Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Attaccare l’Iran… Usa e Israele hanno iniziato

di Dante Barontini

tehran iran attaccare israele 720x300Aggiornamenti:

Ore 11.40: Le autorità israeliane riferiscono che gli attacchi di questa mattina in Iran hanno preso di mira la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian.

Secondo un funzionario israeliano, anche altri alti comandanti del regime e militari sono stati presi di mira. Al momento, gli esiti degli attacchi non sono chiari, afferma la stessa fonte.

In precedenza, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim aveva riferito che Pezeshkian “gode di piena salute”. Secondo quanto riferisce Al Jazeera L’esercito iraniano ha dichiarato che tutti i comandanti militari iraniani erano in buona salute

Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno dichiarato che “I nostri attacchi missilistici e con droni continuano come parte dell’Operazione True Promise 4. Abbiamo preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta USA in Bahrain con missili e droni e le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, oltre a centri militari e di sicurezza in Israele”.

Quella iraniana è una scelta abbondantemente annunciata da tempo che punta ad estendere la portata del conflitto e della risposta all’aggressione USA-Israeliana ma che strattona pesantemente anche tutte le relazioni tra l’Iran e i paesi arabi del Golfo.

Significativamente il Ministero degli Affari Esteri saudita afferma in una nota che “Condanniamo l’aggressione iraniana e la palese violazione della sovranità degli Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Giordania. Avvertiamo delle gravi conseguenze di continuare a violare la sovranità degli Stati e i principi del diritto internazionale”.

Ore 11.00: Bombardamenti anche sull’Iraq. Un bombardamento statunitense ha preso di mira una base militare irachena che ospita una milizia filo-iraniana provocando vittime, riferiscono all’AFP. Si tratta della base di Jurf al-Sakher, nel sud dell’Iraq, appartiene ad Hashed al-Shaabi, o Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ma che ospita principalmente il gruppo filo-iraniano Kataeb Hezbollah.

Iran. Sono giunte notizie di attacchi aerei israeliani contro Isfahan. A Teheran si parla di un attacco all’edificio del parlamento iraniano e di bombardamenti su Ministero dell’Intelligence iraniano, Ministero della Difesa iraniano, Ufficio del Leader Supremo, Agenzia iraniana per l’Energia Atomica.

Israele. La televisione israeliana Canale 12 riferisce che un edificio di 9 piani nel nord di Israele è stato colpito e uno degli appartamenti è stato gravemente danneggiato. I media locali hanno riportato forti esplosioni nella regione della Galilea, mentre anche i residenti di Haifa hanno riferito di aver sentito delle detonazioni.

10.45. Al Jazeera riferisce che razzi intercettori vengono lanciati da varie parti del centro di Israele mentre le sirene risuonano in tutto il paese. Si sono sentite esplosioni nei pressi di Ramallah.

L’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che quattro principali basi statunitensi in Qatar, Kuwait, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti sono sottoposte a un intenso attacco missilistico da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana (IRGC)

10.30. La Reuters ha riportato una massiccia esplosione nella città di Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, mentre Al Jazeera riporta di esplosioni anche in Kuwait. Il ministero dell’Interno del Qatar ha detto alla popolazione di tenersi lontana dai siti militari.

10.25. Gli Houthi yemeniti hanno deciso di riprendere gli attacchi con missili e droni contro le rotte marittime e contro Israele in appoggio all’Iran. Lo riferiscono due alti funzionari Houthi, che hanno parlato a condizione di anonimato poiché non c’è alcun annuncio ufficiale da parte della leadership Houthi. Uno dei funzionari ha dichiarato che il primo attacco potrebbe avvenire già “stanotte”.

Le sirene stanno suonando a Gerusalemme e nelle aree circostanti, così come nel nord e nel sud di Israele, dopo il lancio di missili balistici dall’Iran a seguito degli attacchi militari israeliani e statunitensi di questa mattina su Teheran.

Un missile lanciato dall’Iran verso il centro di Israele è stato intercettato dalle difese aeree, secondo fonti della difesa. Non ci sono segnalazioni immediate di feriti.

Nel frattempo, nuove sirene suonano nel nord di Israele dopo il lancio di missili balistici dall’Iran. Le IDF affermano che i sistemi di difesa aerea stanno lavorando per intercettare i missili.

L’IRGC iraniano afferma che la prima ondata di attacchi missilistici e con droni è stata lanciata contro Israele in risposta agli attacchi contro l’Iran, ha riportato l’agenzia di stampa Tasnim.

