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Il nuovo “caso Mattei” e la crisi della sovranità simbolica italiana

di Tiberio Graziani

L’articolo interpreta la diffida della famiglia Mattei come segnale di un disallineamento tra memoria storica e prassi geopolitica. Il richiamo a Enrico Mattei mette in luce il deficit di autonomia strategica dell’Italia e l’incapacità di tradurre in azione politica una tradizione fondata su indipendenza energetica e visione multipolare.

C’è un dato che, più di altri, segnala la profondità della frattura apertasi attorno alla figura di Enrico Mattei: la necessità, da parte dei suoi eredi, di intervenire formalmente per impedirne un uso ritenuto distorsivo da parte del Governo stesso. La diffida inviata a Palazzo Chigi contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è soltanto un episodio di conflittualità politico-giuridica, ma un sintomo di una più ampia crisi di orientamento strategico.

Quando Pietro Mattei parla di “distorsione dell’eredità politica”, egli richiama implicitamente una categoria centrale della riflessione geopolitica: quella della coerenza tra rappresentazione simbolica e prassi strategica. In altri termini, il problema non è il nome in sé, ma il disallineamento tra ciò che esso storicamente significa e l’azione politica che oggi pretende di incarnarlo.

Per comprendere la portata di tale disallineamento, è necessario collocare la figura di Enrico Mattei nel contesto della competizione sistemica del secondo dopoguerra, evitando letture riduttive che ne limitino l’azione alla sola dimensione industriale.

Fondatore dell’ENI, egli operò in una fase di rigida bipolarità, ma seppe ritagliare per l’Italia uno spazio di manovra autonomo, sfruttando le contraddizioni del sistema internazionale. La sua strategia non fu semplicemente energetica; essa fu, a tutti gli effetti, una forma di politica estera parallela, fondata sulla diversificazione delle alleanze, sull’interlocuzione diretta con attori non allineati e sulla costruzione di relazioni privilegiate con il cosiddetto “Terzo Mondo”: una prassi che oggi definiremmo multivettoriale.

Tale impostazione non fu un’anomalia isolata, bensì si inserì in un più ampio clima politico e culturale che caratterizzò i primi decenni della cosiddetta Prima Repubblica. In quegli anni, all’interno della classe dirigente italiana, maturò una sensibilità – talvolta definita, con formula semplificatrice, “terzomondista” – che guardava ai processi di decolonizzazione non soltanto come a fenomeni storici, ma come a opportunità per ridefinire il posizionamento internazionale dell’Italia, in particolare nel Mediterraneo. Il dialogo con i Paesi emergenti dell’Africa e del Vicino e Medio Oriente non era percepito esclusivamente in chiave economica, ma anche come leva per sottrarsi, almeno parzialmente, alla rigidità dei blocchi, e tentare di ridurre – pur tra grandi difficoltà e ricatti – il vincolo esterno.

In questo quadro si colloca la linea intellettualmente eterodossa di alcuni politici come ad esempio Amintore Fanfani, il cui “neo-atlantismo” rappresentò un tentativo di reinterpretare l’appartenenza italiana al campo occidentale. Lungi dal mettere in discussione il vincolo atlantico, Fanfani cercò tuttavia di modularlo, adattandolo alla specificità di una nazione mediterranea, ponte naturale tra Europa, Africa e Vicino e Medio Oriente. Si trattava, in sostanza, di superare un atlantismo rigido – che avrebbe confinato l’Italia in una posizione meramente subordinata – per aprire margini di iniziativa autonoma, pur all’interno di un sistema dominato dagli Stati Uniti e condizionato, sul piano interno, dalla presenza di un forte partito comunista legato a Mosca.

Questa tensione verso l’autonomia trovò espressione anche nell’azione di figure come Giorgio La Pira, il cui attivismo internazionale, spesso sottovalutato, anticipò forme di diplomazia parallela fondate sul dialogo tra civiltà e sull’apertura verso il mondo arabo e mediterraneo. La Pira, così come Mattei, comprese che il Mediterraneo non era una periferia, ma un centro strategico, e che l’Italia poteva svolgere un ruolo peculiare proprio in virtù della sua posizione geografica e della sua storia.

Questa tradizione di relativa e problematica autonomia conobbe momenti di riaffermazione anche in fasi successive, come dimostra il noto episodio di Sigonella del 1985, sotto il governo di Bettino Craxi. In quella circostanza, l’Italia rivendicò apertamente la propria sovranità decisionale nei confronti degli Stati Uniti, segnando uno degli ultimi sussulti di una postura strategica non completamente allineata. Pur trattandosi di un episodio circoscritto, esso rivelò la persistenza, nella cultura politica nazionale, di una tensione all’autonomia che affondava le proprie radici proprio nella stagione di Mattei.

