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fuoricollana

Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?

di Luigi Alfieri

Oltre gli stereotipi. L’Occidente non c’è più, la Nato è un cadavere vivente, non c’è più neanche l’Impero americano. Tra le tante implicazioni, una è evidente: l’Europa dovrà fare da sola. Non l’Unione: non ne ha la struttura. È tempo di pensare finalmente l’Europa come realtà politica

Il trumpismo malattia senile dellamericanismo.jpgAmmetto subito che il titolo è una mediocre spiritosaggine. Mi è venuto così e non ho resistito. Cercherò di chiarire in seguito gli aspetti seri che può presentare. Non voglio spingere troppo in là l’evidente assonanza col noto scritto leniniano, e in particolare mi guarderò bene dal pensare che si tratti qui di una malattia senile del capitalismo. Il capitalismo è in ottima salute e sta vivendo una seconda (o terza, o quarta…) giovinezza. Trump non è così importante da creargli problemi. Ben poco al mondo può creargliene. La questione di cui parliamo è molto più contingente. Troppo contingente, in realtà, per capirla a fondo e prevederne gli sviluppi anche immediati. Domani Trump potrebbe occupare militarmente la Groenlandia o bombardare l’Iran. O decidere che non vuole più la Groenlandia e che bisogna trattare con l’Iran. Non mi sembra serio anticipare qualcosa che probabilmente neanche lui sa. Quel che si può fare intanto è cercare di prendere le distanze da alcuni stereotipi. Hanno, come tutti gli stereotipi, una base nella realtà, ma ne perdono di vista il carattere essenziale: l’incertezza e l’esposizione al mutamento imprevedibile. La semplificano troppo e così finiscono per offuscarla. Gli stereotipi in questione sarebbero tanti. Ne prenderò in considerazione qualcuno.

 

Primo stereotipo. Trump è pazzo…

Mah. Megalomane di sicuro. Paranoico probabilmente, ma secondo il mio amatissimo Elias Canetti il potere è paranoico in quanto tale. Forse però è un furbastro che recita il proprio personaggio, e le due cose non si escludono affatto a vicenda, anzi stanno benissimo insieme. Comunque, non è questo il punto.

Mi viene in mente una “striscia” di Tullio Pericoli sull’ “Espresso”, tantissimi anni fa. Nella prima vignetta si vede Hitler che sbraita. Una voce fuori campo commenta: “Bisogna fare la psicoanalisi di Hitler!”. Poi si vede una folla acclamante in estasi mentre Hitler sbraita.

Una seconda voce fuori campo aggiunge: “Sì, ma poi bisogna fare la psicoanalisi di tutti gli altri”. La trovo una cosa geniale e perfettamente applicabile alla questione di cui parliamo. Il problema non è Trump, sono gli altri, quelli che lo votano. Che lo vogliono così, che lo hanno scelto esattamente per questo, che sono felicissimi e orgogliosi di lui e lo fanno essere come è forse molto al di là di come lo sarebbe spontaneamente. Non è un fenomeno nuovo, lo abbiamo visto migliaia di volte nella storia, lo dovremmo conoscere bene: il capo persecutore. Quello che risolve i problemi trovando i colpevoli. Quello che mobilita i buoni contro i cattivi e quindi autorizza i buoni a essere più cattivi. Quello che allevia paura e frustrazione indirizzandole, scatenandole, trasformandole in armi. Quello che non ha bisogno di convincere perché incarna una convinzione e, in quanto incarna una convinzione, può fare quello che vuole e sarà seguito sempre, dovunque, contro chiunque e a qualsiasi costo. Non certo perché sia un grande uomo, ma perché somma, anzi moltiplica, le piccolezze di tanti, peraltro non colpevoli della propria piccolezza, della propria fragilità, del proprio essere sperduti in un mondo troppo grande, troppo vario, in cui non si sa come muoversi fino a quando qualcuno indica il punto di riferimento principale: un nemico.

I nemici sono quelli che rendono le cose troppo complicate. Gli stranieri, prima di tutto. Portano dentro il mondo di fuori. Costringono a capire che c’è un fuori, che ci sono altri modi di essere e che si potrebbe scegliere tra i vari modi di essere. Per chi vive di poco, a fatica, con una sofferenza di cui non sa vedere l’origine, carico di ansie e rancori che si rinnovano ogni giorno, confrontarsi con la possibilità e l’incertezza è davvero troppo. Dover scegliere è troppo, anche se si scegliesse semplicemente di essere ciò che già si è. No, bisogna essere ovvi: è la sola consolazione possibile. Bisogna essere necessari, inevitabili, immodificabili. Ciò che non è ovvio fa male. Ciò che fa male suscita odio e l’odio nasce da una sofferenza profonda. Subito dopo gli stranieri vengono inevitabilmente gli intellettuali. Dicono che le cose difficili sono difficili invece di negarne l’esistenza, e sulle cose difficili si permettono pure di avere dubbi. Poi ci sono i devianti di ogni tipo. Quelli che rubano, o potrebbero rubare, o hanno l’aria di gente che potrebbe rubare. Quelli che non sono uomini a tutto tondo o donne inequivocabili. Quelli che non vanno in chiesa con tutti gli altri. Quelli che non rispettano le regole del buon vicinato. Quelli che vestono strano, parlano strano, fanno cose strane. Quelli che rendono difficile alle persone normali di essere normali senza doverci pensare. Quelli che di fronte ai problemi pensano che bisognerebbe parlare anziché sparare. Quelli che non hanno certezze e non incarnano verità.

