Rileggere “Postmodernismo” di Jameson
di Marco Fontana
Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo di Fredric Jameson è tornato in libreria per Einaudi. Forse la scomparsa del suo autore nel settembre del 2024 ha incoraggiato una ripubblicazione che si aspettava da troppo tempo, dato che la versione uscita per Fazi nel 2007 era ormai fuori mercato. Rispetto a quella prima e già ottima edizione è cambiato poco: la traduzione è rimasta quella di Massimiliano Manganelli, la postfazione di Daniele Giglioli è diventata una prefazione arricchita da un’aggiunta, e in copertina una scultura di Jeff Koons ha sostituito una foto di Jeff Wall. Com’è ovvio, invece, molte cose sono cambiate dal 1991, anno di uscita del saggio negli Stati Uniti. E se già la prima traduzione integrale del 2007 arrivava in Italia dopo che il dibattito su questi temi aveva dato i suoi frutti più maturi (Ceserani, Raccontare il postmoderno, 1997; Jansen, Il dibattito sul modernismo in Italia, 2002; Luperini, La fine del postmoderno, 2005), ora questo saggio non solo può sembrare appartenere a un’altra epoca, ma può persino essere percepito come il reperto di una stagione intellettuale esaurita – con il postmoderno che è stato dato per morto e con un marxismo ridotto a pezzo da museo già a partire da quegli anni Novanta in cui diventavano egemoni i metodi destrutturanti della French Theory. E tuttavia, a differenza di tanti altri testi coevi, anche a rileggerlo oggi pare che Postmodernismo non sia per nulla invecchiato male.
Anzi, come scrive Giglioli nell’apertura della sua Addenda 2026, sembra invece che «tutti i problemi che ha discusso sono aperti» e che «tutte le posture che ha adottato per affrontarli […] sono ancora nella panoplia dei discorsi possibili»[1]. Credo che questo sia vero soprattutto se si considera il suo articolarsi in due direzioni che presentano a un tempo l’attualità e l’inattualità del discorso di Jameson: una è strettamente politica, l’altra è critico-teorica.
Una prima vicinanza si realizza dal momento che è variata di poco la condizione strutturale in cui questo discorso si accasava già alla metà degli anni Ottanta, dato che a oggi il “tardo capitalismo” non solo non ha cessato di imporre la sua logica, ma ha continuato a insinuare le sue narrazioni nel senso comune – come se il nostro fosse sempre il migliore dei mondi possibili, anche quando si aprono nuovi fronti di guerra a ogni quarto d’ora. E se da un lato è vero che negli ultimi decenni si è parlato a più riprese di crisi della globalizzazione, di condizione neomoderna e via dicendo, dall’altro lato è vero anche che queste crisi non hanno minimamente indebolito il capitalismo, ma hanno solo sclerotizzato alcune sue contraddizioni nella pace immobile del there is no alternative. Di questo passo l’apparente riassorbimento di ogni frattura ha rafforzato la naturalizzazione del nostro sistema economico, al punto che, seguendo la prospettiva di Jameson, la vera crisi che ci dovrebbe preoccupare è in primo luogo quella che riguarda la nostra incapacità di ragionare per tendenze storiche, di intrepretare in maniera razionale il circostante[2]. Il fatto che pensare storicamente senza ritenersi estranei al proprio oggetto sia ancora un gesto rimosso dal senso comune si può forse leggere come spia del nostro essere ancora dentro una condizione postmoderna (o quantomeno dentro un postmodernismo avanzato, per dirla con Marco Gatto, che ha visto il delinearsi di una logica compromissoria tra «un’ipermodernità» che accelera i processi di accumulazione e una «postmodernità estenuata» che fa dell’astratto la sua norma)[3]. Da questa prospettiva possiamo continuare a trovare nell’analisi di Jameson i tratti di una condizione che è in parte ancora la nostra, così come possiamo ancora affidarci agli strumenti della sua mappa cognitiva per leggere alcuni fenomeni socio-culturali che hanno esacerbato i loro tratti in anni recenti. Uno su tutti è la diffusione pervasiva del “total flow” che costituiva l’essenza di quei video e video-testi che Jameson aveva visto come i «medium più caratteristici del postmodernismo» e che ora sono diventati segno dominante della nostra comunicazione, dalle flash-news alla catena potenzialmente infinita di reels che troviamo sui social. Allo stesso modo, tra i vari aspetti ‘cartografati’ da Jameson quasi quarant’anni fa, sembra essere rimasta immutata la nostra incapacità di accomodarci in un «iperspazio» che è non solo fisico