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linterferenza

L’Iran preso sul serio

di Antonio Martone

image 768x41024.pngL’urto bellico scatenato dalle forze israelo-americane sull’Iran agisce su una realtà che non è solo geografica o militare ma profondamente storico-temporale. Quando le bombe impattano sul suolo iranico, stanno penetrando in una materia storico-culturale che ha sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della resilienza come struttura antropologica prima ancora che strategica. L’Iran abita lo spazio come una missione ontologica, percependo sé stesso come il custode di una luce civilizzatrice assediata dalle tenebre esterne del caos – quel concetto archetipico di Aniran che oggi assume le forme del Pentagono o del Mossad, così come in passato avevano preso le fattezze di Gengis Khan o delle compagnie petrolifere britanniche: una topologia del nemico cosmico che ogni generazione riscrive con i materiali del proprio presente.

Questa topologia non è soltanto una metafora: è una teologia millenaria che ha attraversato ogni mutazione religiosa della civiltà iranica senza mai abbandonare la propria struttura profonda. Tutto comincia con Zarathustra – probabilmente tra il XIV e il X secolo avanti Cristo – e con la sua rivelazione di un cosmo spezzato in due principi irriducibili: Ahura Mazda, il Signore Saggio della luce, e Angra Mainyu, lo spirito distruttivo delle tenebre. Questa frattura ontologica non è affatto un mito tribale ma una cosmologia sistematica, la prima nella storia umana a concepire il tempo come dramma morale orientato verso una fine – il Frashokereti, la rinnovazione finale del mondo.

Dall’Avesta zoroastriano discendono, per ramificazione e sincretismo, le grandi correnti spirituali che attraverseranno l’Iran per millenni: il mitraismo, culto solare del patto e della luce che risalirà con le legioni romane fino alle rive del Reno; lo zurvanismo, che eleva il Tempo assoluto a principio supremo al di sopra degli stessi dei; e soprattutto il manicheismo, la sintesi più audace dell’antichità, con cui Mani nel III secolo fonde il dualismo zoroastriano con il cristianesimo gnostico e il buddhismo indiano in un sistema universale di salvezza – perseguitato da Roma, da Bisanzio, dai sasanidi stessi, e tuttavia capace di sopravvivere per secoli dall’Africa settentrionale alla Cina. Quando nel VII secolo le armate arabe spazzano via il regno sasanide e portano l’islam sull’altopiano, non trovano un vuoto spirituale: trovano una civiltà religiosamente ipersatura, abituata da mille anni a pensare la storia come conflitto cosmico, la sofferenza come prova e il tempo come freccia escatologica. L’islam non sostituisce questa struttura: ma tende ad abitarla. La teologia sunnita, razionalista e giuridica, non basta alla sensibilità iranica. È lo sciismo – con il suo culto del martire Husayn a Karbala nell’anno 680, con la sua dottrina dell’Imam nascosto che attende di ritornare per compiere la giustizia finale – a fornire il contenitore perfetto in cui la vecchia escatologia zoroastriana si riversa sotto nuovi nomi. Ahura Mazda diventa Allah; Angra Mainyu diventa Yazid, poi il colonialismo, poi l’Occidente; il Frashokereti diventa il ritorno del Mahdi. I filosofi islamici iraniani – Avicenna, Suhrawardi con la sua Hikmat al-Ishraq, la Sapienza dell’Illuminazione – reintroducono attraverso il pensiero greco e neoplatonico esattamente la metafisica della luce che il profeta Zarathustra aveva predicato sulle steppe. La rivoluzione del 1979 non è dunque un’anomalia: è l’ultima metamorfosi di questa struttura, il momento in cui la teologia del martirio e dell’attesa si converte in tecnologia del potere. E oggi, sotto i bombardamenti, quella struttura si prepara forse a un’altra trasformazione.