Quando arriva un Trump, dunque, è una benedizione. Tutto diventa facile. In particolare, diventa facile mettersi insieme e vedersi stare insieme, acquisire la coscienza di essere tanti, di essere forti, di avere un capo forte e di avere un nemico ben identificabile su cui, grazie al capo, si trionferà. E meno male che si tratta di Trump: un Hitler funzionerebbe allo stesso modo. Anche se Trump e Hitler certamente non sono la stessa cosa (non è il caso di esagerare in proposito).

Insomma, non importa se Trump è personalmente malato, o quanto lo sia. Il punto è che Trump è il termometro che dice quanto è malata l’America. Mi pare che la febbre sia molto alta.

 

Secondo stereotipo. Trump mette in crisi il diritto internazionale

Secondo stereotipo (vado un po’ a caso, l’ordine degli stereotipi potrebbe essere variato a piacere): Trump mette in crisi il diritto internazionale. Mi verrebbe da dire: quando mai il diritto internazionale non è stato in crisi? Ma è troppo semplice, cerchiamo di chiarire meglio.

Il diritto internazionale non è una “cosa”. Neanche un’istituzione o un sistema di istituzioni. È un tessuto comunicativo, se vogliamo un linguaggio. Non è qualcosa che da qualche Empireo indirizzi e governi, giudichi e mandi. È l’insieme delle cose su cui quelli che si chiamano appunto soggetti di diritto internazionale si sono messi d’accordo, esplicitamente mediante trattati o implicitamente mediante fatti concludenti e consuetudini. Finché tutti sono d’accordo le cose funzionano secondo quanto deciso. Se qualcuno non è più d’accordo, o si ridiscute o ci si fa la guerra. Non c’è un terzo che decide, non c’è il giudice super partes. Non c’è mai stato. Inutile discutere qui se ci potrà mai essere, e come. Certamente non dobbiamo pensare che ci sia stato un tempo felice in cui l’Onu governava il mondo secondo pace e giustizia, e poi è arrivato il cattivo Trump che ha rovinato tutto. Sarebbe una favola e ne conosco di migliori. Neanche dobbiamo pensare (e purtroppo qualcuno lo ha detto) che il “diritto internazionale” ha assicurato ottanta anni di pace e poi è arrivato il cattivo Trump eccetera. Quella era la guerra fredda, non il diritto internazionale. La fine della guerra fredda ha impresso al mondo uno scossone che non si è ancora esaurito. C’è stata una lunga e confusa fase in cui gli Usa hanno cercato di ridisegnare il mondo da soli. Nel frattempo dalle ceneri dell’Unione Sovietica è rinata la Russia, ed è rinata molto simile a come era prima dell’Unione Sovietica (qualcuno è sorpreso?), mentre la Cina è andata avanti e, senza darlo troppo a vedere, con una sorta di calma implacabilità, si è costruita il ruolo di seconda potenza mondiale, in grado di insidiare la posizione della prima. Cosa che la Russia non può fare se non usando le armi nucleari, e dunque cosa che la Russia non può fare. La vera partita è a due. Mi pare persino patetico insistere sul fatto che l’Europa non è in partita. Su questo Trump personalmente incide pochissimo. Pure in questo caso è solo il termometro che rivela una febbre molto alta.

Cosa ha di specifico Trump, riguardo alla “crisi del diritto internazionale”? Non tanto quello che fa, non tanto l’uso della violenza. Altri presidenti l’hanno usata molto più di lui (finora almeno), persino il tanto mitizzato Kennedy. La specificità è che ha cambiato linguaggio. Parla al mondo come parla al suo elettorato. È completamente estraneo al normale linguaggio della diplomazia. Dice brutalmente la “verità” (le virgolette ci vogliono). Dice quello che vuole (o quello che crede di volere, o quello che vorrebbe poter volere). La differenza è che il suo elettorato gli crede, il mondo no. Il suo elettorato pensa che sia sincero, il mondo pensa o spera o teme che non lo sia. Il suo elettorato è rassicurato dal linguaggio dell’onnipotenza, il mondo percepisce il linguaggio della prepotenza e della supponenza. Forse qualcuno, per esempio Putin, molto probabilmente Xi Jinping, riconosce in questo linguaggio un fondo non troppo ben nascosto di paura.

