Quando abbiamo smesso di provare a cambiare lo "stato delle cose"?
di Pierluigi Fagan
Leggevo un articolo di un professore americano su The Conversation, riguardo il lento scivolar via delle iscrizioni universitarie nelle discipline umanistiche e il successivo maggioritario pentimento di coloro che l’avevano fatto. L’analisi è prettamente centrata sul Nord America, ma in forme meno segnate è valida anche in Europa.
Sembra che “i laureati in discipline umanistiche: imparano a passare più tempo in riunioni a litigare tra loro che a cambiare il mondo”. Ogni affiliato a uno specifico complesso teorico ostracizza l’altro anche quando questo potrebbe esser utile in chiave di alleanze democratiche.
Sfugge il fine di creare quelle “masse critiche” (approssimativamente tra il 40 e il 60% di una società ma, a seconda dei fini e dei contesti la percentuale può anche essere inferiore) che nelle società complesse sono l’unico soggetto (per quanto plurale) che può operare cambiamenti significativi. Così, mancando del tutto l’orizzonte pratico, il tutto diventa una caotica e rissosa sbornia di pensiero teorico. Ma c’è di peggio.
Il fatto è che lo stesso pensiero teorico non conformista, è praticamente dominato dalla “Teoria critica” che più che una teoria (di iniziali origini francofortesi) è una costellazione teorica collocata nell’ammasso degli atteggiamenti critico-negativi. L’ingenuità di fondo di questo atteggiamento è che: “Sebbene l'obiettivo della teoria critica sia trasformare il nostro mondo, troppo spesso si presume che se scopriamo i modi nascosti in cui opera il potere, saremo trasformati da tale intuizione” e da ciò saremo in grado di trasformare lo stato di cose.
Il professore chiude con “I critici e le critiche sono necessari per rendere il mondo un posto migliore, ma abbiamo bisogno di persone impegnate a costruire società democratiche migliori, non solo a distruggere ciò che non funziona. Ciò significa che abbiamo bisogno di laureati in discipline umanistiche che siano creatori, costruttori, architetti visionari, pianificatori e inventori”. Il tutto arrivando infine a una teoria politica sulle prassi trasformative il cui orizzonte, personalmente, non riesco a vedere oltre a una intensa opera di democratizzazione reale delle nostre liberal-democrazie formali.
L’articolo fa nascere questa chiusura del pensiero in sé stesso negli anni ’70 e da altre analisi sappiamo che proprio in quegli anni, i teorici del sistema dominante hanno teorizzato una democrazia diminuita e disimpegnata parallelamente all’affermarsi della teoria neoliberale. Va aggiunto che poiché una componente assai rilevate di questa costellazione di pensiero critico è di varia origine marxista, la saldezza dell’impianto teorico di riferimento è stato indebolita dalla “svolta linguistica” che non distingue più tra struttura e sovrastruttura, da un declino della presenza del concetto dialettico, dal fatto che le due classi sociali della metà Ottocento europeo hanno generato strati e strati di difficile descrizione e arruolamento politico, dal fatto che il soggetto stesso si è frantumato.
Contano anche le trasformazioni delle proprietà produttive in azionariati internazionali, il continuo e pare inarrestabile aumento delle diseguaglianze (non solo economiche, anche cognitive e culturali), l’emergere di teorie dei bisogni un po’ più complesse di quelle marxiane, la mondializzazione non solo economica, l’aver subito inermi la sistematica distruzione delle forme partito-sindacato, l’arrivo di Internet e dei social e un dominio dell’immaginario che oggi può contare su mezzi prima impensabili (si pensi alla “dipendenza” dalle serie tv).
Da ultimo, il collasso sovietico che non pare esser stato registrato a livello teorico. Sebbene quasi nessuno in Europa avesse l’URSS a modello come era negli anni ’30, era comunque l’unico sistema di diretta derivazione dalla teoria portante, riflettere sui perché fosse così degenerato forse avrebbe portato qualche utile revisione anche della teoria. Una "filosofia della prassi" che non retroagisce i risultati delle prassi nella teoria nega il suo fondamento.
Quindi, l’effetto ripiegamento teorico critico, in parte è stato effetto della potente offensiva teorica ma soprattutto pratica dei poteri dominanti a partire da quelli statunitensi sempre più rilevanti anche in Europa, in parte è stato effetto della sostanziale incapacità di aggiornare nel profondo una teoria generale dei senza-potere portando così a rintanarsi nell’esercizio critico nell’illusione che la coscienza della realtà porti di per sé alla sua trasformazione.
Alcuni di questi temi li ho tratti dalla voce enciclopedica “Filosofia politica” redatta da Carlo Galli per il VII volume della Storia della filosofia occidentale de il Mulino (2015). Gli sguardi enciclopedici hanno la loro funzione quando si trattano problemi ampi e complessi e chissà, forse è proprio per questo che l’idea sulla conoscenza del sistema dominante è sempre più spezzettata nel sapere tutto del tendente a niente. In pratica, per il tema in oggetto (trasformazione politica della società), è un atteggiamento simile allo studiare l’Universo armati di microscopio.
