La nostra superiorità contro il resto del mondo: la chiave per scatenare la guerra e farcela subire
di Milgram
I Filtri Cognitivi dell'Occidente: Deumanizzazione e Cecità Relazionale
Il doppiopesismo della classe dirigente europea e della “coalizione Epstein” è più evidente che mai, ma poiché la percezione collettiva è costantemente alterata e veicolata dai media mainstream, il cittadino medio occidentale vive ancora in un sonno profondo da cui molti nemmeno sanno di doversi svegliare.
I pennivendoli prezzolati e cerchiobottisti occidentali non si smentiscono mai, stanno dando il meglio di sé. I più “venduti” giornali nostrani e internazionali, hanno timidamente raccontato l’atroce massacro delle 165 bambine assassinate dalla “coalizione del bene”, rendendo la notizia irrilevante e relegandola a piè di pagina, oppure assorbendola in un contesto discorsivo più ampio. Senza parlare dell’immagine fumettistica che da anni ci viene presentata in maniera controllata e subliminale di Khamenei, assassinato e trasformato in martire dalle bombe di “USraele”.
La retorica tanto sbandierata del “c’è un aggressore e un aggredito” viene utilizzata quando fa più comodo, essa non viene applicata alla coalizione anglo-sionista e a tutto l’Occidente collettivo.
L’Iran, sebbene sia stato vigliaccamente aggredito, per le élite occidentali è lui l’aggressore, in una distorsione puramente orwelliana; a dimostrazione di ciò, abbiamo le dichiarazioni di Keir Starmer, il quale ha esortato l’Iran ad astenersi da attacchi militari indiscriminati” e a “cessare gli attacchi”, mentre la premier italiana Giorgia Meloni ha intimato Theran a cessare i suoi attacchi ingiustificati contro i paesi del Golfo, come se non sapesse — probabilmente “non è stata avvisata” dai nostri “liberatori” — che le petromonarchie pullulano di basi statunitensi armate sino ai denti, le quali ospitano aerei da combattimento, droni e sistema di difesa antiaerea con radar in grado di tracciare bersagli a distanze fino a 3.000 km. Alla lista non poteva mancare La Von der Pfizer, la quale ha praticamente approvato l’aggressione israelo-statunitense sostenendo fermamente il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro.
In questo articolo analizzerò tre teorie della psicologia politica e dei gruppi che svelano le radici profonde di quello che molti percepiscono come un sistematico, e spesso fastidioso, doppiopesismo occidentale.
La Teoria dell’Immagine (Image Theory) di Martha L. Cottam
La Teoria dell’Immagine propone che i decisori politici e l’opinione pubblica non reagiscano alla realtà oggettiva del sistema internazionale, ma a rappresentazioni mentali semplificate chiamate ‘immagini’. Queste immagini — come il Nemico, l’Alleato, il Barbaro o lo Stato Canaglia — nascono da un’esigenza di economia cognitiva: una vera e propria necessità biologica e funzionale dell’essere umano per semplificare una realtà altrimenti troppo complessa da elaborare. Poiché l’Occidente classifica sistematicamente molti Paesi come ‘barbari’ o ‘stati canaglia’, milioni di cittadini — comprese le stesse élite dirigenti — non riescono a percepirli come vittime di aggressione, anche di fronte a un’invasione palese.
La loro legittimità è già stata preventivamente annullata dai pregiudizi cognitivi. Categorizzando paesi e leader, si smette di vedere la realtà oggettiva e si inizia a vedere lo schema che si ha in testa. La categorizzazione estrema disattiva le aree dell’empatia, togliendo l’umanità all’altro e trasformandolo in un concetto, e non si può piangere per la sofferenza di un concetto; questo rende possibile prendere decisioni violente, come il vigliacco attacco missilistico americano alla scuola elementare di Minab.
