I tre fattori anti-sociali che hanno permesso alle banche italiane di fare una montagna di profitti
di Alessandro Volpi*
La finanziarizzazione per pochi. Potrebbe essere questa la forma migliore per sintetizzare in maniera chiara il nocciolo dell’economia italiana. Nel 2025, dopo vari anni record, le prime sei banche italiane hanno realizzato utili per quasi 28 miliardi di euro, il 16,2% in più rispetto all’anno precedente, con una crescita del tutto sconosciuta rispetto ad altri settori.
Non è un caso che l’unico comparto in grado di avvicinarsi a tali record sia quello del riarmo con una percentuale del 14%. Simili dati, davvero impressionanti, meritano alcune considerazioni generali, declinabili poi in maniera più specifica caso per caso.
Questa enorme mole di profitti è stata trasformata in dividendi e buy back -un’operazione senza alcuna tassazione- per quasi il 90%: tali dividendi sono andati dunque a vantaggio degli azionisti che nella stragrande maggioranza sono fondi internazionali, con punte intorno al 70% del totale del capitale e, naturalmente, con BlackRock in larga evidenza. La quota di dividendi di cui hanno beneficiato i piccoli azionisti retail italiani oscilla invece, nelle varie banche, dal 7% al 15% del totale. I dividendi bancari sono stati, pertanto, un significativo trasferimento di ricchezza all’estero.
Prendiamo il caso di Unicredit che ha distribuito nel 2025 ai propri azionisti 9,5 miliardi di euro, di cui 4,75 miliardi in dividendi e il resto in operazioni di buy back.
I beneficiari di quei 9,5 miliardi sono in larga misura i grandi fondi statunitensi (per circa il 30%), alcune istituzioni finanziarie in ampia prevalenza straniere (44%), le Fondazioni bancarie (4%), un numero ristretto di fondi sovrani arabi (6%), alcune società italiane (5%) tra cui Delfin dei Del Vecchio e, infine, un azionariato retail poco sopra il 10%. La montagna di profitti arriva solo in minima parte ai piccoli risparmiatori, la cui percentuale italiana costituisce a mala pena l’8%.
È interessante notare che, se la proprietà nelle mani di piccoli risparmiatori italiani sul totale è così circoscritta, la clientela di Unicredit, pari a circa 15 milioni di soggetti, è per il 48% italiana. È chiaro quindi da dove provengono le risorse e dove vanno i dividendi. I risparmi provengono dalla clientela italiana e i dividendi vanno agli investitori internazionali, americani in primis. Questi dati sono però ancora più pesanti se si considera da dove provengono i profitti delle banche italiane.
Fino a un paio di anni fa il grosso degli utili derivava dal deposito “passivo” presso la Banca centrale europea (Bce), che remunerava le banche di fatto per “tenere fermi i soldi”, e dalla differenza tra i tassi pretesi sui mutui e quelli pagati sui risparmi. Negli ultimi due anni, in realtà, gli utili sono derivati da tre fattori ancora peggiori in termini sociali.
In primo luogo le banche si sono arricchite con le commissioni sulla vendita dei loro prodotti finanziari e assicurativa: in parole semplici, vendendo polizze previdenziali e sanitarie, rese sempre più indispensabili dalla ritirata politica del welfare a favore della privatizzazione dei servizi.
A ciò si aggiunge un minor onere pagato dalle banche stesse derivante dalla riduzione del deprezzamento dei titoli dello Stato che hanno in bilancio. Anche qui è utile insistere. Le banche italiane hanno comprato i titoli del debito del nostro Paese con le risorse trasferite gratuitamente dalla Bce; ora, per effetto della politica di austerità contenuta nella Legge di bilancio e nelle altre misure del governo, il rating del debito è migliorato e quindi le banche hanno migliorato i loro bilanci potendo distribuire profitti ai super ricchi. L’austerità ha migliorato la qualità del debito, che ormai viene largamente utilizzato solo per la spesa militare al di fuori dei vincoli del Patto, e il beneficio maggiore lo hanno avuto le banche; non lo Stato che dal 2024 al 2025 ha aumentato il costo degli interessi da 84 a 106 miliardi di euro, e neppure i cittadini e le cittadine che scontano la scomparsa dei servizi.
Il terzo fattore è stato costituito da una maggiore selezione del credito a tutto vantaggio dei creditori solidi, i famosi “clienti redditizi” di cui parla l’amministratore delegato di Unicredit Andrea Orcel. Negli ultimi anni, anche per effetto di normative fatte per creare un credito per soli privilegiati, il flusso dei crediti bancari, spesso coperto da garanzie pubbliche, si è rivolto solo verso clienti estremamente solidi, in modo da ridurre le costose sofferenze. Ciò, tuttavia, ha significato una riduzione del credito complessivo per la stragrande maggioranza delle imprese e delle famiglie italiane che non dispongono di garanzie decisamente onerose. Non è un caso che l’intero volume del credito in Italia arrivi a malapena a 650 miliardi di euro e che quello riservato alle micro aziende non arrivi ai 100 miliardi.
In chiusura possono essere utili due ulteriori considerazioni. Il 2025 è stato un anno decisamente prodigo di profitti bancari perché si sono consumate alcune operazioni di “scalata” molto particolari, a cominciare da quella di Mps nei confronti di Mediobanca: una scalata fatta da una banca più piccola nei confronti di una più grande in cui però gli azionisti erano gli stessi e avevano acquistato una parte delle loro azioni dal ministero dell’Economia con un’asta a dir poco particolare.
La seconda considerazione riguarda il fisco. Le banche italiane beneficiano dal 2011, cioè dal Governo Monti, della possibilità di trasformare le proprie perdite in crediti reali di imposta: l’obiettivo di tale misura era quello di salvare un sistema bancario in affanno per le eccessive sofferenze. Un enorme beneficio permane tuttora in vita quando le banche fanno profitti giganteschi. Il risultato è che pagano un’aliquota effettiva del 20%, invece di quella prevista di oltre 10 punti superiore.









































Add comment