Nello sviluppo della sua voce generale, Galli opera una catalogazione semplificata tra teorie politiche mainstream e la galassia della Critical Theory. Quanto alla prima, ovviamente qui non ci interessa approfondire se non segnalare che i suoi principali portatori (Rawls, Nozick, Rothbard, Carson, Dworkin, volendo Dewey, Nussbaum, i pur interessanti comunitaristi Sandel, MacIntyre, Walzer, Taylor e gli alfieri del repubblicanesimo Pettit e Bellamy etc.) sono tutti anglosassoni. Fanno parziale eccezione in posizione eccentrica Habermas e Offe. In ogni epoca le teorie dominanti sono quelle non solo delle classi dominanti, ma anche delle etnie dominanti e vale qui in teoria politica come per i Nobel che la Banca di Svezia ha sino ad oggi dato agli economisti al 90% anglosassoni.
Non c’è spazio qui per entrare nel merito per altro appena accennato anche dal Galli per evidenti ragioni di sintesi, della parte avversaria raggruppata sotto la definizione di Teorie critiche. La pattuglia dei francesi (Abensour, Balibar, Badiou, Ranciere e un po’ a lato Nancy), oltre a porsi vari problemi sul soggetto, la modernità, lo Stato, sostanzialmente si aggruma intorno a idee di antagonismo e conflittualità varie (contropoteri insurrezionali) che però né si vedono fattivamente, né si capisce come semmai comporle e produrle. Negri immaginava presunte “moltitudini” vedeva prossime lotte, diserzione, nomadismo antagonista richiamandosi al “General Intellect” dei Grundrisse. A volte sembra che quando si mette da parte la complessità del reale concreto, la frustrazione politica si può sfogare nel radicalismo verbale e concettuale senza per altro nessun effetto pratico. Altre volte sembra che la sostanziale inconsistenza di certi ragionamenti e relativi concetti sia nascosta dentro un uso del linguaggio teso a respingere l’effettiva comprensione.
La pattuglia dei filo-psicanalisti (Melman, McGowan in parte Zizek) provano a ibridare Freud e/o Lacan con Marx mentre Derrida è dedito a decostruire. Foucault quanto a sofisticatezza critica non è secondo a nessuno, seguito da Agamben. Laclau-Mouffe hanno avuto una stagione di notorietà col concetto di populismo, Harvey ha fatto analisi critiche sulla globalizzazione e le trasformazioni del capitale, Braidotti-Butler e Brown (di cui lessi l’interessante “Il disfacimento del demos”) vengono iscritte alla critica femminista occidentale e Mohanty-Spivak a quello post-coloniale.
Naturalmente queste “selezioni dei maggiori” lascia sempre qualche scontento, ma a noi interessa il fenomeno del pensiero nel suo generale, ci saranno cioè pur eccezioni ma non fanno massa. Indubitabilmente tale massa del pensiero politico alternativo è “critico-negativa”.
Il pensiero critico-negativo, se non ha possibili sbocchi anche parziali nell’azione, porta a frustrazione, impotenza, profonda depressione politica.
Intendiamoci, il lavoro teorico è assolutamente meritorio e necessario anche se a volte dà l’impressione di eccessiva astrattezza. Ha una sua consistenza se non altro concettuale ed è preliminarmente necessario a possibili sviluppi politici pratici. Non è questo che a nostra volta critichiamo, critichiamo l’assoluta monotonia del solo pensiero “critico”, il suo monopolio dell’area di pensiero cui dovrebbe riferirsi la parte potenzialmente avversa al sistema dominante.
Sembra anche mancare del tutto un elemento fondante il pensiero autocosciente, da Aristotele a Hegel, ovvero la riflessività, la critica della critica. Perché tutto questo lavoro mentale non produce nulla? C’è forse vergogna e pudore a mettersi lì a dire: non sappiamo cosa fare, dove andare e come iniziare? Eppure, lo sviluppo dell’autocoscienza, la riflessione onesta sulla nostra impotenza potrebbe essere già un piccolo passo in avanti.
Se si capisse diffusamente che per cambiare in una società complessa occorrono processi di lunga durata centrati su una ben formata e informata massa critica, sopportando la vicinanza di portatori di immagini di mondo anche in parte diverse dalle nostre tanto è del tutto inutile litigare su valori, aspettative, forme specifiche desiderati per i vari ambiti della di vita associata se manca del tutto il mondo politico di attuarle, già faremmo un passo avanti. L’area di chi vuol cambiare lo stato di cose è ampia ma pare che nessuno sappia rispondere al “come si fa?”.
L’impotenza della massa che pur vorrebbe trasformare la società politica, in Occidente, ha ormai mezzo secolo. Non sarebbe l’ora di prendere il problema come prioritario nelle nostre riflessioni?









































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