Nella psicologia politica della Cottam, un’immagine non è una fotografia della realtà, ma un giudizio sintetico basato su tre dimensioni fondamentali: ‘Capacità’, ‘Cultura’ e ‘Minaccia’. Ma sono proprio la ‘Cultura’ e la ‘Legittimità’ a determinare se tratteremo l’altro con rispetto (come un pari) o con disprezzo (come un inferiore). Per la Cottam, la ‘Cultura’ non riguarda quanto sia bella l’arte di un Paese, ma quanto lo percepiamo razionale, sofisticato e simile a noi. Se sei “colto” e “razionale”, sei un ‘Nemico’. Se sei percepito come “incivile” o “primitivo”, sei un ‘Barbaro/Canaglia’.
Questo filtro decide se l’altro ha diritto a una spiegazione per le nostre azioni o se deve solo obbedire. Il concetto di legittimità è la parte più politica, essa riguarda il diritto di avere potere.
Ad esempio l’Occidente può odiare la Cina, ma riconosce che è una “Grande Potenza” con una storia e un’organizzazione che giustifica la sua forza. Il suo potere è visto come un fatto compiuto della storia. Anche l’URSS era vista come un potere “legittimo” nel senso di un sistema alternativo (il comunismo) figlio della storia; la Russia di oggi invece è spesso descritta dall’Occidente come un’entità “non legittima”: un sistema mafioso o una “stazione di servizio con le atomiche”. Quando neghi la legittimità a un Paese, smetti di vedere le sue preoccupazioni di sicurezza come “reali” e le vedi come “scuse criminali”.
È stato proprio questo l’errore cognitivo dell’Occidente collettivo, una volta attivata l’immagine della ‘Canaglia’ o del ‘Barbaro‘, le élite europee e del loro padrone oltreoceano, hanno scartato negli anni ogni segnale di allarme proveniente da Mosca, portando dritto allo scontro frontale.
Pertanto, gli ‘Stati Canaglia’, vengono visti come una minaccia, la loro legittimità percepita è molto bassa, sono culturalmente o moralmente “inferiori” che non meritano rispetto, guidati da puro fanatismo, come l’Iran o la Russia di Putin, senza parlare del North Korea. Essenzialmente l’Occidente percepisce l’altro come “primitivo” o “barbaro”. In questo caso, anche se il Paese ha armi o risorse, si ritiene che non abbia il diritto morale di gestirle perché non segue le “regole della civiltà” (Occidentale).
Lo Stato “malvagio” quindi, non è considerato un interlocutore alla pari. Il suo potere è visto come il frutto di un sopruso o di una dittatura; di conseguenza, le sue richieste di sicurezza o sovranità sono invalidate in partenza perché provenienti da un soggetto “moralmente squalificato”. Questo giustifica il senso di superiorità morale dell’Occidente.
Il ‘Nemico’, al contrario dello ‘Stato Canaglia’, viene visto invece come un pari; una minaccia pari a noi per forza militare, tecnologia e cultura, ma con obiettivi diametralmente opposti. Ad esempio, durante la guerra fredda, gli USA consideravano l’ Unione Sovietica il ‘Nemico’ e non uno ‘Stato Canaglia’: una superpotenza capace, con una cultura complessa e una forza nucleare legittimata dallo status di grande potenza. Con il nemico si negozia, si firmano trattati e si cerca il contenimento.
C’è un riconoscimento della sua sovranità. È un attore razionale, organizzato e pericoloso. Lo rispettiamo come avversario perché lo consideriamo “al nostro livello”. Oggi invece la Russia rappresenta un paradosso cognitivo per l’Occidente: è troppo potente per essere ignorata come un semplice ‘Stato canaglia’, ma è stata spogliata della ‘legittimità’ necessaria per essere trattata come un ‘Nemico’ con cui negoziare.
Questa sospensione tra le due immagini è ciò che rende il conflitto attuale così pericoloso: non c’è più il rispetto che si deve a un pari, ma non c’è ancora la forza di sottomettere chi viene percepito come un barbaro, come sta avvenendo in Iran. Il passaggio da ‘Canaglia’ – ’Barbaro ‘ a ‘Nemico’ richiederebbe uno sforzo psicologico enorme: ammettere che l’altro è un nostro pari.
