Iran. Evitato il primo sabotaggio, domani i negoziati con gli Usa
di Davide Malacaria
Ieri hanno provato ancora una volta a scatenare la guerra contro l’Iran. I falchi israeliani e americani hanno usato la richiesta di Teheran di tenere i colloqui in Oman piuttosto che a Istanbul per far saltare l’incontro Usa – Iran previsto per venerdì.
Tutto era stato approntato e la grancassa mediatica, al solito, era in riga per spingere sull’intervento. Serviva un pretesto ed è stato trovato: dialogo saltato perché Washington rifiuta di spostare la sede dei colloqui e perché l’Iran non vuol negoziare sulla riduzione del suo arsenale missilistico.
In realtà, l’Iran deve aver subodorato qualcosa che non andava e voleva assicurarsi che i funzionari inviati all’incontro, tra cui dovrebbe esserci il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, tornassero in patria sani e salvi evitando incidenti di percorso simili a quelli che hanno causato il decesso del presidente Ebrahim Raisi (morto in un misterioso incidente aereo). L’Oman è più vicino ai confini iraniani, meno infiltrato e i suoi cieli si possono vigilare da presso. Richiesta legittima, dunque, quella di cambiare sede, non aveva senso rifiutare il dialogo per una istanza tanto secondaria.
Né il dialogo poteva saltare perché l’Iran rifiutava di mettere in discussione il suo arsenale balistico, dal momento che tale niet era chiaro e irrevocabile già al momento in cui è stato fissato l’incontro. Teheran non può rinunciare alla sua deterrenza.
Nella stessa giornata, l’abbattimento di un drone iraniano da parte della U.S. Navy perché giudicato aggressivo. Si voleva alzare la tensione con Teheran abbattendo un innocuo drone spia, uno dei tanti, iraniani e statunitensi, che battono i cieli della regione.
È evidente che hanno fatto pressioni su Trump, pubbliche o inconfessabili, perché brandisse questi pretesti per rovesciare il tavolo. Non ci sono riusciti: Trump ha blandito i falchi rinnovando le minacce all’ayatollah Khamenei, ma non ha ceduto.
Probabile che tale decisione sia stata favorita dalla telefonata intercorsa ieri con Xi Jinping. Si tenga conto che tre giorni fa la Cina ha comunicato che non avrebbe più comprato petrolio venezuelano, ormai di fatto in mano agli States, per rimpiazzarlo con quello iraniano, segnalando in tal modo a chi doveva capire il suo sostegno a Teheran. Così, nella telefonata tra i due presidenti, qualcosa si è sciolto, dati i toni più che positivi dei resoconti di entrambi.
Ed è probabile che in questa risoluzione, ovviamente incerta e precaria, ci sia lo zampino di Putin, il quale si era offerto di mediare tra Usa e Iran e ieri ha chiamato Xi prima che questi parlasse con Trump. Il tourbillon di telefonate tra i presidenti delle tre potenze globali (molto più rilevante delle richieste di de-escalation provenienti dai Paesi mediorientali) ha avuto come esito la momentanea distensione.
Evitato il sabotaggio del negoziato, l’incontro si farà e sarà solo sul nucleare iraniano, come comunica Axios, uno dei media che più ha spinto per vanificarlo ed è evidentemente frustrato per l’insuccesso, tanto che la nota dedicata al summit è all’insegna dello scetticismo (il dialogo fallirà, deve fallire).
Se fallimento sarà, sarà guerra. Molte le variabili in gioco in questo caso, a iniziare dal possibile blocco dello Stretto di Hormuz. Una variabile alquanto singolare la riprendiamo da William Schryver, che ne scrive sul sito Ron Paul Institute.
In premessa Schryver fa notare come l’America avesse chiesto a Teheran di non rispondere a un attacco limitato o di reagire in modalità simbolica. Le autorità iraniane hanno risposto picche, comunicando che qualsiasi aggressione avrebbe scatenato una guerra regionale. Un dialogo simile è avvenuto con Israele, che aveva chiesto di essere risparmiata se si fosse astenuta dall’accompagnare l’aggressione americana. Anche questa richiesta era stata respinta.
Così i fautori delle guerre infinite dovranno rassegnarsi a fare una guerra vera, nel caso riuscissero a innescarla (cosa ancora più che probabile). Sull’eventuale conflitto, Schryver scrive che “le forze che gli Stati Uniti stanno concentrando in Medio Oriente attraverso un’intensa operazione di trasporto aereo pesante non è sufficientemente potente per sostenere più di due settimane di guerra ad alta intensità contro l’Iran. Le scorte statunitensi di armi a guida di precisione sono semplicemente troppo limitate per consentire una campagna più prolungata”.
“Né credo che gli Stati Uniti abbiano le capacità logistiche e di manutenzione per riuscire a far volare una grande percentuale dei vecchi aerei inviati in loco per più di due settimane circa, soprattutto quando molto probabilmente pioveranno missili iraniani su tutte le basi statunitensi della regione”.
“E quindi, se l’Iran fosse in grado di trasformarla in una guerra di logoramento regionale anche di un mese, non riesco a immaginare come gli Stati Uniti possano sostenere il loro ritmo di attacchi, né tollerare le perdite di uomini e di equipaggiamento che inevitabilmente subirebbero”.
Come accennato, tante le variabili, tra cui quella di un attacco paralizzante nei primi giorni, tale da disarmare Teheran. Resta che, ad oggi, più che inseguire le potenziali variabili è necessario sperare che il conflitto sia evitato. Domani il vertice di Muscat, altra giornata cruciale.









































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