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fuoricollana

Libia, Italia e due morti eccellenti

di Stefano Bellucci

L’assassinio di Saif al-Islam Gheddafi segna il continuo fallimento strategico italiano in Libia. Aver contribuito alla caduta del regime nel 2011 senza un piano e ora assistere all’eliminazione dell’ultimo potenziale interlocutore unitario, ha lasciato l’Italia in balia del caos a cui essa stessa ha contribuito

Il rapporto coloniale con Libia poneva l’Italia in una posizione centrale nella questione mediterranea. Se da un lato il colonialismo italiano è stato segnato da violenze umanitarie indicibili; dall’altro lato il rapporto post-coloniale italo-libico ha visto entrambi i paesi usare pragmatismo e opportunismo a fini di reciproca convenienza. Ora due morti eccellenti segnano la storia di questo rapporto ambiguo ma fruttifero per entrambe le compagini.

 

Il peso della storia

La prima morte, quella del colonnello Muammar Gheddafi, simboleggia la fine del rapporto post-coloniale che dai tempi della DC, del PSI e anche del PCI aveva visto tessere una trama strategica che la nuova classe politica italiana, inclusi gli ex-missini, senza storia e cultura politica, non ha saputo o potuto proseguire. La seconda è quella del figlio Saif al-Islam Gheddafi, avvenuta qualche giorno fa, che estingue la possibilità per l’Italia di avere un interlocutore libico unitario a garanzia dei propri interessi nazionali.

La storia del rapporto tra Italia e Libia è lunga oltre cento anni. Dura da quando esiste la Libia, che è una creazione italiana. Uno dei primi, se non il primo bombardamento aereo della storia cadde su oasi libiche nel 1911 a opera dell’aviazione italiana. Le bombe furono sganciate a mano da un fragile velivolo italiano sul territorio dell’Impero Ottomano. Quell’atto, più simbolico che strategicamente decisivo, inaugurò un secolo di rapporti tortuosi e dolorosi tra Italia colonizzatrice e Libia colonizzata.

Dalle atrocità dell’occupazione fascista, con tanto di campi di concentramento e massacri di civili, al trattato di amicizia del 2008, quando Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi si strinsero la mano davanti a una tenda beduina, mentre Roma versava miliardi per tacitare il passato e assicurarsi una posizione privilegiata nello sfruttamento delle risorse energetiche libiche, il legame è sempre rimasto carico di contraddizioni insanabili. Fin dal 1951, anno della indipendenza libica, Italia e Libia hanno cercato di stabilire solide relazioni diplomatiche e commerciali. Con Gheddafi al potere, le relazioni si deteriorarono a causa delle politiche di nazionalizzazione e della posizione anti-occidentale del regime a partire dagli anni ’70. Le sanzioni internazionali e i conflitti ideologici complicarono ulteriormente il legame ma non lo falciarono.

 

La prima morte…

La morte di Muammar Gheddafi cadde esattamente cento anni dopo l’invasione coloniale italiana. Il tirannicidio fu reso possibile anche dal consenso italiano che in questo modo rinnegò il trattato di amicizia siglato solo tre anni prima. L’avallo dell’intervento NATO fu una scelta che governo e parlamento italiani presero di fretta e senza ponderazione strategica. Infatti, essi non si chiesero come la distruzione dello stato libico avrebbe reso ingovernabile il settore energetico, fonte vitale di approvvigionamento per l’Italia.

Il governo Berlusconi, inizialmente riluttante nei confronti dei falchi francesi e britannici, si allineò infine alla linea NATO. La spinta più forte per l’intervento “umanitario” venne però dall’opposizione di centrosinistra, in particolare dal Partito democratico di D’Alema e Veltroni e da figure come Emma Bonino, che invocava l’inusuale principio di “responsibility to protect” (il dovere di proteggere). Il manovratore era l’allora presidente Giorgio Napolitano, fautore dell’intervento. Si creò così un’insolita convergenza bipartisan che isolò le voci contrarie (nella sinistra radicale e nella Lega), garantendo l’assenso italiano a una guerra che avrebbe lasciato nel caos il popolo libico e avrebbe messo in pericolo le infrastrutture di petrolio e gas da cui dipendevano gli approvvigionamenti italiani. Quindi contro il diritto internazionale e contro gli interessi nazionali.

Voci critiche isolate ma autorevoli del mondo intellettuale e accademico, come lo storico africanista ed esperto di relazioni internazionali Giampaolo Calchi Novati, si levarono per denunciare la follia strategica di quell’intervento. A queste si unì la protesta del generale Fabio Mini, già comandante della missione NATO in Kosovo. Tutti mettevano in guardia dagli effetti disastrosi e duraturi di una guerra per il cambio di regime. Tutti spiegavano come l’assenso italiano non fosse dettato da una reale valutazione dei disastri sociali in Libia e degli interessi nazionali italiani. Calchi Novati avvertì anche che la distruzione dello stato libico, per quanto autoritario, avrebbe inevitabilmente scatenato un conflitto settario di lunga durata, aprendo una voragine di instabilità permanente nel Mediterraneo a due passi dall’Italia e trasformando la Libia nel crocevia del traffico di esseri umani e del terrorismo transnazionale. Le loro analisi, come quelle dei pochi altri esperti che si opponevano all’attacco, furono ignorate in nome di un’agitazione interventista che, sotto la bandiera dei diritti umani, stava in realtà preparando una catastrofe umanitaria e strategica di proporzioni immani. Visti i risultati e le scelte, si può dire che il consenso bipartisan non sembra fosse guidato da un’autentica preoccupazione democratica, ma da calcoli cinici o da un ibrido deforme di servilismo atlantista e retorica idealista. Per tutti e tutte i e le parlamentari italiani e italiane il dovere di proteggere serviva da copertura morale a un allineamento con decisioni prese altrove.