Ad esempio, mantenere l’etichetta di ‘Stato Canaglia’ permette ai leader europei di non dover negoziare con la Russia. Se lo chiamassi ‘Nemico’, dovrei sedermi al tavolo e riconoscere le sue ragioni. D’altro canto, la Cina, è il caso da manuale del ‘Nemico’. A differenza della ‘Canaglia’, considerata folle o inferiore, il ‘Nemico’ cinese incute un timore “rispettoso”. Con la Cina il cervello dei decisori Occidentali non scarta l’idea che siano intelligenti; scarta invece l’idea che possano essere “benintenzionati”, interpretando ogni loro mossa economica come un’arma geopolitica. Ci terrei a precisare che, la potenza militare è una condizione necessaria ma non sufficiente per la legittimazione. La legittimità è un atto psicologico: finché l’Occidente nega la “patente di razionalità” dell’altro, lo vedrà sempre come un criminale pericoloso e mai come un interlocutore con cui spartire il mondo.
Un punto fondamentale è che una volta stabilita l’immagine, il cervello scarta qualsiasi dato, segnale o evento che contraddice lo stereotipo che abbiamo costruito su quel paese o leader. In psicologia, questo fenomeno si chiama pregiudizio di conferma. Se l’immagine è ‘Canaglia/Barbaro’ il cervello scarta tutto ciò che suggerisce razionalità, dignità o legittime preoccupazioni di sicurezza. Ad esempio, lo ‘Stato Canaglia’, ovvero l’inferiore irrazionale, protesta perché le nostre basi militari sono troppo vicine ai suoi confini e teme per la sua sopravvivenza. Il cervello scarta l’idea che le sue paure siano fondate. Interpreta la protesta come “retorica aggressiva” di un dittatore fanatico che vuole solo provocare. Il risultato è che non vediamo un paese che si difende, vediamo solo un bullo che urla.
Questo è proprio ciò sta accadendo a livello psicologico ai fanatici leader europei e della NATO. Se invece l’immagine è il ‘Nemico’ e quindi il pari malvagio, il cervello scarta tutto ciò che suggerisce umanità, vulnerabilità o reale desiderio di pace. Se ad esempio la Russia (sebbene sia in uno stato di transizione da Canaglia a Nemico e molto difficilmente diventerà Alleato) dovesse tagliare le spese militari perché ha una crisi economica interna e il popolo soffre, il cervello della Vicepresidente della Commissione europea Kaja Kallas e del Cancelliere tedesco Friedrich Merz, scarterebbero l’idea della sofferenza umana. Interpreterebbero il taglio come una “mossa diversiva” o un “trucco” per farci abbassare la guardia. Non vedrebbero la sua paura, ma solo la sua strategia.
Il filtro cognitivo agisce come un setaccio spietato: trattiene solo i dati che confermano la malvagità o l’inferiorità dell’altro, mentre lascia cadere nel vuoto ogni prova di vulnerabilità o di legittima ricerca di sicurezza. Questo rende il conflitto un sistema chiuso, dove la realtà oggettiva sparisce per lasciare il posto a un’allucinazione collettiva coerente con i nostri pregiudizi.
Il paradosso della Image Theory è che l’odio verso il ‘Nemico’ è più “sicuro” del disprezzo verso la ‘Canaglia’. Il ‘Nemico’, essendo riconosciuto come un pari razionale, viene ammesso al tavolo del negoziato come forma di auto-tutela. Al contrario, la deumanizzazione della ‘Canaglia’ e del ’ Barbaro‘ chiude ogni porta diplomatica: se l’altro è irrazionale e privo di cultura, il dialogo è visto come una debolezza e la guerra diventa l’unico linguaggio possibile.
Questo spiega come mai l’Occidente non riesce a vedere l’Iran come un ‘aggredito legittimo’: il filtro cognitivo gli impedisce di ri-categorizzarlo, condannandolo per sempre al ruolo di cattivo. Una volta che un attore viene bollato come intrinsecamente irrazionale, ogni sua azione — anche la più disperata — non viene letta come una reazione a un’ingiustizia, ma conferma il pregiudizio, viene razionalizzata e infine scartata dal calcolo empatico dell’Occidente.
