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I negoziati di Islamabad e la bomba di Melania Trump

di Davide Malacaria

A Islamabad si era quasi raggiunto un accordo, “ma quando eravamo arrivati a un passo dal siglare il ‘Memorandum d’intesa di Islamabad’ ci siamo imbattuti nel massimalismo, nel continuo mutare delle regole del gioco e nella chiusura”. Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi.

Parole che indicano quanto avvenuto durante i colloqui, conclusi con Vance che, tornando in patria, ribadiva il massimalismo Usa del prendere o lasciare. Tre le interpretazioni dei fatti. Gli Stati Uniti hanno dato vita all’ennesima farsa, l’apertura a negoziati fasulli: di fatto, una pausa tattica delle ostilità per aver modo ricalibrare le strategie di guerra, guerra che non poteva continuare così come si stava dipanando perché l’Impero stava perdendo.

La seconda interpretazione è che gli Stati Uniti, accecati dalla solita Hubrys, intendessero ottenere per via negoziale quel che non gli era riuscito con le bombe, pretesa che si è scontrata con il muro iraniano, con Teheran intenzionata a ottenere almeno in parte quanto richiesto nella proposta inviata a Washington e da questa accettata. Infine, terza interpretazione, nel corso dei negoziati Trump ha subito tante e tali pressioni alle quali alla fine ha dovuto cedere, mandando all’aria tutto.

Probabilmente è un mix di queste interpretazioni. Probabile che Trump volesse un negoziato che chiudesse la partita, altrimenti non si spiega la furia epica di Netanyahu e dei neoconservatori americani quando ha annunciato la tregua per aprire i colloqui.

Anche le dichiarazioni di Vance sembrano indulgere in tal senso: nelle dichiarazioni successive, benché abbia denunciato l’irragionevolezza degli iraniani (sic), ha battuto su due punti: la riapertura dello Stretto di Hormuz e il nucleare, senza mai accennare al ridimensionamento dell’arsenale missilistico iraniano, che poi era il vero motivo per cui è stata scatenata la guerra (tutti sapevano che l’atomica iraniana era del tutto fantasmatica).

Una richiesta annosa e che i media consegnati alle guerre infinite spingevano perché facesse parte dei colloqui di Islamabad perché è la vera deterrenza di Teheran (anche la chiusura di Hormuz è possibile solo grazie ai missili) e perché è del tutto inaccettabile dalla controparte. Vance non ne ha parlato, segno che non voleva chiudere del tutto.

Quanto alla necessità di una pausa tattica delle ostilità per poter cambiare strategia, sembra sia una linea strategica corsa sottotraccia portata all’attenzione di Trump e a cui questi aveva posto il visto nella speranza di non doverla attuare dando avvio alla guerra all’Iran 2.0, prospettiva che si sta profilando (ci torniamo successivamente).

Resta poi la terza opzione, che alla fine le pressioni sul vacillante Trump abbiano avuto la meglio sulla sua determinazione iniziale. Di pressioni indebite sul presidente ha scritto recentemente Tucker Carlson in una mail in cui rispondeva a un attacco alzo zero di Trump contro lui, Candace Owens, Alex Jones e Megyn Kelly, i quattro esponenti mediatici più influenti del mondo Maga, colpevoli di opporsi alla guerra all’Iran.

Nella sua risposta, Carlson ha chiesto che al presidente sia concessa la clemenza del caso, spiegando che, come Israele, al tempo, aveva usato il ricatto contro Bill Clinton (le telefonate a sfondo sessuale con Monica Lewinsky) perché liberasse Pollard, ora sta ricattando Trump perché la guerra all’Iran prosegua, ci sarebbe cioè “un ricatto in stile Clinton contro Trump o qualcosa di ben più macabro“.

“Non sappiamo con certezza se stia accadendo, ma la sola possibilità è abbastanza inquietante […] È sottoposto a una pressione che la maggior parte delle persone non riesce a immaginare, con i fanatici sostenitori dell’Israel First che lo perseguitano ferocemente ogni volta che osa allontanarsi anche solo minimamente dall’agenda del loro Paese preferito”.

“La loro spudorata persecuzione è così tenace da far impazzire persino un uomo come Donald Trump. Sono persistenti come nessun altro gruppo nella storia, a prescindere da quanto bene la Casa Bianca li abbia trattati in passato. Non sono mai grati, vogliono sempre di più e si rifiutano di concedere al presidente anche solo un centimetro di respiro. È una pressione incessante e totale” (corsivi nostri).

Chissà se c’entra anche qualcosa l’improvvisa e inattesa dichiarazione pubblica di Melania Trump che, il 9 aprile, ha deciso di rispondere alle accuse circa una sua asserita amicizia con Epstein, che ha rigettato con fermezza sollecitando ulteriori indagini sulla vicenda.

Una sollecitazione che molti analisti hanno inteso come una contrapposizione al più illustre marito, che ha insabbiato, e una velata minaccia di abbandonare il tetto coniugale, sviluppo che distruggerebbe l’immagine di Trump. L’esternazione-bomba di Melania, che probabilmente è sottoposta a pressioni analoghe a quelle del marito (stava per uscire qualcosa?) è avvenuta proprio mentre iniziavano i negoziati di Islamabad. La tempistica interpella…

Resta che i negoziati non sono andati in porto. Islamabad e altri mediatori stanno tentando di tenere vive le trattative, ma nel frattempo Trump ha ordinato il blocco di Hormuz a tutte le navi.

Non una sua idea. Oggi, infatti, il Wall Street Journal, media ufficiale dei neocon, ne ha rivendicato la primazia: “Nell’edizione di sabato abbiamo sollevato l’opzione del blocco, che ha senso finché Trump è disposto ad accettare le ripercussioni negative sul mercato energetico”…

Non più guerra aperta a Teheran, dunque, ma lento strangolamento (sempre che riesca) e del mondo, nella speranza che alla fine il mondo implori Trump di sganciare l’atomica – o similia – per porre fine al collasso globale. Peraltro, il blocco totale è a rischio di incidenti di percorso tali da riaccendere l’incendio pregresso.

Resta da scrivere sull’attacco di Trump contro papa Leone XIV e l’immagine che lo ritrae in modalità Gesù Cristo, sconcezza che in realtà rimanda più all’Anticristo tanto caro a Peter Thiel, il patron di Palantir, la più oscura delle Big tech a cui il Pentagono ha affidato lo sviluppo scientifico dell’esercito Usa. Sul punto ci limitiamo a rimandare alle due parole della mail di Carlson che abbiamo evidenziato in corsivo.

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