****

10.00. Al Jazeera riferisce che anche nel Barhein, una delle petromonarchie del Golfo, sono state udite esplosioni. Le foto mostrano un razzo che atterra nella capitale bahreinita, Manama. Secondo altre fonti sarebbe stata colpita la base militare statunitense di Juffair dove c’è un centro logistico di supporto alla flotta USA. L’Iran ha affermato che le basi Usa in Medio Oriente sono un target legittimo della propria risposta agli attacchi.

*****

9.40. Netanyahu è apparso in un messaggio video in ebraico dopo che Israele e Stati Uniti hanno lanciato un’ondata di attacchi contro l’Iran, affermando che l’operazione è stata lanciata “per eliminare la minaccia esistenziale” posta dalla Repubblica Islamica e “creare le condizioni” affinché gli iraniani possano cambiare il loro destino.

*****

Inguardabili i media occidentali che parlano di “attacco preventivo”, riprendendo senza filtri né riflessione le parole del genocida ministro della Difesa Israel Katz, che lo definito tale. Subito dopo il Comando del Fronte Interno israeliano ha ordinato alla popolazione di svolgere solo attività essenziali in tutto il Paese. Le restrizioni appena annunciate vietano gli assembramenti pubblici, l’andare al lavoro e la scuola.

****

9.00. Due colonne di fumo sono visibili a Tehran. Le esplosioni, secondo alcuni media, sarebbero avvenute nei pressi degli uffici di Khamenei. Che però da giorni sarebbe stato trasferito in un luogo più sicuro. Esplosioni anche nell’est e nel centro nord della città. Tra gli obiettivi ci sono il ministero dell’intelligence e quello della Difesa, oltre all’Organizzazione per l’energia atomica. Ma anche da altre città vengono segnalate esplosioni.

Naturalmente tutti si attendono una risposta… E in effetti l’esercito israeliano ha fatto suonare le sirene d’allarme perché sarebbero stati rilevati missili in arrivo.

*****

Trump, dopo un silenzio inziale, ha rivendicato di aver deciso e lanciato l’attacco con i seguenti obbiettivi:

Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Annienteremo la loro marina militare.

Faremo in modo che i “terroristi” della regione non possano più destabilizzare la regione o il mondo.

Faremo in modo che l’Iran non ottenga armi nucleari. È un messaggio molto semplice. Non avranno mai armi nucleari.

Questo regime imparerà presto che nessuno deve sfidare la forza e il potere delle forze armate degli Stati Uniti.”

Funzionari del Pentagono hanno confermato che “l’operazione potrebbe durare diversi giorni.

L’attacco di questa mattina contro l’Iran è avvenuto nonostante Washington e Teheran avessero apparentemente concordato giovedì di continuare le negoziazioni nucleari la prossima settimana, con il presidente USA Donald Trump che ieri aveva dichiarato di non essere “soddisfatto” del comportamento iraniano ma di non aver ancora preso una decisione sull’autorizzazione o meno a un attacco militare. Col senno di poi, sembra che si trattasse di un atto di depistaggio.

In aggiornamento…

*****

giornali euro-atlantici ospitano dotti interventi di “esperti” sul come e quanto attaccare l’Iran. Il dispositivo militare accumulato nel frattempo è quantitativamente paragonabile a quello usato contro il confinante Iraq, ma nel frattempo è passato oltre un quarto di secolo (1990-91 il primo round, 2003 il secondo).

Ma nelle ultime ore si sono moltiplicati i segnali negativi, con una serie ormai rilevante di paesi che ordinano o consigliano i propri connazionali di lasciare la Persia e Israele. Il dado sembra ormai tratto con l'”asse del male” Washington-Tel Aviv deciso far arretrare di decenni lo sviluppo del paese governato dagli ayatollah, che era finalmente esploso con la fuga dello shah Reza Pahlevi e l’eliminazione della servitù verso gli Stati Uniti.

L’esitazione statunitense è stata lunga, e motivata. Da allora – e dal primo tentativo fallito di “liberare” l’ambasciata Usa a Tehran, occupata dagli “studenti” – non sono passati soltanto gli anni, ma sono cambiate anche le forme della guerra, come si è visto con quella in Ucraina ed anche nella “guerra dei dodici giorni” di Israele-Usa contro la stessa Tehran.