Resta il problema del diritto internazionale. Che presuppone un ordine internazionale. Attualmente non c’è. Non è colpa di Trump, non è stato lui a dissolverlo, non vediamolo più grosso di come è. Una volta per risolvere il problema dell’ordine in crisi si ricorreva a una grande guerra, da cui dopo qualche mese o qualche anno nascevano nuovi accordi e un nuovo ordine. È da sperare che a tutti sia chiaro che una grande guerra non si può fare più. Dunque, o una lunga serie di piccole guerre o un accordo. Spartizione del mondo in sfere di influenza? Troppo ottocentesco per funzionare ora. Andava benissimo quando c’erano gli imperi coloniali. Oggi il mondo è più complicato e più instabile e non è possibile prendersi territori e popoli semplicemente col consenso degli altri potenti. Nessuno è riuscito a prendersi l’Afghanistan (mi verrebbe quasi da dire: purtroppo). La Russia vorrebbe l’Ucraina; non ce l’ha fatta a conquistarla in quattro anni, dovrà accontentarsi di un pezzo, quanto grande dipende. La Cina vorrebbe Taiwan (non senza qualche diritto), ma non rischierà una guerra mondiale per prendersela e non riuscirebbe a prendersela impunemente neppure se gli Usa gliela lasciassero. Cercherà di farle paura, cercherà di farla sentire sola, cercherà di farla sentire comunque destinata a cadere nelle sue braccia; alla lunga probabilmente ci riuscirà.

Insomma, è questione di identificare le aree di attrito e di trovare il modo di ridurre l’attrito. A posteriori, questa cosa la chiameremo diritto internazionale. Se vogliamo parlare di sfere di influenza facciamo pure, ma è un modo di parlare del mondo come se il mondo non ci fosse. Come se fosse una torta da tagliare in fette piccole o grandi. Eh no, in questo caso la torta ha voce in capitolo e decide lei come vuole essere tagliata. Di sicuro non sarà Trump a tagliarla a modo suo, ma che non ci sia realmente modo di decidere come farlo è parte del problema.

 

Terzo stereotipo. L’America è diventata un’autocrazia

Terzo stereotipo: l’America è diventata un’autocrazia e l’unico faro di democrazia resta la vecchia Europa con la sua civiltà millenaria. I “valori europei” sono l’unico argine alla caduta del mondo in una bieca tirannide.

Vorrei sommessamente informare chiunque parli di “valori europei” che sta mentendo. Non gli nego la buona fede, che però è un’aggravante. Con ciò non intendo negare che esistano “valori” (preferirei parlare di tratti culturali, meno retoricamente e senza gonfiare troppo il petto) nati in Europa e tali da caratterizzare una civilizzazione specificamente europea. Questo però non significa che l’Europa abbia una sorta di monopolio dei “valori”, quasi che non potessero esserci valori specifici di altre civilizzazioni o che i “valori europei” si trovino nella loro forma autentica e pura solo in Europa. Gli Usa stessi sono molto evidentemente un’espressione di “valori europei”, ma tutto il mondo contemporaneo lo è, come conseguenza definitiva e insormontabile del colonialismo. L’intero complesso della politica internazionale si fonda su “valori europei”, a cominciare dagli stessi concetti di Stato, di nazione, di diritto, appunto di politica. I “valori europei” non sono più, da tempo, qualcosa che distingue l’Europa dal resto del mondo, e di questo l’Europa potrebbe sentirsi alquanto orgogliosa, orgoglio peraltro da temperare con qualche sano senso di colpa, se si pensa a come l’Europa ha diffuso i suoi “valori” nel resto del mondo.

Se poi identifichiamo come sommo “valore europeo” la democrazia, allora, limitando il discorso ai rapporti tra Europa e Usa, sarebbe il caso di ricordarsi che per quasi tutto l’Ottocento gli Usa erano praticamente l’unico Stato del mondo ad autodefinirsi e ad essere universalmente riconosciuto come democratico, mentre in Europa, tolte brevi eccezioni finite molto male, quella di democrazia era una pericolosa idea estremista per cui si poteva andare in galera o peggio. Persino la Gran Bretagna, con la sua orgogliosa tradizione di parlamentarismo e di libertà civili, non si sognava minimamente di considerarsi democratica. Solo nella seconda metà del secolo la parola “democrazia” comincia faticosamente ad assumere un significato positivo generalmente riconosciuto, non in tutti i paesi europei e comunque con gravissimi limiti, in particolare quanto al suffragio. Senza dimenticare quello che è successo nel Novecento, però: anche il fascismo e il totalitarismo in generale sarebbero “valori europei”. Se alla fine abbiamo in Europa qualcosa che orgogliosamente chiamiamo democrazia e ci sembra del tutto nostra come se l’avessimo costruita noi, è perché questa democrazia è stata esportata a suon di bombe dagli Usa: fosse stato per noi, saremmo un po’ nazifascisti e un po’ stalinisti (o quelli che avrebbero vinto l’inevitabile guerra tra i due), con la sola eccezione, forse, del Regno Unito.

Naturalmente la democrazia americana non è mai stata perfetta. Nell’Ottocento ha convissuto con il genocidio dei nativi, la schiavitù dei neri, una delle più lunghe e sanguinose guerre civili della storia e una quantità strabocchevole di violenza. Nel Novecento ha prodotto presidenze imperiali, guerre in gran parte inutili, gli unici bombardamenti nucleari della storia (finora), dittature sudamericane, asiatiche e africane, tendenze autoritarie, repressioni e una quantità strabocchevole di violenza. Ha prodotto anche Trump, che non mi sembra a questo punto il maggiore dei problemi. Ma non so quanto diritto abbiamo di sentirci migliori.