Se la Russia si lamenta dell’accerchiamento NATO, l’Occidente dice: “È la paranoia irrazionale di un dittatore” e se l’Iran reagisce agli attacchi della coalizione anglo-sionista, l’Occidente dice: “È la follia irrazionale di un regime fanatico che obbliga le donne a indossare velo”. È il trionfo dell’economia cognitiva sulla realtà umana: preferiamo vedere uno schema di ‘lotta tra civiltà e barbarie’ piuttosto che affrontare la complessità di una relazione tossica e asimmetrica che stiamo contribuendo a mantenere.
I mass media non sono semplici cronisti della Image Theory, ne sono le sentinelle: il loro compito è scartare i ‘segnali di razionalità’ dell’altro prima ancora che possano arrivare alla coscienza del pubblico, garantendo che il filtro cognitivo resti intatto. In altri termini, i Mass Media, “forzano”
l’opinione pubblica dentro queste categorie, eliminando le sfumature (proprio come faceva la Neolingua) per rendere la politica estera una questione di semplici etichette psicologiche.
Teoria della Dissonanza Cognitiva di Leon Festinger
Con la teoria della dissonanza cognitiva, possiamo comprendere e dare una spiegazione e certe dinamiche psicologiche e sociali che quotidianamente osserviamo nella classe dirigente Occidentale e nelle masse. Questo meccanismo psicologico, trova oggigiorno un solido terreno socio-culturale sui cui riesce facilmente a innescarsi, derivante probabilmente dal retaggio coloniale, ma viene attivato e cementato soprattutto dai mass media, i quali contribuiscono alla “giustificazione del sistema”, presentando le strutture di potere occidentali come naturali, giuste o inevitabili, rendendo difficile quindi per il pubblico vedere il proprio paese come un “aggressore”.
L’occidente protegge la sua immagine morale nonostante sia l’aggressore, razionalizzando il conflitto interiore che nasce quando le proprie azioni non corrispondono all’immagine ideale di sé. Per eliminare questo disagio e proteggere la sua immagine morale, tende automaticamente a modificare uno degli elementi in conflitto, solitamente modificando la percezione della controparte, deumanizzando o criminalizzando l’avversario o la vittima, per riportare il sistema in equilibrio; come nel caso dell’Iran, che viene etichettato come “minaccia”, “terrorista” o “incivile”. In questo modo, l’aggressione non è più tale, ma diventa “difesa preventiva”, proprio come è accaduto il 28 febbraio.
Le continue minacce di attacchi preventivi, minacce che, come ben sappiamo, si sono poi concretizzate, insieme alla narrativa secondo cui ‘noi siamo responsabili, loro no’, mostrano un uso strumentale del doppio standard morale e una stupefacente dissonanza cognitiva.
L’immagine morale che i sionisti hanno di loro stessi è la seguente: “noi siamo gli eletti, siamo i responsabili, siamo i giusti”, ma sanno anche che possiedono le armi nucleari; il possedere armi di distruzione di massa però contraddice questa immagine che hanno di loro stessi, quindi cosa fanno per uscire da questo sordo disagio psichico interiore? Negano l’evidenza, minimizzano la rilevanza nel possedere testate termonucleari o trasferiscono la responsabilità all’Iran: “loro sono irresponsabili, noi no”. Un modo come un altro per razionalizzare e uscire dalla dissonanza cognitiva. Per citare Elliot Aronson in The Social Animal: “L’essere umano non è un animale razionale, ma un animale che razionalizza”.
Il passaggio da ‘Canaglia’ a ‘Nemico’ non è ostacolato solo dalla politica e dai mass media che sono il braccio operativo della politica stessa, ma dalla nostra stessa mente attraverso la dissonanza cognitiva. Se abbiamo etichettato un Paese come ‘irrazionale’ o ‘inferiore’ per anni, ammettere la sua legittimità oggi creerebbe un conflitto insopportabile con la nostra immagine di “esportatori di democrazia”. Per risolvere questo disagio, il nostro cervello (aiutato dai media) preferisce distorcere la realtà: ogni successo dell’altro viene visto come un imbroglio, e ogni sua minaccia come la prova definitiva della sua follia. Questo meccanismo diventa agghiacciante quando deve giustificare il sangue.
