntare un cessate il fuoco per la festività islamica dell’Eid.

Ma poi il conflitto di confine è riesploso e proprio quando il Pakistan è emerso come capofila degli sforzi di mediazione del conflitto iraniano. E ieri, giornata cruciale per tale mediazione, un attentato suicida a Bannu, città prossima al confine con l’Afghanistan, che ha ucciso cinque civili ferendone altri 13. Scopo dell’attentato era vanificare la rinnovata mediazione cinese, ma resta che certe coincidenze temporali interpellano.

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