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lantidiplomatico

I mostri in attesa del nuovo mondo che tarda a venire

di Carla Filosa

La cultura del nostro tempo, quella della narrazione di un “dover essere che non è”, affonda sempre più le sue radici nella propaganda dei miti e riti di un passato mai trascorso del tutto, perché mai analizzato politicamente fino in fondo, e che nel ventennio prebellico si è articolato con un centinaio di parole ripetendo le stesse formule. Un Gaetano Salvemini poteva esser chiamato “ceffo” – tanto per un rapidissimo esempio – e nell’età dei cosiddetti totalitarismi in cui vigeva “l’organizzazione intellettuale degli odî politici” si è elevata la politica a religione[1][2]. Il linguaggio, da allora, doveva puntare alla semplificazione, alla riduzione della complessità del reale, peraltro ineliminabile, soggiogando gli individui attraverso un processo ipnotico disposto sui piani emozionali e a esclusione di quelli razionali. Tutto ormai noto, e in quanto tale mai conosciuto a fondo.

Attualmente abbiamo un ministro della Giustizia che si permette di travisare ogni parola ostile ai suoi obiettivi di vittoria politica, e che ultimamente ha definito “paramafioso” un Csm di cui è capo il Presidente della Repubblica, implicitamente recando offesa alla persona e denigrando l’Istituzione, che Mattarella ha successivamente prontamente difeso. Tanta sensibilità e onestà intellettuale del ministro si è resa evidente e stabile nello scendere l’altro bieco gradino in cui ha tentato di trascinare una vecchia denuncia di un magistrato autorevole come Di Matteo nel tranello di voto per il Sì, dato che nel 2019 questi aveva presentato la sua candidatura al Csm, definendo in tutt’altra accezione la “degenerazione del correntismo”.

Quest’ultimo squallido equivoco è stato poi subito smentito dal magistrato, che ha già confermato con il suo No il rifiuto alla riforma. La campagna del discredito della magistratura sta continuando ritirando fuori il processo a Carola Rakete della Sea-Watch 3, assolta in giudizio ma ora da risarcire, e così perennemente colpevole di accuse archiviate dalla magistratura tranne che nei faldoni mentali degli arruolati per il Sì come Salvini.   

 C’è da chiedersi come mai, dopo le infinite chiacchiere sulle sentenze sui bambini del bosco, Garlasco e Tortora, non abbiano ancora tirato fuori quella ricordata nella “Colonna Infame” del 1630, mirabilmente descritta e denunciata da Manzoni. Per chi non la rammentasse, un’amministrazione giudiziaria dell’epoca dette ragione ai pregiudizi popolari e trovò un capro espiatorio in due accusati in qualità di untori, cioè portatori e diffusori della peste a Milano come si credeva allora nell’ignoranza delle cause, condannati a morte con tortura e poi ovviamente riconosciuti innocenti. La colonna, eretta inizialmente come marchio d’infamia dei due sospettati, diventò poi simbolo dell’iniquità del sistema giudiziario spagnolo dell’epoca, e monito contro la riproducibilità del male nel corso storico futuro. Fu abbattuta nel 1778, ma la lapide conservata.

Da sottolineare, oggi, fuor da ironia, che errori giudiziari non mancheranno mai alla giustizia umana, e che però non è questo il problema da affrontare ora, nonostante la sua vistosa evidenziazione nelle infide “ragioni” governative. Questa chiamata al voto referendario è stata necessaria alla maggioranza, costretta dalla fretta e furbizia nel non avviare alcun accordo con l’opposizione parlamentare, e di qui arrivati all’obbligo del referendum confermativo. Ma siccome siamo ormai giunti allo scontro politico, fuori da ogni contenuto di merito, dobbiamo ripensare questo linguaggio, sbrigativamente definito “narrativa”, “menzogna” del potere, o in modo più anodino “post-verità”, cioè definibile con un’assenza, indeterminabile. È il linguaggio cosiddetto democratico di destra, cioè libero di dire qualunque cosa anche secondo un uso stravolto delle parole, che un’élite governativa utilizza per orientare una comprensione tossica delle relazioni sociali. Si organizza quindi a dover solo comunicare, unilateralmente e dall’alto, non informare, men che mai distaccarsi dal verosimile probabile mai vero, da rimaneggiare come credibile.

Rimanendo sulla particolare qualità della comunicazione pre-referendaria proviamo insieme a leggere le modalità della persuasione attuabile su un piano però anche internazionale, in quanto con finalità contemporanee e tratti comuni. Il contesto in cui si colloca questa cosiddetta riforma è dato dalla sconfitta di chi vive di salari e chiedeva giustizia sociale, in un Occidente ormai diviso e in fuga dalla crisi, dall’inflazione e dalle galoppanti diseguaglianze sociali, dalla “ragione”, il cui sonno ha sempre generato mostri, come già nel XVIII secolo ci aveva avvertito Goya. Proprio con il predisporsi come classe egemone da occultare dietro lo stravolgimento delle parole, le guerre da tempo sono state e così definite “umanitarie”, i soldati svolgono funzioni di “peace-keeping”, le Costituzioni o i diritti sono da abbattere e modificare. Buon ultimo questo club imperialistico-neocoloniale Board of Peace sembra il colpo di maglio all’autodeterminazione dei popoli, che nell’involucro Peace troveranno solo quella “terribile pace” – per i sopravvissuti - imposta dalla schiavizzazione stabilizzata senza più appelli. Non c’è popolazione allo stremo – da Gaza a Cuba, fors’anche Iran - che Trump non voglia schiacciare sotto il suo Nuovo Ordine “a chiamata”, ossia rimodellabile secondo l’interesse del momento, a sua discrezione e suprema decisione “morale”!.

