La storia è ripartita (note su Todd)
di Davide Miccione
Sebbene l’edizione in nostro possesso de La sconfitta dell’Occidente (Fazi 2024) di Emmanuel Todd sfoggi in quarta di copertina inarrivabili complimenti da parte di grandi intellettuali e acuti interpreti del nostro oggi (Cardini, Agamben, Carlo Galli e Pino Arlacchi) e sebbene nello specifico Cardini parli di “evento intellettuale”, questo volume ha ricevuto ben poca attenzione dalle principali testate giornalistiche. Poche parole e sbrigative. E del resto, l’intero libro di Todd è una calma, documentata (e per questo ancor più inoppugnabilmente offensiva) demolizione, con punte financo d’irrisione, di ciò che l’uomo medio sedicente colto occidentale pensa del mondo forse da una trentina d’anni a questa parte e certamente dall’inizio del conflitto russo-ucraino. Todd smantella, con una scelta ragionata e un uso implacabile dei dati, quello che pensa l’editorialista unico occidentale delle testate mainstream, il neoatlantista, l’europeista post-industriale ma pre-bellico.
Il libro è molto ambizioso e aleggia tra le pagine un’aria lievemente vaticinante che l’indubbia capacità predittoria di Todd (mostrata ai lettori già alla fine degli anni Settanta profetizzando il collasso dell’Unione Sovietica) lo porta ad assumere. Il testo, nonostante le 354 pagine dell’edizione italiana, è a volte sbrigativo e altre dispersivo passando da questioni fondanti e generali ad altre più legate all’attualità. Del resto l’obiettivo che si pone, la descrizione/spiegazione del declino dell’Occidente è un boccone molto grande da masticare e forse necessiterebbe, per essere ben condotto, di una vocazione teoretica maggiore e di una mole hegelo-spengleriana. Ciononostante rimane un libro imperdibile e di rara ricchezza e intelligenza.
L’aspetto che salta all’occhio del lettore, ormai alluvionato da analisi geopolitiche e dei rapporti di forza, è l’attenzione di Todd a quel plesso costituito dal rapporto tra prassi sociali e prassi religiose da una parte e tra forma e intensità dello sviluppo economico dall’altra. Todd stesso avverte nella prefazione italiana che questo libro «è stato scritto da chi legge Marx e Weber, non Clausewitz e Sun Tzu» (p. 12). Più Weber che Marx però verrebbe da dire, giacché e proprio il collasso religioso nelle società e il conseguente collasso morale e civile ad apparire qui come causa prima, come struttura, mentre l’economia e lo sviluppo sembrano seguire: «il nichilismo scaturito dallo stato zero della religione, è uno dei concetti fondamentali del mio libro» (p. 13). Weber - sembrerebbe quasi dire Todd - vi ha fatto vedere come dal protestantesimo e dalle sette americane nasca una civiltà; io vi farò vedere come finisce. Per Todd «una delle caratteristiche principali della nostra epoca è la completa scomparsa del substrato cristiano» (p. 47) attraverso le fasi di religione attiva, poi zombi e poi zero e il conseguente «vuoto religioso assoluto, in cui gli individui sono privi di qualsiasi credenza collettiva costitutiva» (p. 163).
Un altro nesso, sebbene meno esplicitato e teorizzato del primo, è l’indebolimento della vita economica industriale delle nazioni e la centralità di quella finanziaria come declino della democrazia e delle capacità della classe dirigente. Essa non riesce a tener «conto degli interessi popolari» (p. 22) o, più radicalmente, approda «a un difficile rapporto con la realtà» (p. 45), una realtà a cui potrà, purtroppo, ricondurci l’esperienza della guerra: «il conflitto ci conduce dall’altra parte dello specchio» (p. 52).
Il volume di Todd è piuttosto netto nel prendere posizione sulle varie questioni collegate alla guerra russo-ucraina che rappresenta per lui sia la manifestazione che l’acceleratore della sconfitta occidentale: «ho avuto modo di definire come degli “squilibrati” mentali tutti quei politici, giornalisti e accademici convinti che la Russia, con la sua popolazione di 144 milioni di individui in calo e che fatica a occupare tutti i suoi 17 milioni di chilometri quadrati di territorio, voglia realmente espandersi a ovest» (p. 14); e ancora: «in questo libro, infatti, esamino il modo in cui la potenza americana, in declino e persino in regressione, sia stata indotta in una trappola strategica dal regime di Kiev, la sua stessa creatura nata nella fase di espansione statunitense degli anni 1990-2007» (p. 17). E infine (pessima notizia per noi) che «la sopravvivenza materiale degli Stati Uniti dipende dunque dal controllo dei propri vassalli» (p. 18).
