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lantidiplomatico

“Con un tipo come Trump non c’è spazio per l’ammorbidimento”

Geraldina Colotti intervista Juan Carlos Monedero

Juan Carlos Monedero non ha bisogno di presentazioni per chi frequenta la politica radicale tra le due sponde dell'Atlantico. Politologo, agitatore di coscienze e architetto del pensiero post-neoliberista, Monedero ha vissuto la Rivoluzione Bolivariana dall'interno come consulente di Hugo Chávez. La sua visione è un ponte prezioso: possiede la sensibilità per comprendere i ritmi del Sud Globale e gli strumenti analitici per smascherare le ipocrisie delle democrazie europee. In questa conversazione, analizziamo la tempesta scatenata dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores del 3 gennaio e la resistenza di un Venezuela che continua a essere, per l'Europa, lo specchio deformante dei propri fallimenti.

* * * *

Juan Carlos, lei conosce bene la malattia dell'eurocentrismo. Perché una parte della sinistra europea, che un tempo applaudiva Chávez, oggi sembra incapace di difendere il presidente Maduro e la sovranità venezuelana di fronte al banditismo di Washington? Ritiene che sia un problema di codardia politica o di una profonda colonizzazione del pensiero?

Credo che la battaglia culturale contro il Venezuela abbia ricevuto un impulso considerevole con la morte di Chávez. Hanno voluto approfittare della debolezza del momento per tentare di dare il colpo definitivo al chavismo. Nessuno eredita automaticamente gli equilibri del presidente precedente, quindi era il momento di dare una spallata. La situazione di Maduro si è aggravata inoltre con il calo improvviso dei prezzi del petrolio spinto dall'Arabia Saudita per contrastare il fracking. In quel contesto, la destra venezuelana ha ignorato i richiami dell'autorità elettorale riguardo alle irregolarità nell'elezione dei deputati indigeni, ponendosi in una situazione di oltraggio alle istituzioni. Ciò ha aperto una crisi nell'Assemblea Nazionale, utilizzata anche per delegittimare il governo. Da questo stratagemma è uscito Guaidó, presentato al mondo come il vero presidente. Era una farsa, ma difesa con le unghie e con i denti dagli USA e dai loro lacchè europei. Il prezzo da pagare in tutti i nostri paesi era molto alto se qualcuno negava la legittimità di Guaidó. L'offensiva mediatica è stata brutale e il Venezuela è diventato il cattivo universale. In questo contesto, c'è stata gente che ha colto l'occasione per smettere di difendere il Venezuela. Era passato il momento d'oro con Chávez, Néstor, Correa, Lula, Evo o Lugo e, inoltre, Maduro era un autista di autobus: cosa che non era così epica per la leziosa sinistra occidentale e per parte di quella latinoamericana, più universitaria che lavoratrice, che ha iniziato ad acquisire gli schemi interpretativi della destra.

In Europa si è tentato di canonizzare Chávez per demonizzare Maduro. Lei, che ha lavorato a stretto contatto con il Comandante, dove colloca la continuità più profonda nel progetto di Nicolás Maduro?

Coloro che canonizzavano Chávez per attaccare Maduro sono gli stessi che hanno tentato di tutto per abbattere Chávez quando era in vita. Pura ipocrisia. Chávez, quando seppe di essere malato e dovette accettarlo, valutò chi dovesse succedergli, se i militari o i civili. Capì che Maduro aveva più capacità di vincere le elezioni rispetto ad altri candidati, specialmente quelli provenienti dalla milizia. Maduro si era formato con Chávez, era socialista prima ancora che arrivasse il Comandante, aveva l'esperienza e i contatti internazionali per il suo lavoro come Cancelliere e, cosa che la gente non sapeva, un'enorme intelligenza, punto su cui concorda chiunque conosca il presidente sequestrato. Si è cercato di squalificarlo, si sono fatti scherzi su Maduro mentre affrontava il compito impossibile di sostituire Chávez e gli si sono voluti attribuire tutti i problemi dell'industria petrolifera, quando si è trattato di un blocco e di sanzioni spinte dagli USA. Tra l'altro, con l'incalcolabile collaborazione di alcuni sudditi della destra venezuelana e di gente del chavismo che non ha resistito ai colpi di cannone da "cinquantamila pesos" o che non si è sentita ben trattata dal nuovo governo.