Che poi oggi in Europa si viva complessivamente meglio che negli Stati Uniti, da buon europeo lo penso anch’io. Non so se lo penserei se fossi americano. Comunque sì, lo penso. Questa condizione di miglior vivibilità complessiva è frutto di tante cose. Prima di tutto, credo, della salutare paura di noi stessi che ci hanno insegnato i totalitarismi e la Seconda guerra mondiale. Ma anche del confronto col mondo del socialismo reale, che costringeva, come condizione di sopravvivenza del sistema, a politiche sociali efficaci. Ed è frutto anche di quel poco (che malgrado tutto non mi pare pochissimo, anche se non è abbastanza) di unione europea che si è potuto realizzare. Ma anche, e non poco, della protezione americana, che ci ha consentito di investire in burro anziché in cannoni. Non saprei fino a che punto in questo c’entrino i “valori europei”. Non li vedrei, nella misura e nella forma in cui possono esistere, come un fattore di superiorità etico-politica dell’Europa. Al massimo, come l’imprecisa notazione simbolica del fatto che tutto sommato a casa nostra siamo stati bene, e insieme del fatto che abbiamo una fondatissima paura che non sarà più così.

 

Quarto stereotipo. Trump applica la “dottrina Monroe”

Quarto stereotipo: Trump applica spietatamente la “dottrina Monroe”. Sembra proprio vero, lo dice anche lui. In realtà, però, anche lui percepisce che non è esattamente così, tanto è vero che si è inventato, con una certa arguzia se vogliamo, la “dottrina Donroe”. Secondo il noto slogan, “l’America agli americani”, nel senso di “tutto il continente americano agli Usa”.

Qui ci vorrebbe un po’ di prospettiva storica. James Monroe (1758-1831), quinto presidente degli Stati Uniti, è in carica dal 1817 al 1825. Due anni prima della sua elezione era terminata la guerra anglo-americana (1812-15), in cui aveva avuto un ruolo importante come Segretario di Stato e per qualche mese anche Segretario alla Guerra. Non era andata tanto bene per gli Stati Uniti: nonostante alcune vittorie, non erano riusciti a conquistare il Canada (sì, ci avevano provato, non è un’idea nuova), avevano visto la loro debole marina militare bloccata nei porti e non erano riusciti a evitare che gli inglesi occupassero e incendiassero Washington. Gli inglesi, impegnati nella delicata fase finale delle guerre napoleoniche, avevano preferito non insistere e accettare una pace di compromesso che lasciava le cose più o meno come stavano prima; difficile dire come sarebbe andata se il Regno Unito avesse potuto impiegare tutte le sue forze, ma certamente non tanto bene per gli Usa. Durante la presidenza di Monroe erano in pieno svolgimento le rivoluzioni sudamericane che portarono, poco dopo la sua morte, all’indipendenza di quasi tutte le colonie spagnole in America. A queste rivoluzioni Monroe fu del tutto favorevole, riconoscendo per primo i nuovi stati sudamericani. Era un convinto anticolonialista: fu l’ultimo presidente ad aver combattuto nella guerra di indipendenza. La sua “dottrina” (elaborata peraltro insieme al suo Segretario di Stato John Quincy Adams, che fu anche il suo successore) significava: niente colonialismo europeo in America. In particolare significava che gli Stati Uniti si sarebbero opposti ad ogni tentativo della Spagna di riprendersi le sue colonie. Non poteva in nessun modo essere una rivendicazione di un predominio Usa nel continente. Gli Usa erano ancora un paese prevalentemente agricolo, poco popolato, relativamente povero, con un esercito regolare piccolissimo e una marina ancora più piccola. Anche la supremazia sul solo Nord America era contendibile dal Messico, che infatti ci provò: gli andò male ma non era ovvio che gli andasse male. Tutto il resto venne dopo.

Non si vede perché continuare ad attribuire al povero Monroe, che fu un buon presidente ed era individualmente una brava persona pur con le sue contraddizioni (per esempio era proprietario di schiavi pur essendo tra i primi negli Usa a dubitare della liceità morale della schiavitù), una dottrina imperialistica, quando ha formulato proprio l’opposto: una dottrina anti-imperialistica e anticoloniale agli inizi del secolo del colonialismo trionfante. Potremmo dire a buon diritto che Monroe era ben più autenticamente bolivarista di quanto lo sia stato mai stato Maduro. Perché continuare a fargli dire quello che non solo non ha detto, ma non era assolutamente possibile che dicesse, in quell’epoca? A che ci servono gli stereotipi anacronistici?

È innegabile però che la “dottrina Monroe”, pur non essendo di Monroe, esiste. Forse dovremmo chiamarla “dottrina Roosevelt” (Theodore, non Franklin Delano), dato che è stato lui il primo a mettere in pratica una politica di egemonia continentale che da quel momento è stata ininterrottamente seguita, spesso in forme brutali, da tutte le amministrazioni Usa.

Cosa aggiunge di suo Trump? È in continuità, ma qualcosa aggiunge. O meglio, qualcosa toglie. Elimina tutte le sfumature. Rinuncia a tutte le mascherature ideali. Proclama apertamente una pura politica di potenza. D’altra parte, è questo il punto di maggior prossimità fra la sua politica interna e la sua politica estera. Il Sudamerica è una minaccia per gli Usa: Trump la vede esattamente come i suoi elettori. Da lì vengono gli emigrati illegali, da lì viene la droga (con tutto quello che di demoniaco ha la droga agli occhi del benpensantismo americano), e lì ci sono immense risorse economiche che governi corrotti, criminali e “comunisti” sprecano irresponsabilmente. Dunque andare a comandare a casa degli altri è un atto difensivo, e comunque gli Usa ne hanno diritto a prescindere. Qualunque nome si voglia dare a questa “dottrina”, è di questo che si tratta.