Ma tutta l’analisi della vicenda russo-ucraina merita di essere letta e meditata perché in essa lo scollamento delle classi dirigenti e della macchina informativa dalla realtà effettuale si fa più ampia e significativa. Solo quello che Todd chiama narcisismo ideologico può spiegare l’enorme quantità di previsioni sballate su questi anni di guerra (efficacia delle sanzioni, isolamento della Russia ecc.). La voce di Todd giunge al lettore paradossalmente rasserenante sebbene pessimista perché riporta gli eventi in una condizione di sobrietà mentale e ideologica che l’Occidente dal 2020 non sa più neppure cosa sia: «proviamo ad assumere una visione geopolitica: il problema principale non è in realtà la Russia. La Russia è un paese troppo vasto per una popolazione in calo, non sarebbe in grado di assumere il controllo del pianeta né tanto meno ambisce a farlo. È una potenza normale, la cui evoluzione non ha nulla di misterioso. Non è in atto alcuna crisi russa che sta destabilizzando l’equilibrio globale A mettere a rischio l’equilibrio del pianeta è invece una crisi occidentale, e più precisamente una crisi terminale degli Stati Uniti» (p. 38). Mi sembra che l’idea degli Stati Uniti come elemento di destabilizzazione mondiale stia trovando negli ultimi mesi una forte conferma.
In tutto il volume però, ciò che colpisce è l’intelligente utilizzo dei dati, il loro soppesarli e metterli in corrispondenza, quasi come un vecchio medico chino ad auscultare il paziente. Infiniti gli esempi: il tasso di disapprovazione all’invio di armi che aumenta con il diminuire del reddito in Francia, Italia e Germania con un allineamento delle classi popolari in senso conservatore. L’Inghilterra resta un caso a sé, per Todd la cultura nazionale più vicina al fallimento totale e ad essa dedica un capitolo più che da storico da anatomopatologo. Ancora: il rapporto tra PIL dedicato alla macchina bellica e risultati in guerra con conseguente riflessione sulla deindustrializzazione occidentale e così via.
Probabilmente il capitolo del libro in cui Todd esibisce la sua capacità di scegliere e collegare i dati fino a creare una trama difficilmente confutabile è proprio quello sulla Russia, in cui mostra attraverso quelle che chiama “statistiche morali”, il lavoro di Putin per ricostituire e suturare le ferite della società russa (un lavoro che ovviamente non esclude né l’autoritarismo né la ferocia contro gli oppositori). Così il lettore deve ammettere la fortissima riduzione di una serie di parametri che ben esprimono la sofferenza dell’uomo comune più dei soliti dati economici con cui l’occidente ama baloccarsi: decessi legati all’alcol, tasso di suicidi, tasso di omicidi, mortalità infantile (al di sotto del tasso statunitense) e poi ancora; esportazione agroalimentare in salita e importazione in discesa, numero di ingegneri prodotti. Una analisi che spiega meglio delle parodie della stampa occidentale come mai il regime russo resista. Del resto, per meglio capire la parabola russa degli ultimi anni i lettori di buoni romanzi farebbero meglio a ricordare l’impressionante descrizione della Russia allo sbando dopo la caduta del comunismo nelle pagine del Limonov di Carrere.
Più in generale, ciò che il lettore può trovare persino riposante rispetto alla produzione degli integrati euro-atlantisti è la presenza di uno sguardo storico ma soprattutto antropologico (si pensi al tentativo di collegare i comportamenti nazionali sulla base della tipologia di famiglia egemone nella loro storia), uno sguardo più ampio di quello moralistico a cui ci stiamo abituando. Todd, in ogni caso, non sembra essere particolarmente affezionato a nessuno dei suoi oggetti di studio: non il neoatlantismo, né l’eurocentrismo, né l’attrazione per il tradizionalismo russo o le cotte per il socialismo ipermoderno della Cina. Invece mostra un’attenzione ai tempi medio-lunghi delle società, delle élite, della costruzione di saperi ed etiche civili e, si potrebbe dire, di un comunitarismo non esplicitamente teorizzato ma che occhieggia in molte pagine. Forse però, è solo la paura che ogni gruppo, classe dirigente, nazione, categoria professionale, facendo riferimento solo a sé stessa, precipiti in un narcisismo in grado di accecarla e non farle cogliere più la realtà.
L’unica cosa certa è che i sistemi sociali vanno verso una condizione di sempre maggiore squilibrio, di insostenibilità. È proprio questa insostenibilità ci assicura che certamente la Storia si è già rimessa in moto.









































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