Essere rivoluzionari oggi: una provocazione
di Alessio Mannino
“Il problema del socialismo è che impegna troppe serate”, diceva Oscar Wilde. Lo stesso può dirsi della democrazia. Nell’angoscioso eterno presente dei consumi usa e getta, con il passato reciso e il futuro troncato, il tempo è una variabile dipendente dal mercato: ritmato dal lavoro e da quel secondo lavoro che è l’intrattenimento permanente. Così, di tempo non ne resta molto per impegnarsi a fondo in cause che mettono a rischio la quiete del suddito. Tutto si svolge nella breve durata autoreferenziale. Compresa la politica, dove i partiti ridotti a sigle nascono e muoiono come funghi, e con un assembramento di poche ore (flashmob) pare di aver fatto già una mezza rivolta. La gente di certa kual cultura si compiace di sé in convegni dove ce la si canta e ce la si suona, o al massimo prova il brividino della sfilata in piazza. Dopodiché, salvata la coscienza, rincasa. E al più, sforna un video per la fanbase col proprio faccione in primo piano.
Questo, quando va bene. Quando va male, si assiste passivi a una politica liquida, inconsistente, omologata, insopportabilmente ilare e di corta visione. Un supermercato di luoghi comuni. Eppure, se usciamo dal perimetro mentale dell’Occidente e ci trasferiamo con l’immaginazione dove riaffiora il bisogno di reale, della vitalità si può trovare. Le sorgenti di salute restano quei legami senza i quali ci sentiamo persi, monchi, handicappati: il vincolo affettivo e familiare, i circoli d’amicizia, gli spazi a misura d’uomo, la riconnessione con ciò che di relativamente intaccato persiste nonostante l’invadenza dell’artificiale.
Assicurano quelle radici naturali che riconoscono ancora qualcosa di vivo nella Terra, nell’abitare un luogo, nel vivere in relazione ad altre persone in carne e ossa. Non sono cose banali: sono le pre-condizioni per tornare alla politica in una società dove si agisce senza corpo, a distanza, virtualmente.
La simbiosi fra Tecnica ed Economia che colonizza il nostro inconscio non può essere ignorata o spezzata, ma può essere diversamente orientata rimodulando limiti e finalità che attribuiamo alle macchine e al denaro. Oh bella, direte voi, ma questo vorrebbe dire fare una rivoluzione quasi antropologica, e forse possiamo togliere il quasi. Infatti. Se abbandoniamo le categorie classiche e partiamo dal presupposto che rivoluzione significhi “lotta contro tutto ciò che costituisce ostacolo alla vita” (Simone Weil), rivoluzionario sarà quel movimento che cerca di formare un tipo umano interiormente più libero, più forte, più capace di autogovernarsi. Intendiamoci: non si tratta di fondare qualche comune neo-hippie o rifugiarsi in monasteri laici sulla collina, illudendosi di sottrarsi così alla cappa di controllo, e neppure, all’opposto, di scaricare l’incombenza su una resistenza meramente individuale.
Si tratta piuttosto di porre come obbiettivo organizzato di una comunità politica il distacco etico dalle risorse del sistema allo scopo di rivolgergliele contro. Se è vero com’è vero che i mezzi sono parte del fine, è anche vero che non sempre, per non dire quasi mai, è possibile sceglierseli (guardate papa Prevost, che pur di gettarsi nella mischia contro Trump, Thiel & C ha dato la sua benedizione a una multinazionale rivale, chissà quanto davvero “etica”, Anthropic). Finirne usati è certamente inevitabile, specialmente quando si tratta di quel diabolico dispositivo algoritmico, tascabile e di forma rettangolare, che risucchia la nostra attenzione inducendoci a fissarlo compulsivamente, come fosse il nostro letale specchio di Narciso.
