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Dal “Sì o No” degli esperti al campo di gioco vero: perché voterò NO al referendum sulla giustizia

di Mario Sommella

Referendum Giustizia Cover.pngQuando sento ripetere che sul referendum sulla separazione delle carriere dovremmo “lasciare da parte l’ideologia” e “affidarci agli esperti”, mi torna in mente il richiamo al filosofo Abelardo, menzionato in un articolo di Nello Rossi su Volere la Luna, e il suo Sic et non. Allora erano i Padri della Chiesa a dire tutto e il contrario di tutto; oggi sono i costituzionalisti. Per ogni luminare che spiega perché bisogna votare Sì, ce n’è un altro che argomenta in modo limpido per il No. E alla fine chi decide non è il “miglior esperto”, ma quella testa apparentemente incompetente che è la nostra, di cittadini e cittadine.

Non è la fine del mondo, anzi: è il punto da cui partire. Perché nessuno di noi voterà in base alle technicalities della riforma, ma in base a una domanda molto più semplice e molto più politica: questa riforma è coerente con l’idea di società che voglio, o è coerente con quella del blocco di potere che oggi governa?

Se guardo a chi la propone, a come governa, a quali alleanze coltiva e a chi se ne rallegra, io la risposta ce l’ho: voterò NO. E provo a spiegare perché.

 

I. Una destra-destra trumpiana: il potere come diritto di comandare

Questa maggioranza non è un centrodestra temperato. È una destra-destra che guarda apertamente al trumpismo come modello culturale: America delle armi facili, che si arroga il diritto di rapire un capo di Stato nel disprezzo del diritto internazionale, con milizie (ICE) che interpretano la giustizia, al minimo sospetto, con esecuzioni extragiudiziali, dei muri contro i migranti, delle élite economiche che si sentono “scelte” dalla storia e dalla buona sorte, dei poveri trattati come colpevoli del proprio destino, quindi corpi estranei da espellere.

Dentro questa visione c’è un sottofondo teologico molto preciso, che Max Weber ha analizzato a suo tempo studiando il calvinismo: il successo materiale come segno della grazia, il fallimento come indizio di colpa o di indegnità. Tradotto in termini politici: chi sta in alto è legittimato a comandare; chi sta in basso è un gregge da governare, disciplinare, pacificare, all’occorrenza da reprimere. Non c’è interesse per le cause strutturali delle disuguaglianze, ma solo per la punizione degli “indisciplinati”.

Questa antropologia punitiva si sposa benissimo con l’idea di un esecutivo forte, poco controllato, libero di decidere chi è il “buon cittadino” e chi è il nemico interno: il povero “irregolare”, il migrante, il manifestante, lo studente che occupa, il lavoratore che sciopera “troppo”.

In questo schema, la magistratura indipendente è un corpo estraneo. Il pubblico ministero che indaga sui poteri forti non è un servitore dello Stato: è un disturbatore, uno che non ha “capito il suo posto”.

 

II. L’ombra lunga dei poteri opachi: affari, massoneria, mafie

Non possiamo fare finta che questa destra nasca oggi, dal nulla. Una parte importante del blocco che la sostiene affonda le radici in un’area di centrodestra affarista, massonica, intrecciata per decenni con zone grigie del potere economico, mediatico e, in alcuni casi, con l’universo delle mafie.

Qui non siamo nel terreno delle insinuazioni, ma dei fatti accertati:

1. Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, era iscritto alla loggia massonica P2 con la tessera n. 1816, come ricostruito dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta.

2. Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura decisiva nel legame tra il partito e certi ambienti economico-mediatici, è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con Cosa Nostra fino agli anni Novanta. Questo elenco sarebbe molto più lungo, per ragioni di spazio rimando ad altri articoli scritti in passato, su queste persone, la maggior parte appartenenti a quell’area politica, oggi governativa.

