Chicken's Game
di Enrico Tomaselli
Alcune considerazioni a caldo, sull’ultima novità nel conflitto mediorientale.
Nell’immediato, la notizia di queste due settimane di cessate il fuoco ha avuto un duplice effetto: una flessione del prezzo del petrolio (tutto sommato inferiore a quella che ci si sarebbe potuti aspettare) e soprattutto l’offuscamento mediatico del colossale flop dell’operazione statunitense a Isfahan. E, ovviamente, ha rappresentato l’ennesima via d’uscita dal cul de sac in cui Trump s’era cacciato ancora una volta.
Al di là del trionfalismo statunitense, e di quello ancor più ridicolo degli emiratini, l’essere passati nel giro di poche ore dal “distruggeremo la vostra civiltà” al “negoziamo”, per di più accettando come base i 10 punti proposti da Teheran, è inequivocabilmente segno di una sconfitta. Ma questo non significa in alcun modo che si arriverà ad un accordo di pace definitivo, o anche solo duraturo. Il conflitto tra Israele e Iran, e soprattutto quello tra Stati Uniti e paesi leader del multilateralismo – di cui quello con la Repubblica Islamica è parte – non finisce adesso, e tanto meno così. Nella migliore delle ipotesi, stabilisce una tregua. Quanto duratura, si vedrà.
Che nel corso di queste due settimane si possa giungere a un qualche accordo mi sembra improbabile, poiché Trump ha detto di accettare i 10 punti iraniani come base solo per convincere Teheran, ma in sede di negoziato ritireranno sicuramente fuori le loro richieste massimaliste.
L’obiettivo non è concludere un accordo – che comunque sarebbero pronti a stracciare anche domani, se lo ritenessero opportuno – ma avviare un percorso che consenta una exit strategy quanto più indolore possibile. L’esperienza del negoziato con la Russia, per la guerra in Ucraina, insegna che anche quando Washington vuole effettivamente sganciarsi, non è disposta a pagare praticamente alcun prezzo; e se la controparte non è disposta a concedere nulla di sostanziale, punta a diluire il conflitto facendo impantanare il negoziato. Assai probabile che assisteremo a qualcosa di simile anche in questo caso.
Oltretutto, queste due settimane portano praticamente a ridosso del voto del Congresso sul proseguimento o meno dell’azione militare avviata dal Presidente, che quasi sicuramente ne sancirà lo stop. Il che libera in qualche modo Trump dalla necessità di siglare un accordo.
Ovviamente, ci sono un paio di nodi in particolare che rendono estremamente improbabile il raggiungimento di un’intesa, sia pure temporanea. In primo piano, la questione della presenza militare statunitense nella regione. Anche se probabilmente gli USA potrebbero arretrare il loro schieramento, spostandone il centro di gravità dal Golfo Persico al Medio Oriente (Giordania, Siria, magari Israele), accettare di smantellare formalmente la basi (sul piano sostanziale hanno già provveduto i missili iraniani) sarebbe dura da digerire. E non c’è molto spazio per una mediazione, su questo punto. Altro ostacolo potrebbe essere la questione libanese. Il punto non è tanto l’accettazione del cessate il fuoco da parte israeliana; i colpi subiti in poco più di un mese sono considerevoli, e solo pochi giorni fa il capo di stato maggiore dell’IDF parlava di un esercito sull’orlo del collasso. E del resto, Tel Aviv farebbe come dopo il cessate il fuoco del dicembre 2024, cioè fermerebbe sostanzialmente i combattimenti ma poi continuerebbe a violarlo continuamente con attacchi aerei e omicidi mirati. Il nodo sarebbe il ritiro o meno delle forze israeliane dal territorio libanese. Per ragioni speculari, né Hezbollah né l’IDF possono cedere su questo punto.
Che, tra l’altro, diventerà uno dei piani in cui si verificherà effettivamente la vera natura del rapporto tra Washington e Tel Aviv. Come dico da tempo, pensare a Israele che comanda – tramite influenza o ricatto – sugli Stati Uniti, è una semplificazione ingenua, che finisce col mistificare la realtà. Sicuramente c’è una considerevole capacità di influenza, e anche una non indifferente capacità di manipolazione, ma il comando è assolutamente statunitense. E si è visto anche in questo caso. Israele avrebbe voluto continuare la guerra sino allo stremo, ed invece deve accettare il cessate il fuoco. E non sarà neanche presente al negoziato, che verrà gestito al massimo vertice da Vance e Ghalibaf. Anche l’inserimento del Libano nell’accordo è stato deciso da Trump, poiché era posto come condizione da Teheran. Si tratta ora di vedere quanto Netanyahu – la cui carriera politica è ora a un punto critico – riuscirà a smorzare i termini di una trattativa che lo vede fuori.
Ma indipendentemente da quali saranno – o meno – gli accordi stabiliti negli incontri al vertice a Islamabad, altre questioni sono già storicizzate, e altre pendono.