ma anche geo-politico, dove eventi e narrazioni di scala diversa si affastellano generando spaesamento e perdita di riferimenti. Ma se è abbastanza semplice trovare risorse nelle mappe cognitive di Postmodernismo, è invece più complesso ereditare il momento utopico che percorre sottotraccia il suo testo, al punto che resta vivo il quesito che Giglioli si poneva già nella sua prima postfazione: «liberazione di chi, e praticata da chi?». Si ripresenta la solita domanda politica che impone di capire chi e come potrà agire sul piano del concreto, chi dovrà mettere in campo la propria soggettività dopo che altri hanno letto e interpretato la realtà sul piano teorico. Perché fino a quando la conoscibilità del circostante non si sarà saldata con un’azione politica organizzata si resterà in mezzo a quel «guado» dai confini incerti di cui Jameson ha tracciato le coordinate in Elaborazioni secondarie, ultimo capitolo del volume. Ma in quelle pagine questo momento riflessivo veniva considerato già di per sé liberatorio, in quanto capace di spezzare l’egemonia del sempre uguale e di pensare ad altri possibili cominciando a scavare lo stesso terreno che ci si ritrova sotto i piedi, come faceva allegoricamente quella “vecchia talpa” che chiudeva in modo conflittuale lo scritto di Giglioli del 2010. Nella nuova prefazione per Einaudi, invece, Giglioli ammette con ironia che da questo punto di vista ci «è andata male». E come dargli torto. Eppure, una volta constatato questo stato di cose, se andiamo a vedere come Jameson abbia affrontato il negativo che gli stava di fronte ci resta un margine di guadagno da quel gesto di verifica delle tendenze di lunga durata, da quel voler «pensare storicamente» in un’epoca che ha dimenticato come farlo[4].
Da qui arriviamo alla seconda direzione indicata più sopra, che per forza di cose tramuta l’attualità politica di Jameson in inattualità critico-teorica. Qui Postmodernismo si presenta chiaramente come un saggio che manifesta un alto tasso d’alterità tanto rispetto al nostro tempo quanto già rispetto a quello della sua prima uscita. Spiegava infatti Jameson alla fine degli anni Ottanta che il «discorso teorico» messo in circolazione dal postmoderno tendeva a interrogare il circostante intrecciando discipline e saperi restando sempre su un piano eminentemente testuale, obliterando così il conflitto tra i vari dispositivi man mano convogliati. In contrasto con questa «illusione testualista»[5], Jameson ha provato ad acquisire l’intero senso di una dominante culturale e a riabilitare la categoria di totalità come strumento interpretativo: questo gesto critico tentava di rivelare laddove il postmoderno occultava, di portare mediazione e scavo dove il senso comune imponeva immediatezza e superficialità. Se ci sia riuscito o meno non è questione da porre in questa sede, e la prefazione di Giglioli potrà offrire argomentazioni più valide delle mie. Quello che invece è certo è che il metodo critico di Jameson dispiega tutt’oggi la sua intempestività perché mette a nudo per contrasto anche la diffusa ritrosia della teoria critica a tracciare coordinate sulla lunga e sulla media durata, a pensare per tendenze più ampie di quelle dei singoli recinti disciplinari: «Chi mai scriverebbe oggi un libro come questo, o come tanti suoi?», ci chiediamo infatti con Giglioli. Se non altro, al momento, riproporre i testi di Jameson può aiutare a fare due cose: su un piano locale può contribuire a far riaprire un dibattito sul futuro della teoria critica e sui suoi obiettivi; mentre su un piano più ampio Postmodernismo può portare a chiederci cosa si generalizza come stile culturale, quali tendenze rivelano gli artefatti del nostro tempo, e infine come si possa pensare storicamente in un mondo che resiste ideologicamente al concetto di Storia in sé.
Ma chiudiamo tornando a questa riedizione, dove in apertura al suo scritto Giglioli fa riferimento con arguzia a una boutade di Žižek, che avrebbe detto che era più facile immagine la fine del capitalismo che la morte di Jameson. E invece Jameson è morto e il capitalismo sembra essere in salute: che fare? Credere che leggere Postmodernismo possa servire a opporsi al nostro sistema economico significherebbe fare un torto allo stesso materialismo di Jameson, ma riappropriarsi dei suoi strumenti critici potrebbe quantomeno farci smettere di naturalizzarlo.










































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