Con una complicazione, per quanto riguarda noi europei. Rispetto ai suoi diretti predecessori, Trump recupera ampiamente il passato, facendo un’ibridazione tra l’effettiva visione anticoloniale di Monroe e quella imperialistica o comunque egemonica dei presidenti successivi. Dottrina “Donroe”, appunto. Se vogliamo è una buona sintesi, Trump non è del tutto stupido. Il problema è che non si tratta più solo di egemonia degli Usa sui centro- e sudamericani: si tratta di esclusione dell’Europa da qualunque residua presenza in America. Ed ecco che ritorna l’antica rivendicazione sul Canada, visto quasi come una parte degli Usa non ancora liberata dal dominio britannico. E soprattutto, ecco la rivendicazione della Groenlandia, che in effetti è, pur con la sua vasta autonomia, una colonia danese in America. Come si fa a giustificare, oggi, una colonia danese in America? Come si fa a dire che è territorio europeo?

Spesso la storia lascia dei relitti di cui possiamo a lungo non accorgerci, ma prima o poi diventano pietre di inciampo. Questo è uno dei casi. Il Canada è uno stato indipendente, i legami con la Gran Bretagna sono poco più di una finzione, non è molto pensabile che Trump forzi la situazione più di tanto, il boccone sarebbe troppo grosso e indigesto. Ma la Groenlandia? Qui la situazione è davvero poco difendibile. Vogliamo fare la guerra agli Usa perché la Groenlandia resti danese, tra l’altro con una larghissima maggioranza della sua popolazione che è Inuit, cioè nativo-americana? Naturalmente Trump non ha per niente in mente la liberazione degli Inuit, che potendo toglierebbe di mezzo volentieri: vuole le risorse economiche e del resto non ne fa mistero. Ma opporsi seriamente e fino in fondo è davvero difficile. L’unica soluzione equa in linea di principio sarebbe l’indipendenza, ma uno Stato di circa cinquantamila persone in quella collocazione geografica e con quelle condizioni economiche sarebbe inevitabilmente un protettorato del suo vicino più grosso. E chi è il suo vicino più grosso?

Ne andrebbe di mezzo la Nato? Sì, ma per Trump questo non è un problema, è parte della soluzione. La dottrina Donroe va ben al di là del continente americano, e anche questo Trump lo dice. Forse bisognerebbe credere a quello che dice. Lui ci crede, anche se spesso se ne dimentica.

 

Quinto stereotipo. Trump è come i suoi predecessori

Quinto stereotipo: in fondo Trump non sta facendo nulla che non abbiano fatto più o meno tutti i suoi predecessori. Di questo stereotipo ci possono essere due versioni (almeno due). Prima versione: in fondo Trump non sta facendo niente di particolarmente grave, è tutto nell’ordine delle cose. Seconda versione: Trump sta facendo cose gravissime, ma così è e così è sempre stato il bieco e feroce Imperialismo Americano.

Lo stereotipo nel complesso ha un buon fondamento. Non si vedono molte differenze tra la cattura di Maduro e quella di Noriega (1989), in particolare. Nel caso di Noriega ci fu una vera e propria invasione militare, con molti più morti, anche tra i soldati Usa. In entrambi i casi gli Usa hanno preteso di avere giurisdizione su un capo di Stato straniero.

Naturalmente si possono citare numerosi altri casi simili. Saddam Hussein, catturato dagli americani dopo un’invasione giustificata con menzogne, venne trattato come un criminale e non come un prigioniero nemico, cosa che viola il diritto di guerra. Osama bin Laden venne ucciso, da un’operazione delle forze speciali americane molto simile a quella condotta contro Maduro, nel territorio di un paese straniero, tra l’altro, “amico” degli Stati Uniti, il Pakistan, e il presidente era Obama. Eccetera.

In nessuno di questi casi si trattava di brave persone, intendiamoci. Questa è una delle trappole in cui cade regolarmente la sinistra, in tutta Europa e qualche volta anche negli Usa: la difesa dell’indifendibile in nome della lotta contro il cattivo Imperialismo Americano. Scambiando regolarmente le dittature di manigoldi per Rivoluzioni dei Popoli Oppressi del Terzo Mondo in Lotta per la Libertà. Con ciò si ricade in un altro stereotipo, non se ne esce più e non si riesce a vedere di che cosa realmente si tratti. Cioè che non si tratta di astratto Imperialismo, di cui gli americani sono colpevoli e noi innocenti, ma di concretissimo suprematismo occidentale radicato da circa sei secoli. È ciò che sta alla base del colonialismo, dal Cinquecento in poi. La civiltà (noi) contro la barbarie (gli altri). I capi degli altri non sono re. Al di là dell’Occidente non ci sono popoli, ma tribù. Possiamo comandare a casa degli altri perché non è degli altri, è nostra. Le risorse economiche degli altri sono nostre perché gli altri sono barbari e non le sanno sfruttare (lo sosteneva nel Cinquecento Francisco de Vitoria, che pure è uno dei padri del diritto internazionale moderno e fu tra i pochi a sollevare dubbi sul colonialismo europeo fin dal suo inizio). Se alla lista delle prepotenze americane aggiungessimo quella delle prepotenze europee davvero non la finiremmo più. Ma è sufficiente capire che si tratta della stessa lista fondata sullo stesso presupposto: l’indiscutibile superiorità di ciò che è europeo, o ha origine in Europa, su tutto il resto del mondo. Nel frattempo, c’è stata una translatio imperii al di là dell’Oceano, ma la logica non è cambiata. L’imperialismo americano, se così lo vogliamo chiamare, non è l’originale, è la copia.

