A Davos la foto di un sistema al collasso
di Alessandro Avvisato
Quest’anno il World Economic Forum di Davos riunisce quasi 3.000 partecipanti tra manager, banchieri, finanzieri, politici provenienti da oltre 130 Paesi. Tra questi ci sono circa 400 leader politici, tra cui quasi 65 capi di Stato e di governo.
Il presidente Usa Trump è arrivato ieri con grande clamore e già se ne sente il protagonista ma, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare gli ormai fragili rapporti multilaterali nel mondo capitalista che il Wef di Davos ha sempre rivendicato come propria caratteristica.
La rivista dei ricchi – Forbes – elenca i temi al centro del World Economic Forum di quest’anno in ordine di importanza: la geopolitica e la sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa. Al centro delle discussioni ci saranno anche le guerre commerciali e la geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche. Non mancheranno dossier strategici come energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico.
Ma la stessa Forbes sottolinea come nell’agenda siano scomparsi o ridimensionati temi come clima, inclusione e cooperazione multilaterale che pure erano stati centrali nelle edizioni precedenti.
A differenza dagli anni scorsi, infatti non risulta in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica ma solo la promessa di affrontare “le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta”.
Passati dunque completamente in secondo piano i temi come l’emergenza ambientale, sparite anche le sessioni dedicate negli anni scorsi a ‘diversity’, equa tassazione, anti-corruzione, eguaglianza di genere e giustizia sociale.
L’arrivo di Donald Trump al World Economic Forum ha animato le strade di Davos con centinaia di manifestanti che sono scesi in piazza per contestare la presenza del presidente statunitense, facendo salire le tensioni sociali e politiche intorno al Forum.
I cortei, organizzati da movimenti ambientalisti, sindacali e reti no-global, denunciano apertamente le politiche di Trump in materia di dazi, clima, geopolitica e rapporti con l’Europa. Slogan contro l’unilateralismo americano, striscioni contro il “potere delle élite” e richieste di giustizia sociale hanno accompagnato le proteste, mentre le misure di sicurezza sono state rafforzate in tutta l’area del Forum.
Le manifestazioni e le contestazioni nelle strade si inseriscono in un contesto già segnato da forti tensioni diplomatiche: dalla minaccia di nuovi dazi statunitensi contro Paesi europei alle tensioni su Groenlandia, e poi Ucraina e Medio Oriente.
“Non voglio rompere la Nato, ho fatto tantissimo per la Nato” ha affermato Trump nel suo intervento a Davos. “Gli Stati Uniti stanno cercando di avviare “negoziati immediati” per discutere l’acquisizione della Groenlandia, ha assicurato il presidente Usa. “tutto quello che vogliamo dalla Danimarca è questo grande pezzo di ghiaccio dove costruiremo il più grande Golden Dome di sempre, per difendere anche il Canada, che ha avuto tante cose gratis da noi”. Non voglio usare la forza, quello che voglio è la Groenlandia”. Gli Usa vogliono “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia” e “se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto” e “se diranno di no, ce lo ricorderemo”.
Poi, dopo un breve incontro riservato con Mark Rutte, segretario pro forma della Nato (che non si capisce a quale titolo possa decidere dei territori di un paese europeo diverso dal suo), il cambiamento di umore a 180 gradi: «Sulla base di un incontro molto proficuo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, abbiamo definito la struttura di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d’America e per tutte le nazioni della Nato».
A completare la pochade arriva poi lo stesso Rutte a garantire che della sovranità della Groenlandia “non si è parlato”.
Riferendosi poi ai partner europei Trump aveva iniziato dichiarando che “Amo l’Europa ma deve uscire dalla cultura in cui si è infilata negli ultimi dieci anni, si stanno distruggendo da soli”, ha affermato Trump, “vogliamo alleati forti, vogliamo che l’Europa sia forte” ma ha rivendicato di aver evitato all’America la “catastrofe energetica” avvenuta in Europa a causa della “grande truffa green, la più grande truffa della storia”.
A fotografare un clima politico ed economico non certo lusinghiero è stato lo stesso Chief Economists’ Outlook, pubblicato alla vigilia del Forum, secondo il quale “Il 53% dei capi economisti interpellati prevede un peggioramento delle condizioni economiche globali nel 2026. Gli Stati Uniti mostrano prospettive in miglioramento, con il 69% che si aspetta una crescita moderata e l’11% ‘forte’, l’Asia sudorientale corre trainata dall’India, la Cina resta in una zona grigia. L’Europa appare l’anello più debole: una guerra dei dazi con gli Usa, ha avvertito il cancelliere tedesco Merz, danneggerebbe tutti”.
Il World Economic Forum si è aperto in un contesto geopolitico assai “più complesso dal secondo dopoguerra, con guerre aperte ai confini dell’Europa, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crisi dell’ordine multilaterale, la frammentazione degli scambi e delle catene del valore” scrive un esperto osservatore internazionale come Ennio Remondino.
In questi giorni a Zurigo, Berna e nelle strade che portano a Davos, si segnalano proteste e contestazioni di movimenti ambientalisti, antimilitaristi e giovanili. Il fatto che – a differenza degli anni dei movimenti no global – i mass media le ignorino non significa affatto che abbiano torto. I leader riuniti a Davos sono i responsabili del piano inclinato sul quale sta venendo trascinata l’umanità.









































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