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Un racconto parziale. Quello che non torna della macchina di propaganda di Meloni

di Clara Statello

Qualcosa non quadra nella narrazione dominante degli scontri della manifestazione del 31 gennaio a Torino. Non è un discorso di dietrologia o complottismo. È una questione di propaganda e strumentalizzazione. La violenza c’è stata, ma qualcuno ha interesse ad alimentare l’odio, criminalizzare l’opposizione, mettere alla gogna i manifestanti, per creare un clima da anni di piombo e perseguire gli stessi obiettivi: ridurre le libertà e perseguitare quanti osano opporsi a politiche liberticide, di riduzione dei diritti, di macelleria sociale.

I due agenti di polizia sono stati dimessi dall’ospedale domenica stessa, subito dopo la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La premier si è recata dopo dieci giorni dalle popolazioni colpite dal ciclone. A Torino dai due poliziotti si è fiondata subito. Si è fatta fotografare con atteggiamento paternalistico: stretta di mani, mano sulla spalla. Lo stato c’è, lo stato sta con le forze dell’ordine, lo stato prenderà provvedimenti.

“Contro di loro martelli, molotov, bombe carta ripiene di chiodi, pietre lanciate con le catapulte, oggetti contundenti di ogni genere e jammer per impedire alla polizia di comunicare”, scrive su Facebook.

“Erano lì per farci fuori”, ha detto un agente – prosegue - Ora sarò chiara. Questi non sono manifestanti. Questi sono criminali organizzati. Quando si colpisce qualcuno a martellate, lo si fa sapendo che le conseguenze possono essere molto, molto gravi. Non è una protesta, non sono scontri.

Si chiama tentato omicidio”. Fortunatamente, i due poliziotti tutto sembrano fuorché vittime di un tentato omicidio. Non mostrano grosse ferite o abrasioni, portano l’uniforme in ordine, possenti bicipiti in evidenza e persino gli anfibi ai piedi, sulla brandina, pronti a scattare.

 

Un racconto parziale

Il racconto dei fatti è parziale e a integrarlo ci pensa una giornalista del Manifesto, Rita Rapisardi, in un post di Facebook diventato virale.

“Fortuna vuole che quella scena l‘abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle”, scrive l’inviata free lance che ha assistito a tutta la scena e ne fa una ricostruzione.

“A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi”. Tuttavia c’era ancora tensione “perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate”.

La cronista torna in corso Regina Margherita, dove ormai erano rimaste non più di 30 persone:

“Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata) – scrive - una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. Vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello)”. Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, ‘basta, basta, lasciamolo stare’. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno”.

In base alla testimonianza, il video avrebbe riportato non un’aggressione, ma la ritorsione all’aggressione di Calista contro gente che si faceva i fatti suoi a fine manifestazione. Tutt’altro che un tentato omicidio.

Sono state rese altre testimonianze sulla violenza della polizia contro i manifestanti. In particolare contro un sessantenne ridotto una maschera di sangue, a cui gli agenti avrebbero negato il soccorso, e contro un giornalista. Questi casi sono stati raccolti da Fanpage.

 

A cosa mira la propaganda

La manipolazione delle notizie a fini di propaganda è evidente. Il governo ha sfruttato l’occasione per imporre una narrazione che disumanizza i manifestanti, criminalizza la sinistra radicale, per forgiare un’opinione pubblica favorevole a:

  • Limitazioni della libertà di manifestazione e di espressione;
  • Intensificazione della repressione;
  • Riduzione gli spazi politici.

Le tempistiche sono perfette. La strumentalizzazione degli scontri di sabato servirà anche a mobilitare il fronte per il Sì al referendum sulla giustizia.

 

La polarizzazione

Il governo parla di clima da anni di piombo. È una mistificazione, mai il conflitto sociale è stato così basso come negli ultimi quindici anni. L’odio va solo in una direzione: dall’alto verso il basso. Serve a disumanizzare l’opposizione, a dividere l’opinione pubblica e alimentare l’odio verso un presunto “nemico interno”.

Come cento anni fa, i fascisti utilizzavano gli squadristi per colpire chi osava alzare la testa e intimorire chiunque intendesse farlo (punirne uno per educarne cento), adesso truppe di squadristi virtuali servono le elite al potere con linciaggi mediatici, gogne social, minacce, insulti, persecuzioni contro il comune nemico del momento. Per comprendere di cosa si sta parlando, basta leggere gli attacchi contro chi ha messo in dubbio la versione del governo, come la Rapisardi o Selvaggia Lucarelli. Il governo Meloni ci sguazza in questo clima da guerra civile e lo alimenta.


Clara Statello: Clara Statello, laureata in Economia Politica, ha lavorato come corrispondente e autrice per Sputnik Italia, occupandosi principalmente di Sicilia, Mezzogiorno, Mediterraneo, lavoro, mafia, antimafia e militarizzazione del territorio. Appassionata di politica internazionale, collabora con L'Antidiplomatico, Pressenza e Marx21, con l'obiettivo di mostrare quella pluralità di voci, visioni e fatti che non trovano spazio nella stampa mainstream e nella "libera informazione".
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