Trump non cambia niente, allora? In questo caso non tantissimo. Cambia stile, il che però non è tanto poco. Smette di fingere giustificazioni ideali, ma soprattutto smette di cercare consenso internazionale. In tutti gli altri casi elencati e in molti altri che si potrebbero aggiungere c’è stato, preventivamente o a posteriori, il coinvolgimento di altri. Si è creata una più o meno fittizia cornice internazionale. Si sono consultati gli alleati o si è chiesta la loro approvazione. Non essendo utilizzabili, per motivi diversi, né l’Onu né la Nato né tanto meno l’Unione europea, si sono comunque messe in piedi effimere coalizioni. Quando si bombardava, si cercava di farlo insieme a qualcun altro (Italia compresa, pure con governi “di sinistra”). Trump invece ci tiene moltissimo a sottolineare di essere solo, di non aver bisogno di nessuno e di non essere affatto interessato a chiedere il consenso di altri. Prima c’era la messa in scena della leadership del “mondo libero”, oggi non c’è più il mondo. Non ci sono più alleati, solo dipendenti da mettere in riga. Quel che è successo a Maduro ha precedenti, quel che è successo a Zelensky no. Si era mai visto, si pensava di poter vedere un capo di Stato straniero, per giunta alleato, invitato alla Casa Bianca e pubblicamente sbeffeggiato? Il messaggio è chiaro, ed è lo stesso messaggio: gli Usa sono il mondo, l’unico mondo che conti. Una versione davvero molto originale dell’isolazionismo americano.

 

Sesto stereotipo. Trump ha instaurato una dittatura

Sesto stereotipo, e qui cerco di fermarmi (al resto penserà Trump): Trump ha radicalmente cambiato gli Usa, instaurando una dittatura più o meno fascista. Qui si scambia l’effetto con la causa: è perché gli Usa sono cambiati che è stato possibile Trump. Però bisogna inquadrare meglio il cambiamento. Dobbiamo cercare di definirne meglio le proporzioni, e anche cercare di capire che è un cambiamento nella continuità.

Prima di tutto, Trump non è un dittatore. Gli piacerebbe moltissimo, visibilmente, ma non lo è. È un gangster, non per modo di dire: è pure pregiudicato. Ma è un presidente legittimo regolarmente eletto in libere elezioni. Come tutti i presidenti ha molto potere (e forse sarebbe il caso di cominciare a capire che il presidenzialismo americano non è un buon modello). Ma non è onnipotente, tutt’altro. Ha vinto le elezioni con meno del 2% di voti in più di Kamala Harris, ha 3 voti di maggioranza al Senato e 6 alla Camera, i Democratici hanno vinto la maggior parte delle elezioni locali nel frattempo intervenute e dove hanno perso hanno comunque aumentato i voti, i sondaggi di popolarità sono disastrosi, tutti i commentatori danno per molto probabile una sconfitta repubblicana nelle elezioni di midterm e quindi un Congresso ostile nella seconda parte del mandato di Trump. Il tallone d’Achille di Trump è questo. Il capo persecutore, per tornare all’inizio del discorso, funziona quando i nemici da perseguitare non sono troppi. La persecuzione è esercizio del potere, non strumento per conquistarlo. Non è un conflitto contro un avversario che potrebbe vincere. Una maggioranza troppo piccola non ce la fa, rischia di diventare presto, per quanto di poco, minoranza. Certo, una minoranza organizzata e disposta a tutto può benissimo imporsi a una maggioranza confusa, divisa o indifferente, ma proprio il tentativo di imporsi può diventare il punto di coagulo della maggioranza e determinare la sconfitta di questo tentativo. Il potere di Trump oscilla tra una piccola maggioranza persecutoria e una grossa minoranza eversiva: lo si è visto il 6 gennaio 2021. Il rischio non è la dittatura, è la guerra civile, o almeno un grado estremo di violenza che potrebbe lambire persino l’esercito. Trump ha cambiato gli Usa nel senso che li ha divisi. O meglio, ne ha messo in luce la divisione profonda.

La divisione, però, è interna a una cornice identitaria condivisa. L’ho chiamata prima “americanismo”. Chiarisco meglio: intendo dire “eccezionalismo americano”. L’“imperialismo americano”, espressione che non apprezzo molto perché smarrisce una specificità, non ne è che una delle possibili proiezioni di politica estera.