Nel loro insieme, queste esperienze delineano un patrimonio politico e culturale coerente, sebbene non privo di contraddizioni: una linea di condotta che potremmo definire “autonomista”, capace di muoversi entro i vincoli del sistema occidentale senza rinunciare del tutto a margini di iniziativa indipendente. È all’interno di questa traiettoria che va dunque compresa l’azione di Mattei, la cui strategia energetica rappresentò uno degli strumenti più efficaci per tradurre tale visione in pratica operativa.

Alla luce di ciò, il richiamo contemporaneo alla figura di Mattei appare problematico se non accompagnato da una corrispondente volontà di recuperare quella tradizione di autonomia strategica. In un contesto internazionale sempre più policentrico, caratterizzato dall’emergere di nuovi poli di potere e dal progressivo ridimensionamento dell’ordine unipolare, il patrimonio politico della Prima Repubblica – nelle sue componenti più dinamiche ed eterodosse – potrebbe offrire spunti utili per una ridefinizione della politica estera italiana.

Senza tale recupero, tuttavia, il rischio è che il nome di Mattei venga ridotto a mera etichetta evocativa, priva della sostanza geopolitica che ne aveva fatto uno dei principali interpreti di una possibile autonomia italiana nel mondo.

Mattei comprese che il controllo delle risorse energetiche costituiva il fulcro della sovranità concreta. Da qui la rottura con il cartello delle “Sette Sorelle” e l’apertura verso partner considerati, all’epoca, politicamente sensibili o addirittura ostili all’Occidente. Tale postura configurava una forma embrionale di multipolarismo (o policentrismo) operativo, in cui l’Italia tentava di sottrarsi alla condizione di periferia strategica dell’Atlantismo.

È su questo punto che la vicenda contemporanea assume una rilevanza geopolitica. Il cosiddetto “Piano Mattei” per l’Africa, nella misura in cui si inserisce in un quadro di sostanziale continuità con le direttrici euro-atlantiche, appare – secondo i critici – come una costruzione nominale priva del contenuto strategico originario. La questione, dunque, non è se l’Italia debba o meno operare in Africa, ma quale paradigma debba guidarne l’azione.

Il continente africano rappresenta oggi uno dei principali teatri della competizione globale: non solo per le risorse energetiche e minerarie, ma per il suo ruolo demografico, logistico e politico nel XXI secolo. Attori come la Cina, la Russia, la Turchia e le monarchie del Golfo hanno sviluppato strategie di lungo periodo, fondate su investimenti infrastrutturali, cooperazione militare e penetrazione economica. In questo contesto, l’Unione Europea appare spesso priva di una visione unitaria, oscillando tra approcci securitari e iniziative di sviluppo frammentarie.

L’Italia, per posizione geografica e storia, potrebbe teoricamente svolgere una funzione di cerniera euro-mediterranea. Tuttavia, tale funzione richiederebbe una chiara definizione di interesse nazionale e una relativa autonomia decisionale. È proprio questa autonomia che la figura di Mattei simboleggia e che, secondo la critica espressa anche su La Stampa, risulterebbe oggi indebolita.

Il nodo migratorio, richiamato nella diffida, si inserisce pienamente in questa dinamica. La gestione dei flussi provenienti dall’Africa è divenuta uno degli strumenti attraverso cui si articolano i rapporti di potere tra Europa e Paesi di transito o origine. Accordi con Stati come Tunisia o Libia rispondono a esigenze immediate di controllo, ma rischiano di consolidare una visione tattica, piuttosto che strategica, del rapporto con il continente.

In termini geopolitici, ciò equivale a rinunciare a una proiezione autonoma, limitandosi a operare all’interno di cornici definite da altri attori, in primis gli Stati Uniti. Ed è proprio questo il punto sollevato da Pietro Mattei: il passaggio da una postura assertiva, capace di negoziare anche in condizioni di asimmetria, a una postura adattiva, orientata all’allineamento.

La scelta di intraprendere un’azione legale – come riportato anche da ANSA – assume quindi un valore che travalica il piano giuridico. Essa segnala una contesa sulla titolarità della memoria strategica nazionale. In gioco non vi è soltanto il nome di Mattei, ma la possibilità stessa di richiamarsi a una tradizione di autonomia senza tradurne i presupposti operativi.

In ultima analisi, la vicenda evidenzia una contraddizione tipica delle potenze a sovranità limitata: l’esigenza di evocare figure simboliche di indipendenza per legittimare politiche che, nella sostanza, si collocano entro vincoli esterni difficilmente eludibili. È una dinamica che produce inevitabilmente attriti, soprattutto quando la memoria storica è ancora presidiata da soggetti in grado di rivendicarne l’integrità.

Se si volesse trarre una conclusione in chiave geopolitica, si potrebbe affermare che il nuovo “caso Mattei” rappresenta un indicatore dello stato di salute della proiezione internazionale italiana. Dove il nome sopravanza la strategia, si manifesta un deficit di visione. E dove la memoria viene contestata, emerge la necessità – non più rinviabile – di ridefinire il rapporto tra identità storica e azione politica nel sistema internazionale contemporaneo.

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