La cosa forse più importante di tutte è quella relativa allo Stretto di Hormuz. La cui navigazione era assolutamente libera prima dell’aggressione statunitense, che successivamente la narrazione americana ha cercato di trasformare da effetto della guerra in condizione per la sua fine, e che invece si conclude con un riconoscimento di fatto dell’autorità iraniana (sia pure in condominio col piccolo Oman), che potrà d’ora in avanti esigere una cospicua tassa di transito. E che, con ogni probabilità, non solo non sarà uguale per tutti, ma soprattutto potrebbe non essere pagata in dollari ma in yuan. Già questo fatto, da solo, non solo costituisce una sconfitta epocale, ma rappresenta un fallimento strategico clamoroso. Non solo infatti la guerra non ha prodotto alcuno dei risultati auspicati (regime change, fine delle capacità nucleari iraniane, drastica riduzione dell’arsenale missilistico…), ma addirittura si conclude con un cambiamento dei rapporti di forza globali, diretta conseguenza degli errori commessi dagli Stati Uniti. Anche se ciò non fa dell’Iran, come qualcuno ha detto, la quarta potenza mondiale, di sicuro ne fa la prima potenza in Asia Occidentale. E, cosa forse ancor più significativa, ne rilancia l’importanza nel panorama del multilateralismo. Il suo ruolo nei BRICS+ o nella SCO ne esce significativamente rafforzato, e anche nei rapporti bilaterali con Mosca e Pechino il peso di Teheran è oggi maggiore di quello di un mese fa.
Altra questione, in questo caso aperta, è come si posizioneranno i paesi arabi del Golfo. Che di sicuro stanno masticando amaro, ma che – dopo aver dovuto constatare come la protezione statunitense si sia in effetti rivelata inconsistente, e comunque subordinata agli interessi prioritari di Israele – oggi devono prendere atto che Washington ha nuovamente agito ignorandoli completamente, e mettendoli di fronte al fatto compiuto. Per le petromonarchie si pone quindi una duplice questione: come regolare i rapporti con gli Stati Uniti (in termini di difesa, ma anche in termini di investimenti del proprio surplus e, last but not least, di fedeltà al dollaro come valuta principe per le transazioni petrolifere), così come con l’Iran stesso. Il che, a margine ma nemmeno tanto, significa anche con Israele. È chiaro come gli avvenimenti abbiano seppellito per sempre gli Accordi di Abramo, che erano la cornice immaginata a Washington per tenere insieme le armi israeliane e il petrolio arabo; un quadro che, dal punto di vista dei sauditi e degli altri, trovava un senso nell’ambito di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e nel riconoscimento di Israele come potenza regionale dominante. Due elementi, questi, spazzati via dal conflitto.
In termini più generali, quindi proiettati fuori dall’ambito regionale, se già la crisi aveva prodotto un significativo raffreddamento dei rapporti tra i paesi vassalli e l’impero americano – e più ampiamente, aveva mostrato agli altri paesi come la politica statunitense sia ormai caratterizzata dall’irresponsabilità – il suo prevedibile esito, cioè la sconfitta politico-militare e il conseguente stop strategico, non fa che approfondire i dissidi e le diffidenze.
Assai interessante, sotto questo punto di vista, è come tutto ciò si rifletta sul rapporto tra Stati Uniti e Cina. Washington, dopo aver messo a segno la sottomissione del Venezuela, aveva programmato di replicare il successo con l’Iran, per poi andare a Pechino con in mano tutte le carte per dettare le condizioni. Ma la Cina ha prima aiutato la Repubblica Islamica a resistere all’aggressione, e poi ha svolto un ruolo fondamentale (anche se dietro le quinte del Pakistan) nel rendere possibile l’apertura di questa finestra di opportunità, che vale sia per il cessate il fuoco in sé, sia – come già detto – quale possibile exit strategy per gli USA. A questo punto, quando Trump andrà a Pechino il prossimo maggio, non solo non avrà in mano le carte che sperava di avere, ma si troverà dinanzi un Xi Jinping che prima ha contribuito a sconfiggerlo, e poi gli ha offerto una via d’uscita.
Tutto ciò, indipendentemente dalle sorti politiche di Trump sul breve e medio periodo (quindi quale che sia l’esito delle elezioni di midterm), rappresenta un significativo stop alle pretenziose ambizioni degli Stati Uniti, ed un ridimensionamento del loro peso strategico, che con ogni probabilità si ripercuoterà su ogni altro quadrante della scacchiera globale – a cominciare dal conflitto in Ucraina e dal rapporto con la Russia.
L’avventura iraniana, insomma, sta cominciando solo adesso a spandere i suoi effetti, che continueranno ad allargarsi ancora a lungo. Vedremo se e quanto a Washington riusciranno a mitigarli.
Donald Trump, molto probabilmente eccitato dal successo a Caracas, e mal consigliato dal suo amico Netanyahu, ha deciso di lanciarsi contro l’Iran, convinto di avere tutto ciò che occorre per vincere la sfida. Ma alla fine è stato lui – ruggito da leone ma cuore da coniglio – a sterzare all’ultimo momento, per paura dell’impatto. Confermando quel che in fondo sapevano tutti. È lui il pollo.










































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