L’eccezionalismo americano è ciò che negli Usa prende il posto del nazionalismo, che lì sarebbe impossibile non esistendo una nazione americana. Tutti gli americani (tranne i nativi, ovviamente) sono anche qualcos’altro oltre che americani, hanno radici altrove. Non c’è nulla che li tenga insieme, tranne appunto, e tutto sta in questo paradosso, il loro stare insieme. Il loro trarre da infinite differenze un punto di coagulo che ha due aspetti sempre coniugati: la libertà e la forza. Gli infiniti spazi del continente americano hanno consentito di spazzare via i vincoli di soggezione e di classe da cui i propri antenati erano fuggiti (o a causa dei quali erano stati espulsi), ma questi spazi hanno dovuto essere conquistati, senza diritto perché diritto non ce n’era, strappandoli alla natura e ai nativi, con enorme fatica e rischio e con enorme violenza. Forgiati da questa prova, gli Usa sono una nazione senza pari. E lo sono davvero, è un fatto. Di solito si riceve una patria dalla storia, loro se la sono fatta da soli. Difficile immaginare che possano non esserne orgogliosi. Il problema sono le conseguenze, soprattutto per gli altri.

Semplificando grossolanamente, dell’eccezionalismo americano ci sono tre versioni. La prima, quella originaria, è l’isolazionismo e la dottrina Monroe (quella vera) ne è l’espressione più compiuta. Niente Europa in America, ma altrettanto niente America in Europa, e neanche nel resto del mondo. La politica estera è di libero commercio e neutralità. Non ci si allea con nessuno, non si è nemici di nessuno, c’è abbastanza da fare a casa propria e il resto del mondo non è così importante. È proprio il contrario dell’imperialismo americano e implica del tutto esplicitamente un rifiuto del colonialismo, altrui ma anche proprio. Funziona per tutto l’Ottocento, poi gli Usa diventano troppo grossi. Cacciano la Spagna da quel poco che si era tenuta in America, si affacciano sul Pacifico. Non creano un impero coloniale vero e proprio (non ne hanno bisogno, ma non amano comunque l’idea imperiale), qualcosa però si prendono. L’isolazionismo sfuma in egemonia continentale. La prima guerra mondiale (sul ruolo degli Usa nella quale ci sarebbe molto da dire anche riguardo all’autopercezione americana) dà un grosso scossone all’isolazionismo, saranno prima i giapponesi e poi i sovietici ad affossarlo definitivamente.

Questo primo aspetto dell’eccezionalismo americano con Trump non c’entra niente: una parte del suo elettorato è sicuramente isolazionista nel senso che sa troppo poco del resto del mondo per interessarsene minimamente, e sicuramente sono isolazionisti (per ragioni neanche troppo implicitamente razziali) una buona parte degli ideologi MAGA e parecchi politici repubblicani, sui quali l’appeal trumpiano infatti comincia a fare cilecca. Ma Trump no, già il suo primo mandato lo aveva mostrato chiaramente. È davvero strano che qualcuno abbia equivocato in proposito, ma ormai si direbbe che se ne siano accorti tutti, piuttosto in ritardo sui fatti.

La seconda forma dell’eccezionalismo americano è l’egemonia mondiale benevola: la “leadership del Mondo Libero”. Nasce con la Seconda guerra mondiale, si consolida, si autodefinisce e si sviluppa ideologicamente con la guerra fredda. Il confronto con l’Unione Sovietica è fondamentale: non è tanto un conflitto sul dominio del mondo quanto un conflitto identitario. Da parte del nemico non si teme tanto l’aggressione quanto il contagio, non si teme tanto l’imperialismo russo (che c’è) quanto l’universalismo comunista, che mette radicalmente in questione il sistema economico, l’American Way of Life, l’American Dream. È una minaccia esistenziale. Gli alleati più deboli e divisi possono esserne sedotti: donde la difesa, quando non la creazione, delle dittature sudamericane, asiatiche, anche africane, donde la difesa non solo militare dell’avamposto europeo, che ha come cardine l’anticomunismo ideologico. Ma anche in patria il germe malefico può attecchire: donde momenti di repressione interna anche molto dura, come il maccartismo. Naturalmente il discorso andrebbe molto ampliato e approfondito: riguarda decenni di storia recente. Fortissimo è il rischio di banalizzazione, secondo lo stereotipo, appunto, dell’Imperialismo Americano. È chiaro che è un’egemonia non troppo benevola nei fatti, però lo è nella giustificazione ideologica e anche nell’autopercezione. Si tratta di difendere il bene contro il male: ci sono aspetti di guerra di religione assolutamente non trascurabili. Si tratta di difendere ed espandere la libertà, si tratta di esportare la democrazia. L’uso della forza è sempre motivato dal bene degli altri, anche quando li si bombarda. Ci vogliono alleati, ci vuole consenso. La propria superiorità non solo economica e militare, ma etico-politica su tutto il resto del mondo è data per scontata, ma non viene ostentata, non se ne fa una bandiera. Formalmente si tratta di una rete di alleanze di popoli liberi: mai si rivendica l’esistenza di un Impero americano. Il consenso degli altri, anche se a volte viene alquanto forzato, è comunque necessario.