Abbandonando un dialogo difficile ma strutturato, iniziato con il “contenimento impegnato” di Andreotti e la “normalizzazione profittevole” di Craxi e concluso da Berlusconi, la nuova classe politica bipartisan credette di potersi liberare di un partner scomodo, senza comprendere che stava scavando una fossa sotto i piedi dell’Italia. Infatti, la gestione italiana del dopo-Gheddafi è stata un catalogo di errori, ambiguità e svolte dannose. Il governo Monti, tecnicamente orientato alla stabilizzazione, di fatto abdicò a un ruolo politico autonomo, seguendo la linea francese e britannica che privilegiavano un cambio di regime senza piani di ricostruzione. Letta e soprattutto Renzi tentarono e fallirono il riavvicinamento tra le parti in guerra, il che portò alla svolta scellerata del governo Gentiloni nel 2017, quando si siglò l’infausto Memorandum d’intesa con le autorità di Tripoli sostenute dalle milizie. Quel trattato, rinnovato poi dai governi Conte, Draghi e Meloni, ha di fatto esternalizzato il controllo delle frontiere a soggetti non-governativi e non legati al potere centrale libico, indirettamente finanziando e legittimando i centri di detenzione per migranti. Non parliamo qui delle sistematiche violazioni dei diritti umani documentate. Quella di Gentiloni è stata una scelta cinica e peccaminosa, che ha messo la “riduzione degli sbarchi” al di sopra di ogni principio e di ogni strategia di stabilizzazione a lungo termine, aggravando la crisi umanitaria e consolidando il potere delle milizie che oggi controllano anche i terminali energetici.

 

La seconda morte…

La seconda morte, quella di Saif al-Islam Gheddafi, quindici anni dopo suo padre, ha anch’essa un alto valore simbolico per l’Italia. Con Saif viene estirpata l’ultima radice di quel progetto nazionale gheddafiano, sicuramente autoritario ma dotato di una precisa visione strategica, con cui l’Italia, suo malgrado (perché Roma non ha più una visione strategica), aveva imparato a confrontarsi. La morte di Gheddafi figlio corrisponde alla morte della prospettiva di trattare con un’entità libica unica e in grado di prendere decisioni su immigrazione ed energia. Invece, oggi Roma è costretta a negoziare con una galassia di miliziani e signori della guerra, ciascuno legato a un padrone esterno diverso. Persino i flussi di gas e petrolio dipendono dagli umori dei capi-milizia di turno.

Un esempio emblematico di questa dinamica è stata la famosa vicenda al-Masri, un ex-capo milizia che ha avuto un ruolo importante nel rovesciamento del regime di Gheddafi. Pluriricercato internazionale per i crimi contro l’umanità è stato prima arrestato e poi rilasciato dalle autorità italiane. La vicenda che tutti conoscono è indice del fallimento politico dell’Italia, umiliata, prostrata e costretta a intrallazzi con persone non solo equivoche ma che le remano addirittura contro. L’influenza italiana nella regione mediterranea è ai minimi termini così come la credibilità dei governi di Roma.

La doppia morte segna quindi un doppio fallimento storico italiano, frutto di una sequenza di scelte politiche miopi e spesso opportunistiche. Primo, lo squarcio del diritto internazionale. Secondo, avere contribuito a disintegrare un regime alleato senza avere o avere preteso un piano preciso per il futuro, illudendosi di poter amministrare l’instabilità. Terzo, avere assistito impotente all’eliminazione di Saif, dell’unica figura che, pur legata a un passato oppressivo, poteva incarnare una riconciliazione nazionale e ridare all’Italia un interlocutore unitario sebbene controverso.

Il risultato finale è che l’Italia subisce più di altre nazioni le conseguenze della crisi libica. La scelta del 2011 ha provocato la perdita di un partner privilegiato. L’instabilità in Libia ha prodotto flussi migratori incontrollati. L’Italia si trova in una situazione di vulnerabilità energetica senza precedenti. Essendo la Libia un terreno difficile e il gas russo off limit, l’Italia deve mendicare gas dall’Algeria e competere per questo con altri paesi europei, tra cui la Spagna e la Francia. Ecco il risultato delle scelte avventate che hanno portato alla morte di Gheddafi padre e il silenzio seguito alla morte di Gheddafi figlio.

La pochezza (diciamolo pure!) della classe politica italiana si riscontra nella scelta continuata di non perseguire alcuna pace interna in Libia. Nessun tentativo di ricostituzione di un apparato statuale unito e funzionante è in atto. Rinunciando a un qualsivoglia straccio di strategia (magari di diritto internazionale!), il governo italiano si autocondanna a trattare in perpetuo con una miriade di miliziani, rendendo ogni accordo precario e ogni interesse ostaggio dei capricci di attori locali e dei loro padrini esterni. Il prezzo dell’inettitudine dei governi italiani non lo paga la classe politica, bensì i popoli libico e italiano.

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