Prendiamo l’attacco alla scuola iraniana del 28 febbraio 2026 ad opera della coalizione anglo-sionista: davanti al massacro di bambine innocenti, il “doppiopesismo” occidentale non è solo una scelta cinica, ma una necessità psicologica per non impazzire. Se quelle bambine fossero state colpite da una ‘Canaglia’, i media parlerebbero di “natura barbara” e “crimini contro l’umanità” (attribuzione interna).
Poiché sono state colpite dal nostro in-group (l’Occidente), la dissonanza viene risolta declassando la tragedia a “tragico errore tecnico” o “conseguenza inevitabile della lotta al fondamentalismo” (attribuzione situazionale). In questo modo, la distorsione della realtà ci permette di osservare una strage senza dover rinunciare alla nostra superiorità morale: le vittime vengono private della loro identità umana e trasformate in un “prezzo statistico” per la nostra sicurezza, garantendo che il filtro della ‘Canaglia’ resti intatto nonostante l’orrore.
La Teoria dell’Identità Sociale di Henri Tajfel
Questa teoria ci spiega che una parte fondamentale della nostra immagine di sé deriva dall’appartenenza a uno o più gruppi sociali. Nella vita quotidiana, oscilliamo tra diversi livelli di percezione: ci sono momenti in cui ci sentiamo principalmente individui (identità personale), focalizzati sulle nostre caratteristiche uniche, e momenti in cui l’appartenenza a un gruppo diventa saliente. La salienza dell’identità agisce come un interruttore: quando un evento o una narrazione attivano il senso di appartenenza, la nostra percezione si sposta sul livello di identità sociale, e iniziamo a pensare e agire non più come singoli, ma come parte di un ‘noi’. Essenzialmente l’identità sociale deriva dal valore dei gruppi a cui apparteniamo (es. appartengo a una nazione civile e democratica).
Quando il gruppo di riferimento viene percepito come minacciato — attraverso pericoli concreti o minacce simboliche come la propaganda e gli stereotipi — questo interruttore scatta con forza massima. Si attiva allora un processo di accentramento (o categorizzazione estrema): un meccanismo psichico di difesa collettiva che annulla le sfumature. All’interno di questo processo, il nostro apparato psichico tende a idealizzare l’in-group (es. Occidente, Unione Europea, USA etc.), vedendolo come un monolite di virtù, e a svalutare l’out-group, percependolo come una minaccia esistenziale. L’idealizzazione trasforma il proprio gruppo in un’entità che non può sbagliare.
Questo garantisce ai membri una “distintività positiva”: appartenere al gruppo ci rende automaticamente persone migliori, indipendentemente dalle azioni che il gruppo compie.
Ad esempio la celebre metafora di Josep Borrell sull’Europa come un “giardino” circondato dalla “giungla”. Qui l’in-group è il luogo dell’ordine, della razionalità e della bellezza, mentre tutto ciò che è fuori è caos selvaggio. Questa immagine serve a cementare l’idea che l’identità occidentale sia un vertice biologico e culturale da proteggere con ogni mezzo. Le stesse guerre vengono narrate come missioni per “esportare la democrazia”, “liberare le donne” o “difendere i diritti umani”.
Questo permette ai membri del gruppo di percepire ogni azione militare non come un’aggressione, ma come un atto di generosità e sacrificio per il bene dell’umanità.
In questo stato di polarizzazione, la percezione che abbiamo dell’out-group viene profondamente distorta, producendo quel fenomeno noto come ‘omogeneità dell’outgroup’: per cui crediamo che “loro siano tutti uguali”, andando a spegnere la nostra capacità di percepire l’altro come un essere umano, annullando quindi l’individualità. Ad esempio, non distinguiamo più tra il governo di un paese, i suoi dissidenti, i civili o gli artisti; diventano tutti un’unica massa indistinta definita solo dall’etichetta o dalla categoria di “nemico” e una categoria è un concetto astratto, non si può provare empatia per un’astrazione.