Ecco, è con questo che la seconda amministrazione Trump (non così spiccatamente la prima) segna una consapevole rottura, che è anche una rottura con circa metà dell’America. Prima di tutto è cambiato il nemico, anzi non c’è più un nemico strutturale, esistenziale. Dopo la fine dell’Unione Sovietica c’era stato un disperato tentativo di reinventarsi un nemico, identificato nel terrorismo islamico o nei rough States, donde piccole guerre inconcludenti in giro per il mondo. Per Trump il nemico è interno, sono quelli che all’interno dell’America non vogliono che l’America sia grande, cioè quelli contro cui vengono mobilitati i suoi elettori. Ma un nemico esterno vero e proprio non c’è. Non lo è Putin, non lo è neanche Xi Jinping. Nella sua ridicola pretesa al Nobel per la pace, Trump manifesta una qualche percezione di un cambiamento di politica estera certamente non ben meditato, ma radicale e forse destinato a estendersi alle amministrazioni future.

Il contraltare è la terza forma dell’eccezionalismo americano, quella attuale, quella propria di Trump. Se non ci sono più nemici, non ci sono più neanche amici. In particolare, non ci sono più alleati. Il consenso internazionale non occorre e le organizzazioni internazionali sono un’inutile complicazione: anche la Nato. La questione groenlandese, che certo ha soprattutto retroterra economici, serve anche a questo: a provocare una crisi con la Nato e della Nato. Ma qui rischiamo un altro grossissimo equivoco in cui mi pare che parecchi stiano cadendo: quello di pensare a un Trump che vuole regalare l’Europa a Putin, o, più in generale, a un Trump che vuole dividersi il mondo in sfere di influenza con Russia e Cina. No: Trump vuole stabilire una gerarchia mondiale in cui Russia e Cina sono contemplate e possono essere partner, ma a condizione che accettino la supremazia americana. Le sfere di influenza non verranno concordate, verranno decise dagli Usa. Il messaggio in proposito, più direttamente a Putin, indirettamente anche a Xi, è molto chiaro. La sfera di influenza russa è già stata drasticamente limitata. I russi hanno perso la Siria, hanno perso il Venezuela, potrebbero perdere Cuba, perderanno, in un modo o nell’altro, l’Iran. La loro influenza in Medio Oriente è praticamente dissolta, il loro accesso al Mediterraneo sostanzialmente bloccato, la loro possibilità di agire nel continente americano di fatto inesistente. Potranno avere un pezzo di Ucraina, ma lì si fermeranno. Va da sé che l’esistenza di un’Unione Europea che sia un attore di politica internazionale non è neanche contemplata. Meglio docili staterelli con governi autoritari all’interno e proni verso gli Usa all’esterno. Non nell’ottica dell’impero, sia chiaro. Un impero è un progetto di mondo pensato per durare. Va gestito, bisogna saper governare le differenze e volerlo fare. Ci vuole tempo, ci vuole continuità. Trump non ha pazienza e non ha neanche tempo. E poi la sua politica è introversa, ha come orizzonte l’America. Ma non è isolazionismo: è la pretesa di prendersi quello che si vuole, dove lo si vuole, come lo si vuole, mentre tutto ciò che per gli Usa non ha uno specifico interesse economico o strategico è irrilevante. Gli altri debbono ubbidire e non dare fastidio, ma non c’è nessun bisogno di governarli. La grandezza dell’America, misurata dalla forza e dal denaro, è l’unica cosa che conti.

Le previsioni per il futuro sono futili, ma certi indirizzi ricavabili dal presente sono oggettivi. Trump non durerà. Non è rieleggibile, è improbabile che riesca a forzare la struttura costituzionale fino al punto di farsi rieleggere lo stesso, i suoi seguaci a oltranza sono tanti ma comunque minoritari. Ma potrebbe crollare molto prima proprio per le forzature, proprio per la brutalità, proprio per l’assenza di mediazioni. Il conflitto politico interno diventerà rovente e ne nasceranno brutte cose, ma non un regime. Delle conseguenze definitive però ci sono già: non c’è più l’Occidente, la Nato è un cadavere vivente, non c’è più neanche l’Impero americano. Anche una possibilissima e forse probabile futura amministrazione democratica non potrebbe recuperare quanto è stato perduto, e forse neppure lo vorrebbe: riprendere in mano la situazione interna richiederà molti anni.

Tra le tante implicazioni, una è evidente: l’Europa dovrà fare da sola. Non l’Unione Europea: non è stata pensata per questo, non ne ha la struttura. Si stanno già delineando alleanze, in particolare un’alleanza franco-tedesca che del resto è già da tempo il pilastro fondamentale di quel tanto di Unione che esiste. È precaria, una vittoria delle destre interne potrebbe travolgerla. Ma le destre interne potrebbero non vincere proprio per quel che sta accadendo nel mondo, o potrebbero agire diversamente da come ci si aspetta (in Francia, non mi stupirebbe). Comunque, il punto è che non si delinea uno spazio di “valori europei” all’interno di un mercato comune, secondo il modello dell’Unione o l’ideologia dell’Unione, ma un’alleanza politico-militare tra medie potenze per non farsi schiacciare dalle grandi (o dal crollo delle grandi). Sarebbe un’occasione per pensare finalmente l’Europa come realtà politica, ricominciando da un’altra parte a ritessere l’Unione, che così com’è non sembra poter stare al passo del cambiamento.

Se poi nel frattempo l’America imparasse a essere un paese normale… ma temo proprio che continuerà a sentirsi eccezionale, pur senza più sapere cos’è.

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