Il sequestro del 3 gennaio 2026 segna la fine della finzione del diritto internazionale liberale. Dalla sua prospettiva di politologo, quali margini di manovra restano alla politica sovrana in un'epoca in cui l'imperialismo non usa più le sanzioni solo come pressione, ma il sequestro dei leader come metodo di governo globale?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli USA, potenza vincitrice, hanno costruito l'ONU, il FMI, la Banca Mondiale, il CIADI, con il dollaro come valuta di riserva e il controllo del petrolio per disporre di energia a basso costo. Le regole le hanno stabilite loro, con la collaborazione dell'Europa, consolidando così la loro egemonia. Con la scomparsa dell'URSS nel 1991, gli USA hanno iniziato a insistere sull'idea di "un mondo basato sulle regole", che era un modo per esigere da tutto il pianeta la sottomissione alle norme internazionali che permettevano al mondo occidentale di continuare a dominare i cinque continenti. Ciò con cui non avevano fatto i conti era che la Cina li avrebbe scalzati nella potenza economica, tecnologica e militare; così quelle regole hanno smesso di essere utili per loro. L'isteria scatenata negli USA dallo spettacolare decollo cinese ha fatto sì che chiamassero, per due volte, Donald Trump per ribaltare la situazione. Poiché non possono farlo competendo sul mercato internazionale con le regole date, hanno deciso di romperle. Non è successo all'improvviso – ricordiamo l'invasione dell'Iraq nel 2003 – anche se la personalità di Trump fa apparire il momento come una novità. Quanto contenuto nella Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump non è molto diverso da ciò che gli USA hanno sempre fatto, tranne per il fatto che le minacce si avvicinano e colpiscono l'Unione Europea, il Canada, il Messico, la Colombia o si bombarda per la prima volta una capitale latinoamericana. Ma gli aerei di Pinochet che caddero sulla Moneda erano armati e riforniti dagli stessi USA. Diciamo che sono state rotte tutte le regole come se prima non fossero state violate ogni volta che ne avevano bisogno (in Indocina uccisero un milione di comunisti nel 1965-66 e in Argentina fecero sparire 30.000 persone). Forse il problema è che abbiamo creduto al discorso del mondo basato sulle regole. E ora quella rottura delle regole colpisce i paesi che ieri beneficiavano di quell'intelaiatura legale. Questo è il discorso di Mark Carney, il primo ministro del Canada, al Forum di Davos.

Come valuta il ruolo del governo spagnolo e dell'Unione Europea in questa crisi? Sembrano rassegnati a un ruolo di comparsa nel nuovo disegno egemonico degli Stati Uniti, accettando persino il rischio di una nuova ondata di fascismo interno pur di non contraddire i dettami di Washington sul Venezuela.

La risposta dell'UE negli ultimi anni è stata particolarmente vergognosa. Basti ricordare l'appoggio all'invasione dell'Iraq, il riconoscimento forzato di Guaidó, il rimprovero collettivo ricevuto da Trump nello Studio Ovale come se fossero studenti indisciplinati, o il fatto che Trump abbia ricevuto la rappresentante europea, Ursula von der Leyen, in un campo da golf privato di sua proprietà. Aggiungiamo la vergogna della sottomissione a Trump del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte – un razzista che è stato primo ministro dei Paesi Bassi tra il 2010 e il 2024 – tipica di chi è senza dignità o soggetto a qualche tipo di ricatto. Molte volte vediamo il comportamento codardo dei leader europei e pensiamo al sistema di spionaggio Pegasus o ai milioni di immagini dei fascicoli Epstein. Tuttavia, Trump ha "esagerato" e nemmeno i suoi alleati dell'estrema destra lo hanno seguito, né nel sequestro di Maduro né nelle minacce sulla Groenlandia. Inoltre, l'UE ha approvato un inedito Trattato di Libero Scambio con l'India, il che non è altro che una risposta ai dazi degli USA, al sostegno ai leader dell'estrema destra e alla posizione minacciosa generale di Trump contro l'Europa.

Il decreto di Obama del 2015 definiva il Venezuela come una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti, e oggi Trump usa esattamente la stessa terminologia per riferirsi a Cuba. Perché l'impero ha bisogno di riciclare queste formule retoriche? Come spiegherebbe al pubblico europeo che la vera minaccia per Washington non è militare, ma il pericolo dell'esempio di un paese che nazionalizza le proprie risorse e il proprio destino?

Quando mai gli USA non hanno avuto bisogno di un nemico? Quando il vicepresidente colombiano Francisco José de Paula Santander volle invitare l'ambasciatore nordamericano al Congresso Anfictionico del 1826 a Panama, Simón Bolívar si rifiutò categoricamente. Era consapevole che i nascenti USA crescevano solo sterminando tutto ciò che avevano intorno, a cominciare dagli indiani, massacrati o mandati nelle riserve. Persino quello che sembrava più generoso, il loro intervento nella Seconda Guerra Mondiale, lo fecero per interessi imperialisti, come hanno insistito recentemente alcuni storici. Hanno fatto del Venezuela il cattivo universale perché Chávez fu il primo a parlare di negoziare il petrolio in una valuta diversa dal dollaro, riorganizzò l'OPEC, creò l'UNASUR e la CELAC, invitò la Cina e la Russia nel continente e disobbedì agli ordini dei nordamericani, tra le altre cose espellendo la DEA, che dove c'è è garanzia che ci sarà droga. Inoltre, Chávez è sopravvissuto a un colpo di Stato, così come non sono stati capaci di abbattere Maduro colpendo l'economia.