In estrema sintesi, si è visto gli eserciti occidentali, con a disposizione una quantità di armamenti limitata ma super-tecologica – seguendo la trasformazione di eserciti destinati a “guerre asimmetriche” contro nemici privi di armamenti corrispettivi – vanno in difficoltà contro armi tecnologicamente più arretrate ma a bassissimo costo e costruite/utilizzate in grandi quantità.

Lo ha sperimentato direttamente Israele, lNon è chiaro se questo primo attacco israeliano sia avvenuto congiuntamente con aerei statunitensi, ma tutti danno per scontato il “coordinamento” tra i due eserciti. Il New York Times, citando un funzionario statunitense, ha riferito che erano in corso anche attacchi statunitensi. ’anno scorso, quando ha visto il suo sofisticato e costosissimo sistema anti-missile “Iron Dome” travolto da sciami di droni e missili lanciati in numero tale da saturare/esaurire le batterie difensive.

Di fatto i media in questione – quelli più attendibili, almeno – hanno riportato le preoccupazioni dei vertici politici e militari Usa che non riescono a calcolare con sufficiente precisione quanto le loro basi e le loro truppe sarebbero “al sicuro” rispetto ad una massiccia risposta iraniana ad un attacco Usa di grandi dimensioni. Lo stesso Capo di Stato Maggiore delle forze Congiunte ha avvertito Trump: “L’Iran non è il Venezuela“.

Il problema sottostante si chiama scarsità di munizioni difensive (missili antimissile), tanto che è stata ritirata la proposta – di qualche mese fa – di spostare un certo numero di batterie Patriot e similari dal Medio Oriente all’Ucraina. I costruttori che hanno contratti con la difesa statunitense stanno del resto dicendo da tempo agli alleati europei di non avere la capacità di produrre più armi per aiutare l’Ucraina.

La testata POLITICO, per esempio, riportava un paio di giorni fa che “Il Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington, ha stimato che gli Stati Uniti abbiano lanciato fino al 20 percento dei missili intercettori Standard Missile-3 che si prevedeva avessero a disposizione nel 2025, e tra il 20 e il 50 percento dei missili del sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense).

Non si deve naturalmente dedurne che “l’Iran è troppo forte”, visto lo squilibrio assoluto in termini di aviazione, marina, e soprattutto testate nucleari (di cui è privo). Si tratta invece di capire che la “vittoria facile e priva di costi”, di cui Trump e la propafanda Usa hanno sempre bisogno, non ci può essere.

Una reazione droni/missili di Tehran produrrebbe danni consistenti, che stimolerebbero una guerra prolungata per “punire più severamente” gli ayatollah, trascinando così l’America in un conflitto costoso e di lunga durata (mesi, come minimo) per raggiungere un obiettivo niente affatto chiaro e inspiegabile all’elettorato trumpiano.

In fondo l’attacco all’Iran è un “bisogno primario di Israele”, non statunitense. Le ipotesi politiche a valle di un attacco, non a caso, ammettono persino il mantenimento del regime vigente (con buona pace dell’ascaro Pahlevi, che sogna il ritorno sul trono del padre), ma “decapitato e invalidato”.

Quindi non una “guerra per la democrazia” – argomento tipico dell’establishment “dem”, altrettanto sanguinario ma con pretese “umanitarie” – né come una “guerra per la pace”, visto che il Medio Oriente intero sta spingendo per fermare tutto, temendo un “dopo” di alta tensione o incontrollabile per anni.

Il quadro cambierebbe se i colloqui in corso portassero ad una rinuncia iraniana ai missili balistici. Ma non si capisce perché Tehran dovrebbe privarsi dell’unica vera deterrenza contro l’ennesimo assalto di Tel Aviv (ricordiamo che ci sono stati innumerevoli attacchi aerei missilistici, nonché attentati e uccisioni mirate di generali, scienziati, ecc). E la cosa è stata ribadita più volte nel corso dei colloqui, con inviti a “non chiedere troppo” rivolti agli inviati Usa.

Dunque l’equazione non era scioglibile con qualche certezza, lasciando l’amministrazione Trump a ballare su un grande numero di crisi politico-militari (Ucraina, Venezuela, vari paesi del Medio Oriente, Taiwan usata per “stuzzicare” la Cina, Nigeria) con uno strumento militare ai limiti delle sue possibilità (lo dimostra proprio la “più grande portaerei del mondo”, la Gerald Ford, tolta dal fronte venezuelano per irrobustire quello iraniano, ma in crisi igienica per il malfunzionamento dell’impianto fognario dopo i mesi passati in mare aperto).