La stratificazione millenaria rende l’attuale campagna militare un’operazione paradossalmente molto superficiale. Se l’obiettivo occidentale è il cambio di regime, esso ignora che l’identità iranica è un organismo che vive di inabissamenti e riemersioni: non continuità lineare ma persistenza attraverso la discontinuità, come una vena carsica che scompare e riemerge seguendo una logica interna che la superficie non rivela. La struttura burocratica e il senso dello Stato in Iran precedono l’Islam di secoli e sopravvivranno alla sua attuale forma politica. Esiste una continuità invisibile che lega l’efficienza dei satrapi achemenidi alla rete capillare di potere che oggi coordina la resistenza dall’Iraq allo Yemen. Questa “profondità strategica” non è un’invenzione dei generali di Teheran, ma la proiezione naturale di una cultura che ha considerato l’Asia Centrale e la Mesopotamia come il proprio spazio di influenza molto prima che esistessero gli stati che oggi vi insistono – un’area dove la lingua persiana è stata per secoli il veicolo della diplomazia, del pensiero scientifico e della poesia di corte. Recidere questi legami con il fuoco significa tentare di cancellare una forza storica che la storia ha strutturato e rinnovato per via di scambi, conversioni e sincretismi che nessuna mappa militare riesce a perimetrare.

L’Iran è il perno su cui ruota l’intero destino dell’Eurasia multipolare. Per Pechino e Mosca rappresenta il bastione che impedisce all’egemonia marittima euro-atlantica di chiudere il cerchio attorno al supercontinente, il nodo vivo del corridoio Nord-Sud e della Nuova Via della Seta. Il bombardamento in atto è dunque un tentativo di chirurgia geopolitica volto ad asportare questo perno. Tuttavia, chi compie questo gesto sottovaluta la capacità iranica di trasformare il trauma in risorsa identitaria. Nello sciismo – che è la veste mistico-politica assunta dalla persianità negli ultimi cinque secoli – il martirio non è una sconfitta, ma piuttosto un atto di fecondazione storica, una teologia del differimento che converte la perdita in riscatto futuro. Ogni esplosione rischia di risvegliare un nazionalismo metafisico ancora più cupo e compatto, capace di produrre ciò che si potrebbe definire una tecnocrazia del sacro: una forma di governo in cui la legittimazione religiosa, progressivamente svuotata dei suoi contenuti dogmatici più esposti alla critica, si converte in un dispositivo di mobilitazione collettiva al servizio di uno Stato tecnico-militare. Non più un clero che governa in nome di Dio, ma un’élite tecnocratica che usa la grammatica del sacro – il martirio, la persecuzione, l’attesa escatologica – come architettura del consenso e collante identitario. È lo sciismo senza teologia, o meglio: è la teologia ridotta a ingegneria sociale, la cui efficacia non dipende più dalla fede dei governanti ma dalla sua capacità di strutturare l’esperienza collettiva del nemico e del sacrificio. Quest’eventualità sarebbe, per paradosso, più pericolosa e più duratura dell’attuale Repubblica Islamica: un autoritarismo che ha imparato a fare a meno del sacro come contenuto ma conservandolo come forma.

Il calcolo strategico del bombardamento contiene però un’ironia che nessun targeting committee sembra aver incorporato nei propri modelli. L’Iran è un moltiplicatore di instabilità la cui distruzione parziale genera esternalità che ridisegnano l’intero sistema. Lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale – non è una variabile neutrale: nelle mani di un Iran integro che vuole vendere idrocarburi è un corridoio commerciale; nelle mani di un Iran ferito, sanzionato, già espulso dal sistema finanziario internazionale, diventa l’unica leva rimasta, l’arma di chi non ha più nulla da perdere sul piano economico ma può ancora trasformare la propria agonia in crisi energetica globale. Pechino legge questa geometria con la freddezza di chi ha firmato nel 2021 un accordo di cooperazione venticinquennale con Teheran proprio per blindare le proprie forniture energetiche – e vede quella blindatura saltare. Il danno cinese, tuttavia, non è solo petrolifero ma infrastrutturale. Il corridoio Nord-Sud, la rete ferroviaria e portuale che collega la Russia all’Oceano Indiano passando per il nodo iraniano, è uno dei pilastri materiali dell’ordine eurasiatico alternativo a quello atlantico. Senza l’Iran, quella rete si interrompe; e Pechino, che in quel progetto ha investito capitali e visione strategica, percepisce il bombardamento come un attacco alle proprie stesse infrastrutture. C’è infine il livello più sottile, e più paradossale: ogni giorno di guerra nel Golfo non blocca il progetto multipolare ma urgentizza. Quando il petrolio mediorientale diventa instabile e continua a essere prezzato in dollari, la Cina accumula incentivi crescenti a costruire circuiti alternativi – yuan digitale, accordi bilaterali, borse energetiche fuori dal sistema SWIFT. Washington crede forse di colpire l’Iran ma sta accelerando la propria marginalizzazione monetaria. E ogni giorno di conflitto nel Golfo è un argomento in più nei dossier cinesi interni per fare ciò che stava già facendo – solo prima, e con maggiore determinazione.