Lei ha vissuto la Rivoluzione Bolivariana dall'interno come consulente. Come è cambiata, secondo la sua esperienza, la natura della sfida per la leadership venezuelana oggi? Quelle battaglie ideologiche dei primi anni sembrano essersi trasformate in una guerra di resistenza assoluta dove si disputa l'integrità fisica dei leader e la sopravvivenza materiale del popolo.

Quando hai una pistola alla testa, l'unica cosa importante è che non ti facciano saltare le cervella. Stiamo cercando similitudini nella storia. Io ho parlato del Trattato di Brest-Litovsk che firmarono i bolscevichi nel 1918 per salvare la rivoluzione. Con un tipo come Trump c'è solo una possibilità che poggia su due pilastri: uno, l'unità mondiale per affrontare qualcuno che è il nuovo Hitler. Non c'è contenimento né ammorbidimento: bisogna fermarlo o darà fuoco al mondo. Poi, paese per paese, devono guadagnare tempo, negoziare in virtù dei rapporti di forza – un po' più di forza il Messico, pochissima il Venezuela – e sperare che a novembre, nelle elezioni di midterm, Trump perda e i democratici spingano per l'impeachment. E pregare che l'Unione Europea si impunti e non permetta più spacconate a Trump, e che Russia e Cina facciano altrettanto. E che la cittadinanza mondiale faccia pressione sui propri governanti affinché fermiamo tutte le guerre in corso e quelle che ci promettono.

 

Recentemente, lei è stato in Colombia e conosce da vicino i cambiamenti nella regione. Di fronte a questo scenario di assedio, come analizza il quadro latinoamericano attuale? Che ruolo può giocare la Colombia di Petro in questo equilibrio di forze e su chi può contare realmente il Venezuela in un continente dove la balcanizzazione sembra essere la strategia maestra degli Stati Uniti?

Dopo l'incontro di Petro con Trump c'è un po' più di tempo in Colombia, mentre qualche settimana fa sembrava fattibile uno scenario come quello del Venezuela. La Colombia non ha petrolio da rubare, ma ha una frontiera che rende difficile la governabilità del Venezuela e l'occupazione totale nordamericana del paese. A Trump è piaciuto sedersi con qualcuno di coraggioso come Petro, che gli ha raccontato ciò che i suoi consulenti non gli stavano dicendo. Come è successo con María Corina Machado, gli mentono costantemente sulla realtà della regione. In Colombia stanno combattendo duramente contro il narcotraffico e contro la violenza e Trump ha dovuto riconoscerlo. Credo che lì finiscano gli accordi e dobbiamo vedere come prosegue. Iván Cepeda, il candidato della sinistra, è primo nei sondaggi e, sicuramente, questo non piace affatto a Trump. Interverrà? Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane, ma la Strategia di Sicurezza Nazionale pesa più di un buon incontro tra Petro e Trump.

Infine, quale lezione di realismo politico ci lascia, dopo il genocidio in Palestina, il sequestro del 3 gennaio per le sinistre del mondo che credono ancora nella neutralità delle istituzioni internazionali e nelle regole del gioco della democrazia liberale?

Credo che, come dissero Aimé Césaire e Hannah Arendt, tutto ciò che permettiamo in altri luoghi finirà per tornare nelle nostre case. Ciò che è accaduto in Palestina credo che si avvicinerà ai nostri paesi. Per questo abbiamo nazi-sionisti in Europa: vogliono il metodo Netanyahu. Gaza è un punto di svolta nel rispetto dell'umanità, come lo è il sequestro di Maduro e Cilia Flores nel rispetto delle norme internazionali. Non sono molto ottimista perché 50 anni di neoliberismo hanno indebolito le nostre fibre morali. Fibre morali che bisogna recuperare in un tempo di nichilismo dove l'aria dell'epoca si avvicina più al fascismo che al socialismo. Ancora una volta siamo debitori di buone analisi e di maggiore mobilitazione popolare. Le proteste contro l'ICE a Minneapolis e in Minnesota, il fatto che Trump abbia perso 6 elezioni in un anno, persino in Texas, il fatto che la popolazione europea si stia svegliando (ricordiamo che non si è potuta concludere la Vuelta di Spagna), che la cittadinanza venezuelana faccia quadrato attorno al governo di Delcy Rodríguez, che è il governo di Nicolás Maduro, che il Messico si mantenga saldo, che la Colombia sia ben salda, che il Brasile, nonostante i commenti sfortunati di Lula, si mantenga fermo accanto alla democrazia, sono elementi incoraggianti. Abbiamo il diritto di essere pessimisti, ma abbiamo ragioni per essere pessimisti speranzosi.


 

Geraldina Colotti: Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

 

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