3. Il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, documentato e smontato da un’altra Commissione parlamentare, disegnava già quarant’anni fa un progetto di controllo dei media, indebolimento del Parlamento, normalizzazione della magistratura, a uso e consumo di un blocco di potere economico e politico ristretto. Sulla loggia massonica Propaganda 2 si è veramente scritto tantissimo, ed atti passati in giudicato hanno appurato la contiguità a quel periodo di tentati golpe e stragi “di Stato”, dove pezzi di apparati di sicurezza statali, destra fascista eversiva, agivano insieme nel torbido, contro l’ordinamento democratico.

Quando oggi questa destra mette mano alla Costituzione e all’ordinamento giudiziario senza avere un proprio pensiero organico sulla giustizia sociale, sulla sanità, sulla scuola, è chiaro che l’unico “manuale” disponibile resta quello: più potere all’esecutivo, meno spazi di controllo, meno conflitto, meno contropoteri.

Dentro questo scenario, la separazione delle carriere non è un ritocco tecnico: è un modo per togliere di mezzo il pubblico ministero come soggetto davvero autonomo, soprattutto quando indaga su colletti bianchi, comitati d’affari, reti massoniche, ceti politici in odore di mafia.

 

III. Il diritto penale del gregge: punire i deboli, proteggere i forti

Negli ultimi anni abbiamo visto costruirsi, decreto dopo decreto, quello che molti giuristi hanno chiamato “diritto penale dell’insicurezza”.

I tratti essenziali, al netto delle differenze, sono ormai chiari:

1. Verso il basso, un diritto penale del nemico: più reati, più aggravanti, pene sproporzionate per comportamenti che hanno a che fare con il disagio sociale, la protesta, la marginalità (dai rave agli imbrattamenti, fino alle azioni dei movimenti climatici), uso compulsivo dei decreti emergenziali come risposta a ogni allarme mediatico.

2. Verso l’alto, un diritto penale dell’amico: depenalizzazioni, allentamenti prescrizionali, trucchi procedurali che rendono la vita più facile a chi può permettersi grandi studi legali, ai colletti bianchi, alle grandi imprese, con una particolare attenzione a evitare che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri di comando.

3. In mezzo, uno Stato che offre tutele crescenti alle forze dell’ordine, anche quando emergono abusi, e che si abituata a pensare la sicurezza più come ordine pubblico che come sicurezza sociale.

È la traduzione giuridica dell’idea calvinista rovesciata in chiave politica: chi è “benedetto” dal successo economico è legittimato a fare quasi tutto; chi è povero, fragile, conflittuale è un problema da disciplinare.

Per governare un gregge, non serve la giustizia; bastano la paura e il codice penale. Ecco perché questo assetto ha bisogno di una magistratura meno autonoma, meno imprevedibile, più “affidabile” per chi governa.

 

IV. Chi vota Sì? La linea di faglia tra cittadini e impuniti

In questo contesto la domanda diventa brutale: chi ha davvero interesse a questa riforma?

Non credo sia una frase infelice o improvvisata quando, in incontri pubblici, magistrati che vivono ogni giorno il processo penale ricordano che questa riforma piace soprattutto a chi ha conti aperti con la giustizia: indagati eccellenti, imputati, condannati che sognano un sistema in cui il pubblico ministero sia meno libero di toccarli, meno vicino al giudice, più esposto alla pressione politica e disciplinare.

Se guardiamo alla storia recente, vediamo un filo rosso:

1. Ogni volta che le indagini hanno provato a scalfire l’impunità dei poteri forti, dai sindacalisti uccisi e mai vendicati in Sicilia, alle inchieste sulle stragi di Stato, fino a Mani Pulite, si è alzata una controffensiva politica e mediatica contro le “toghe politicizzate”.

2. Ogni volta che un processo ha sfiorato o coinvolto i vertici della politica e dell’imprenditoria, subito è partita la campagna contro gli “abusi” dei pubblici ministeri, contro l’“invasione di campo” della magistratura.

3. Ogni volta che si è parlato di riforma della giustizia da parte di questa area politica, al centro non c’era il cittadino comune, ma il problema di “limitare il potere dei giudici” e, soprattutto, dei PM.