Proprio come l’Occidente si comporta con la Russia e il suo popolo o come il mainstream tende ad usare statistiche per l’out-group (Gaza) e storie personali per l’in-group o i suo alleati.
A Gaza si parla di “numeri”, “masse”, “flussi di profughi”. La deumanizzazione passa per l’astrazione: i morti diventano dati burocratici. Mentre nell’ingroup si mostrano volti, nomi, giocattoli preferiti, sogni infranti. Questa asimmetria impedisce l’empatia: è facile ignorare la distruzione di un “blocco omogeneo”, ma è quasi impossibile ignorare la fine di una singola vita umana narrata nella sua unicità. Anche la complessità viene annullata: ignoriamo le sfumature politiche o sociali interne all’altro gruppo.
È proprio in questo passaggio che avviene la deumanizzazione. Per proteggere l’immagine morale dell’Occidente come modello unico di civiltà (giusto, razionale e vittima), l’altro deve essere spogliato della sua complessità umana. Attraverso questo filtro cognitivo distorto, popolazioni e leader di paesi come Iran, Russia o Corea del Nord vengono ridotti a etichette fumettistiche: entità intrinsecamente malvage e irrazionali.
Questo porta a disingaggio morale, alla giustificazione della guerra preventiva (come l’attacco preventivo lanciato da Israele contro l’Iran nella notte tra venerdì 12 e sabato 13 giugno 2025 e nel 28 febbraio 2026) e alla costruzione del nemico assoluto, ovvero dei nuovi Hitler come Putin, Maduro, Gheddafi, Assad, Saddam Hussein e Khamenei, i quali incarnano l’essenza stessa dell’out-group: un’entità irrazionale e malvagia contro cui non è possibile dialogo, rendendo l’attacco l’unica risposta razionale.
Pertanto il motivo per cui non “vediamo” o tendiamo a giustificare le azioni terribili del nostro gruppo risiede nel legame indissolubile tra l’immagine del gruppo e la nostra autostima. I membri del gruppo di appartenenza tendono a giustificare moralmente il comportamento del proprio gruppo anche se è riprovevole e oggettivamente scorretto mentre giudicano più severamente l’out-group per lo stesso comportamento, oppure si tratta, come spesso accade, di narrazioni puramente basate sulla fantasia dell’in-group e non supportate da fatti concreti.
Questo crea un doppio standard morale: “se lo facciamo noi, è difesa ma se lo fanno loro, è aggressione”. Pensiamo ai funzionari israeliani i quali hanno definito l’attacco iraniano nei pressi dell’ospedale di Soroka del 12 giugno 2025, un “attacco terroristico”, sebbene, secondo quanto riportato dall’Iran, abbia preso di mira una base militare vicina e non l’ospedale stesso. Al contrario, Israele ha bombardato 36 ospedali a Gaza, negato assistenza medica per mesi e compiuto oltre 700 attacchi contro le strutture sanitarie palestinesi. Bambini bruciati vivi, pazienti operati senza anestesia e ospedali ridotti in macerie.
L’Ego e la Rete: Le Radici Psicologiche del Doppiopesismo Occidentale e la Via del Multipolarismo
Sebbene il favoritismo per il proprio gruppo sia un tratto umano universale, studiosi come Richard Nisbett, Hazel Rose Markus e Shinobu Kitayama dimostrano come la natura dell’identità ne modelli radicalmente la funzione e lo scopo. In Occidente l’identità è di tipo indipendente, qui il sé è visto come autonomo e unico. Il favoritismo serve a confermare la validità del proprio ego e ad accrescere l’autostima individuale attraverso la ricerca di una distintività positiva rispetto all’out-group. Ricordiamoci che il favoritismo verso l’in-group serve a nutrire l’autostima individuale: per sentirmi superiore, devo credere che la mia nazione sia moralmente migliore.