C’è poi la questione nucleare, ineludibile perché rappresenta la soglia oltre la quale tutti i ragionamenti sulla resilienza diventano secondari. L’Iran ha osservato attentamente i destini di Iraq, Libia e Ucraina – tre Stati che hanno rinunciato o non hanno mai posseduto la deterrenza nucleare – e ha tratto la lezione che nessun trattato internazionale ha potuto confutare: la bomba è una polizza assicurativa contro la sovversione del regime. L’attuale attacco israelo-americano, lungi dal ritardare questa logica, potrebbe rappresentarne l’accelerazione definitiva. Un Iran che sopravvive all’urto senza avere la bomba impara che deve averla; un Iran che nel tentativo di ottenerla viene ulteriormente colpito impara che deve ottenerla prima e più in fretta. Questa spirale è la struttura elementare della deterrenza applicata a un attore che ha già dimostrato di sapere attendere decenni per conseguire i propri obiettivi strategici. Il paradosso finale della campagna aerea, dunque, è che essa potrebbe produrre esattamente il risultato che dichiara di voler impedire – e farlo in condizioni di urgenza e clandestinità che renderebbero la risposta della comunità internazionale strutturalmente tardiva e potenzialmente rischiosa.

La resilienza iraniana è dunque un pattern storico che si è realizzato in condizioni specifiche: pressione graduale, conservazione delle élite, integrità territoriale sufficiente. Esistono almeno tre scenari in cui il meccanismo di trasformazione di cui ho parlato potrebbe non attivarsi. Il primo è la frammentazione etnica: se il conflitto prolungato dovesse alimentare le forze centrifughe curde, beluche o azere fino alla disgregazione del tessuto statale, la vena carsica non riemergerebbe – si disperderebbe in rivoli. Il secondo è la distruzione della classe tecnica: campagne aeree mirate sulle infrastrutture universitarie e industriali potrebbero produrre una fuga di cervelli irreversibile, privando il sistema della sua capacità rigenerativa interna. Il terzo, forse il più sottile, è l’erosione della narrativa del martirio dall’interno: se una generazione sufficientemente ampia, stanca di essere combustibile di una storia che non la rappresenta, rifiutasse il contratto simbolico su cui si fonda la tecnocrazia del sacro, il sistema perderebbe la sua materia prima più preziosa.

Ed è qui che l’analisi deve cedere la parola, consapevolmente, al riconoscimento che le realtà storiche eccedono il linguaggio della previsione e reclamano quello dell’attesa. L’Iran ha sempre civilizzato i propri conquistatori. Ha assorbito l’Islam trasformandolo in una raffinata metafisica filosofica; ha assorbito i mongoli trasformandoli in mecenati dell’arte e dell’architettura. Non è una garanzia questa. È una costellazione, un pattern che si è ripetuto abbastanza da diventare quasi strutturale, pur restando nella sua essenza contingente. L’attuale aggressione, nel tentativo di risolvere il “problema iraniano”, potrebbe finire per generare l’ennesima metamorfosi di questa civiltà camaleontica: uno Stato che può usare le macerie del bombardamento come fondamenta di un nuovo ordine asiatico, che parla il linguaggio della modernità nucleare con l’accento arcaico dei sovrani guerrieri di Persepoli. L’Iran non è un attore che si può eliminare dal palcoscenico della storia perché ha funzionato storicamente come palcoscenico: una piattaforma di sintesi e di trasformazione che ha visto tramontare tutti gli imperi che hanno cercato di domarlo. Sotto i bagliori delle esplosioni, ciò che forse attende l’Iran è soltanto una prossima pelle. Quale sarà, dipenderà da variabili che nessun bombardiere può calcolare: la volontà delle generazioni che sopravvivranno, la qualità dei loro tradimenti e delle loro fedeltà, e quella capacità tutta iranica di fare della propria ferita una forma oscura ma tenace di autoconoscenza.

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