È la rappresentazione fallace di un pensiero al servizio dell’azione politica immediata, della brama per il vantaggio del privilegio politico, originato dalla concentrazione dei capitali che esigono un comando ancora più autonomo da ogni ostacolo “giustizialista”. L’appartenenza solidaristica alla coalizione di governo, prevale quindi su qualunque moralità o veridicità della sua causa. Nel nostro collocamento alla periferia dell’impero, l’accento viene posto sulla concezione di una magistratura da valutare non già sulle potenzialità delle sue realizzazioni, migliorandone le condizioni attuative per i cittadini (aumentando gli organici, migliorando gli ambienti, ecc.), ma sulle mancanze, vere o presunte, di un passato da rendere infinito e legittimante la punibilità e lo spirito di vendetta per qualche scacco subìto, o previsto in futuro. La conoscenza identificata con l’ideologia non rende più necessario dibattere con gli oppositori sulla base di argomentazioni di merito, o cercare di comprendere il loro punto di vista. Basta bollarli di tendenze condannabili, politicamente sospette. Così Meloni accusa i “giudici che lasciano senza parole” e impediscono il funzionamento dei CPR in Albania e della politica in generale, oltre a  dolersi di dover riconoscere il dovuto risarcimento della ong Sea Watch – e non la capitana Rakete come lamentato invece da Salvini - con 76.000 euro per il fermo amministrativo della nave, effettuato nel 2019, secondo quanto previsto dalla sentenza di allora.

Nessuna novità sulle falsificazioni e ormai note scorrettezze della politica. Nell’attuale fase di fratture istituzionali e di emersione di una privatizzazione non più solo dell’economico, ma di buona parte delle sovrastrutture dell’organizzazione egemonica dell’imperialismo a prevalenza del cosiddetto Occidente, si stanno delineando inquietanti similitudini tra linguaggi verbali e comportamenti materiali che si avvalgono dei modelli comuni di forme personalistiche della cosa pubblica. Ritornando alla nostra Costituzione da riformare, quel linguaggio che travisa il senso non è incolta misinterpretazione anche dei media al seguito – il che potrebbe anche starci – ma volontà di minare la credibilità dell’altro per renderlo passivo mediante una continua intimidazione.

 Passando poi al nuovo strumento della disgregazione istituzionale sostituita da un’organizzazione privata a guida egemonica, il Board of Peace, sembra che l’unità politica dei suoi membri si realizzi entro una subordinazione volontaria sine die; quella che una volta si chiamava “servitù spontanea”, che si accorge di dover cambiare direzione solo all’apparire di effetti negativi, o quando cioè è troppo tardi. Al momento, il controllo amministrativo e il blocco militare, appaiati per statuto, vengono decisi a vita dal capo che detiene il potere della forza, nell’esclusione definitiva di ogni criterio egualitario. Tra la Giustizia italiana e quella Usa sembra esserci un uguale destino di assoggettamento se ci soffermiamo infine sull’ultima ricusazione, da parte di Trump, dei sei giudici che hanno negato al Presidente l’uso dei dazi da concordare invece col Congresso, rammentando all’esecutivo di essere privo, altrimenti, del rispetto delle norme costituzionali. Anche la nostra presenza guardona, a quest’ultimo club del potere mondiale, è stato di fatto un altro strappo all’art. 11 dell’incomoda Costituzione italiana, che ha costretto agli ultimi banchi il nostro ministro degli Esteri, non si sa poi con quali prospettive future, rimanendo l’Europa una provincia degli Usa decisi a gestire tutto l’emisfero americano, oltre ai propri irrinunciabili nemici.

La difficoltà di porre dei limiti al potere della ricchezza fa capire che è la ricchezza stessa a dover essere limitata dal suo interno, e una società democratica di cui si voglia ancora parlare non può permettere un’accumulazione illimitata, che esige lo smantellamento dell’universalismo dei diritti incluso l’impadronirsi del potere giudiziario. Al tempo stesso arroganti e insicure, le nuove élites, in particolare le classi professionali, guardano alle masse con una mescolanza di disprezzo e di apprensione. Negli Stati Uniti, middle America, un termine che ha un significato contemporaneamente geografico e sociale, simboleggia ormai tutto quanto si oppone al progresso: i «valori familiari», il patriottismo ottuso, il fondamentalismo religioso, il razzismo, l’omofobia, l’atteggiamento retrogrado verso le donne, la meritocrazia come parodia della democrazia. Avanza l’avidità del potere quale istinto che conduce all’abuso, oltre l’arroganza di onnipotenza quali motori soggettivi che danno sembianza umana ai regimi autoritari dove imprescindibile è la cattura delle altrui menti, facilitata ora anche con l’uso “tecnico” della IA.

“Il vecchio mondo sta scomparendo ma il nuovo tarda a venire e nel frattempo emergono mostri”. Gramsci non si è dilungato a descriverci anche di che si nutrono questi mostri, e allora dobbiamo far presto a mettere in moto tutta questa nostra intelligenza, di cui sempre ha detto che ce ne sarebbe stato bisogno, e che da tanto tempo fa ci ha spronato a costruire e organizzare! No?


Note
[1] Julien Benda, “Il tradimento dei chierici”, 2012, Torino, Einaudi, p XII.
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