Al contrario, le culture orientali possiedono un’identità interdipendente, tipica delle culture dell’Asia orientale (come la Cina), dell’Africa e dell’America Latina; anche la Russia presenta forti tratti di interdipendenza, ma con sfumature diverse rispetto a quelle dell’Asia orientale.
In queste culture, il Sé non è un’entità isolata ma una tessitura di relazioni: l’individuo non esiste in quanto atomo autonomo, ma come nodo vitale la cui identità è definita dalla posizione che occupa all’interno della rete sociale. In queste culture il favoritismo mira a preservare l’armonia, lasciando spazio all’autocritica per il miglioramento del sistema. Pertanto, il fine ultimo non è l’auto- affermazione, ma il mantenimento dell’armonia collettiva. Se l’identità è legata alle relazioni e al contesto, il “nemico” non è malvagio per natura, ma un attore che reagisce a un contesto tossico o a pressioni insostenibili.
Eventi come la risposta russa all’accerchiamento NATO o la reazione iraniana all’aggressione israelo-statunitense del 28 febbraio 2026, non vengono letti come “follia isolata”, ma come esiti di un lungo deterioramento relazionale. Quindi, poiché tutto è interconnesso, un problema con un “altro” è visto come un guasto nella relazione, non necessariamente come una colpa del singolo. Questo apre la porta alla comprensione del contesto e all’autocritica.
Questa differenza spiega perché Cina e Russia spingano per un mondo multipolare. Non è solo una strategia di potere, ma un fattore sistemico: L’Occidente (Monopolarismo) ragiona come un individuo che deve “emergere” ed essere il nodo più grande. Ignorando il contesto, vede solo la “cattiveria” dell’altro, rendendo il conflitto morale ed eterno. L’Oriente (Multipolarismo) invece vede il mondo come un ecosistema di nodi interconnessi. L’obiettivo non è il primato assoluto, ma l’equilibrio della rete. Se la mia identità non dipende dal sentirmi “il migliore”, svanisce la necessità psicologica di denigrare l’altro per confermare il mio valore.
In sintesi, il multipolarismo è la traduzione geopolitica del pensiero relazionale: la ricerca di un’armonia tra pari che l’ego occidentale, intrappolato nella propria dissonanza cognitiva, nei rigidi schemi della Image Theory e in una viscerale identificazione sociale con il proprio gruppo, fatica persino a concepire.
Conclusione: Occorre una Consapevolezza Radicale
In definitiva, finché i meccanismi psicologici descritti — dalla Dissonanza Cognitiva, che ci spinge a negare la sofferenza altrui per non sentirci colpevoli, alla Image Theory, che cristallizza l’avversario in un’immagine di male assoluto, fino alla Teoria dell’Identità Sociale — non verranno apertamente discussi a livello di mainstream e nelle scuole, la pace rimarrà un’illusione.
Sebbene questi processi siano intrinseci alla natura umana e presenti in ogni cultura, essi trovano in Occidente un terreno particolarmente fertile. La nostra cultura del ‘Sé indipendente’, focalizzata sulla superiorità individuale e sul bisogno di costante auto-affermazione, esaspera la necessità di un nemico esterno per confermare la nostra immagine di ‘civilizzatori’. Mentre altre culture possono trovare nell’interdipendenza e nell’armonia sistemica una spinta all’autocritica, l’identità occidentale tende a barricarsi dietro una distintività positiva che non ammette crepe.
Finché gli Stati e le élite non saranno consapevoli di queste dinamiche, e finché continueremo a scambiare le nostre proiezioni psichiche per realtà geopolitiche, la guerra e la sopraffazione dell’uomo sull’uomo rimarranno eventi irrefutabili e ciclici.
Occorre una consapevolezza radicale: solo smascherando i trucchi con cui la nostra mente costruisce il mostro potremo finalmente scorgere l’essere umano dall’altra parte del confine.










































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