In questa incertezza l’idea di un “attacco limitato e decapitante” – sequestrare o uccidere Khamenei e qualche altro comandante religioso e/o militare – è sembrata a lungo la meno “costosa”. Tant’è che nell’entourage trumpiano qualcuno si è spinto a suggerire “ma non ci conviene che attaccare sia Israele, invece che gli Usa?” Non che cambi molto negli sviluppi blicci successivi, ma l’elettorato trumpiaqno avrebbe meno remore a seguire un’altra avventura militare in qualche modo “obbligata” e non “scelta”.

Il tutto, infine, viene discusso come fosse un innocuo war game. Nessuno che si chieda “perché”, o “per quale obiettivo”. La retorica guerrafondaia occidentale ha ormai superato le colonne l’ercole della “giustificazione necessaria”. Si fa una guerra perché ci va di menare ad un certo nemico, che è “cattivo” per definizione, visto che non obbedisce…

Comunque sia, dicevamo, il dado sembra tratto. L’ambasciata Usa in Israele, guidata da quel sionista evangelico di Mike Huckabee, ha ordinato al proprio personale “non essenziale” di lasciare il paese nel più breve tempo possibile. Così ha fatto la Cina con i propri connazionali in Iran, impegnati in numerosi progetti comuni.

La Guida Suprema, l’ayatoah Khamenei, ha nel frattempo stabilito quattro livelli di successione in tutte le posizioni politiche e militari, memore degli attentati contro comandanti di rilievo che hanno accompagnato la “guerra dei dodici giorni”. Le dichiarazioni odierne dei leader iraniani, sia militari che politici, indicano che questa volta non ci sono “linee rosse”, che lo scontro diretto non è la prima opzione, ma è messo nel conto.

Rispetto a quella guerra, poco più di sei mesi fa, in cui era stata registrata una notevole debolezza della contraerea di Tehran, la Cina ha fornito all’Iran il radar YLC-8E, noto come “stealth killer”, già entrato in servizio. La Russia ha a sua volta fornito il sistema missilistico spallabile Verba, contro missili e aerei a distanze che vanno dai 10 metri ai 4,5 chilometri in verticale e 6,5 chilometri in orizzontale.

Un’arma “personale”, che non necessita di postazioni di lancio identificabili dai satelliti. Inoltre, l’Iran è stato dotato di nuovi missili antiaerei. La ferita che può dunque infliggere agli attaccanti, anche prima della risposta droni/missili, può essere profonda, anche se l’Iran dovesse infine essere annientato. Ma è uno scenario tipo “Vietnam”, non proprio il migliore per un presidente vanaglorioso che ama solo “vincere facile”.

La classidra vede scorrere il tempo come la sabbia, e ieri si è anche chiusa la breve “finestra di pace” garantita dalla visita del premier indiano Ranendra Modi in Israele (durante quale un attacco è praticamente impossibile perché avrebbe messo in pericolo l’ultraconservatore premier di quella “più grande democrazia del mondo” – 1,4 miliardi di persone – che gli Stati Uniti stanno provando a far sfilare dai Brics). Ed anche Nuova Delhi ha invitato i suoi cittadini a lasciare al più presto l’Iran.

Lunedì, peraltro, Israele celebra la festa ebraica di Purim, che commemora la fuga da un mitologico “complotto persiano”. In mancanza di giustificazioni razionali valide, un simbolismo religioso d’accatto può diventare un “messaggio storico” lanciato contro tutti i musulmani. Scadenza, anche questa, forse troppo vicina, visto che “Narco” Rubio, ministro degli esteri statunitense, è atteso anche lui in Israele proprio a partire da lunedì. E sembra decisamente improbabile che voglia fare l’esperienza di una guerra proprio da uno dei bersagli principali.

Le poche speranze che la situazione non precipiti nei prossimi giorni sta, non paradossalmente, nella possibilità che i calcoli fatti e rifatti dai generali Usa mostrino dei risultati ben poco soddisfacenti per il tycoon. Perché ci sembra davvero improbabile che una testa come questa – quella di Pete Hegseth, che rinominato in “della Guerra” l’ex Dipartimento della Difesa – possa partorire qualcosa di sensato.

Pin It

Add comment

Submit