Se metto insieme questi elementi, faccio fatica a immaginare che la riforma Meloni–Nordio sia nata per difendere il cittadino vittima o la persona fragile che aspetta un processo più equo. Sembra fatta su misura per chi non sopporta più l’idea di poter essere indagato senza controllo politico.

 

V. La scelta non è tecnica: è una scelta di campo

Il cuore del ragionamento, a questo punto, è molto semplice. La domanda non è:

“È più elegante, dal punto di vista dogmatico, un processo con carriere separate o un processo con PM e giudici nello stesso ordine?”

La domanda vera è:

“Io, con la mia storia, i miei valori, la mia idea di società, mi riconosco nel progetto di mondo che sta dietro questa riforma?”

Se guardo ai tratti fondamentali di questa maggioranza:

1. Filoatlantismo spinto fino all’allineamento acritico con la destra trumpiana e con i suoi modelli di “legge e ordine”, con un’idea di sovranità usata più per reprimere conflitti interni che per difendere i diritti sociali.

2. Visione autoritaria della sicurezza, che preferisce il manganello ai servizi sociali, l’inasprimento delle pene alla prevenzione, la retorica dei “nemici interni” a una seria politica di coesione.

3. Continuità con una tradizione di centrodestra che ha intrecciato poteri opachi, massoneria, affari e, in alcune sue componenti, rapporti con le mafie e con la criminalità organizzata.

4. Rancore strutturale verso la Costituzione antifascista, percepita come un freno: premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura sono tutte mosse nella stessa direzione, concentrare potere e ridurre contropoteri.

Allora so che NON posso affidare alla stessa mano anche la riscrittura delle regole del gioco giudiziario, tanto meno quelle che riguardano l’organo che deve indagare proprio sui poteri forti.

 

VI. Perché il NO è l’unica risposta coerente

Io non voto No perché penso che la magistratura italiana sia perfetta. Non lo è. Conosco bene corporativismi, immobilismi, storture, correntismi degenerati. So che esistono abusi e errori anche tra i pubblici ministeri.

Voto No perché questa riforma non nasce per correggere quegli abusi, ma per ridurre lo spazio di conflitto tra i poteri. Nasce per rendere più prevedibile e più controllabile il ruolo del pubblico ministero. Nasce per rassicurare chi teme indagini scomode, non chi aspetta giustizia.

Voto No perché non accetto l’idea calvinista di una società divisa tra “eletti” e “dannati”, tra vincenti che comandano e perdenti che devono solo obbedire. La giustizia repubblicana, con tutti i suoi limiti, è stata uno dei pochi strumenti con cui i cittadini comuni hanno potuto, a volte, bussare alla porta dei “signori sopra la legge”.

Voto No perché non voglio vivere in un Paese in cui la paura diventa programma di governo, il diritto penale diventa lingua ufficiale del potere e la Costituzione viene ritagliata addosso alle esigenze di chi, oggi, occupa Palazzo Chigi e, domani, potrebbe essere chiunque altro.

Voto No perché penso che la vera alternativa non sia tra “giudici buoni” e “giudici cattivi”, ma tra una Repubblica in cui i poteri si controllano a vicenda e una Repubblica in cui uno solo, l’esecutivo, decide chi deve avere paura e chi no.

Se condividiamo l’idea di una società più giusta, più eguale, più aperta, se pensiamo che la Costituzione antifascista sia ancora il nostro orizzonte, allora non possiamo limitarci a dubitare. Dobbiamo dirlo con chiarezza: a questo disegno di giustizia piegata al potere la nostra risposta è NO.


Fonti essenziali (selezione)
I. Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia, 2026.
II. Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (sul nesso tra calvinismo, predestinazione e successo economico).
III. Atti e documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (in particolare sulla tessera n. 1816 intestata a Silvio Berlusconi e sul Piano di rinascita democratica).
IV. Sentenze della Corte di Cassazione sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa (2014) e relative ricostruzioni giornalistiche.
V. Approfondimenti su riforma Meloni–Nordio, separazione delle carriere, doppio CSM e riforma disciplinare dei magistrati, con particolare riferimento al dibattito dottrinale e alle critiche di magistrati e costituzionalisti.
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