Ma se qualcosa è inevitabile, a maggior ragione non è lecito farne un alibi. Il compito è ambizioso, certo, poiché pedagogico, rieducativo, pre-politico. Aristocratico, a rigor di termini. Cioè, alla lettera, riservato ai migliori. Ma la democrazia, quella autentica, non liberale, destinata in parte a rimanere ideale – il che non la rende meno desiderabile – è, di per sé, un’aristocrazia sotto altro nome. Popolare, però: selezionata per impegno e partecipazione alla cosa pubblica, e non secondo la discriminante di reddito e il trionfo della cosa privata, come invece avviene con la squallida oligarchia di ricchi schifosamente ricchi oggi assisi sul trono. Tutto il problema ruota attorno a come e in quale misura gestire la tecno-economia e i suoi strumenti per subordinarla alla ricostruzione di un legame comunitario. Abbiamo davvero bisogno di questa Tecnologia, di questa Finanza, di questa Rete o, che so, di questa Europa, oppure si può ripensarle da cima a fondo? Se la risposta è no, spiacenti, vaste programme, non resta che il connivente riformismo, un’aggiustatina qua e là e uno strapuntino in parlamento. Se invece rispondiamo di sì, allora tornare a parlare di rivoluzione è un dovere. In un senso duplice: ribellione esistenziale del singolo e conflitto politico nel collettivo. Due facce non disgiungibili della stessa medaglia.
Una volontà realmente rivoluzionaria si compie nello sforzo di immaginare un’altra vita. Altra nel modo di concepire il principio di giustizia alla base della convivenza, e altra nel modo di praticarlo nelle sue applicazioni concrete. C’è una battuta di Luciano Bianciardi, penna anarchica purtroppo dimenticata, che rende bene il concetto: “È giusto che gli allenatori di calcio guadagnino dieci volte più dei ministri? Non è giusto niente, è solo economico. La logica di questa società vuole che sia meglio pagato il più desiderato”. La rivoluzione, da etimo, è ritorno all’origine, rinascita, rigenerazione. Un processo è rivoluzionario se libera energie emancipatrici, altrimenti è uno slogan vuoto. E può confidare su un fatto sicuro: “esiste sempre un momento storico in cui diviene possibile una rottura sistemica, a condizione che esistano soggettività politiche capaci di cogliere al volo questa opportunità senza imbarcarsi in disquisizioni sull’esistenza o meno di condizioni ‘oggettive’ favorevoli al successo dell’impresa rivoluzionaria” (Carlo Formenti, Onofrio Romano, ‘Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare’, DeriveApprodi, 2019).
Siamo sempre lì: va costruito, come si è sentito ripetere milioni di volte, il famoso “soggetto”. La novità è che non andrebbe concepito solo come partito, ma prima di tutto come coscienza da elaborare e interiorizzare, facendo appello alla vitalità compressa dall’addomesticamento digitale e lavorativo. Urge una scuola di contro-élite. Fattibile, con tutti gli intellettuali critici confinati nelle catacombe web. Con la consapevolezza, tutt’altro che rassicurante e, tuttavia e proprio per questo, più sfidante e rivitalizzante che forzare la realtà haconseguenze, in qualche misura, sempre tragiche. Quando si intende violare il potere stabilito proponendosi come contropotere, ci si deve assumere la responsabilità della violenza di cui, volenti o nolenti, si è portatori. Non armata ma pur sempre violenza, cioè meditata violazione dei rapporti di dominio. A meno che sotto sotto non si miri (o, vedi Movimento 5 Stelle, non ci si infogni) a rattoppare l’esistente per guadagnarsi una poltrona a Palazzo, non c’è modo di sfuggire agli ineludibili effetti di un’azione, foss’anche inizialmente di piccola scala, che voglia imprimere un’orma radicalmente differente all’ordine costituito. La direzione di una “grande politica” non è un optional: è la necessità per eccellenza. Quanto meno, per non finire complici. Parole di un idealista anti-romantico? All’inizio era il verbo, si legge in un testo che avuto una certa fortuna. Qui, per carità, scritto in minuscolo, ché già ce ne sono troppi in giro, di vendi-pentole del Cambiamento Prossimo Venturo…












































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