
Alla ricerca di (delle) radici
Tentativo di dare ordine ai concetti di prodotto sociale, consumo e surplus
di Luciano Bertolotto
Il prodotto sociale
La natura fornisce le risorse necessarie alla vita... la madre terra..
L'uomo, con il lavoro, la modifica, per trarre quanto pensa gli sia utile.
Non senza conseguenze. In parte dovute alla selvaggia appropriazione di quel che serve per soddisfare la domanda di un consumo sempre più sofisticato.
Il territorio è considerato alla stregua di una variabile dipendente, uno ostacolo da superare.
Certe catastrofi non sono affatto naturali...
Inoltre la popolazione mondiale, cresciuta in misura abnorme, si è concentrata in aree superaffollate dove, i rifiuti e, soprattutto i gas emessi, alterano ogni precedente equilibrio.
Qualche megalomane pensa che stiamo distruggendo il pianeta.
In realtà a essere distrutto sarà solo il nostro habitat.
Con noi, o senza di noi, il vecchio sasso continuerà, tranquillamente, a ruotare attorno al sole.
Ma questo è solo un aspetto del problema. Una conseguenza(non la sola) del comportamento di chi sta segando il ramo su cui è seduto.
Il guaio dell'uomo(soprattutto se di genere maschile) è di credere d'essere padrone del mondo. Come se esso esistesse per noi...anzi, per qualcuno di noi. Come specie lo si vuole dominare e, nel suo piccolo, ciascun individuo cerca di possederne almeno un pezzettino.
Probabilmente si è perso il ricordo di quanto era fragile l'umanità di fronte alle forze della natura.
Vecchia storia sancita da scritture più o meno sacre...
Sono solo due i fattori della produzione davvero indispensabili: natura e lavoro.
Con il lavoro applicato alla natura si ottiene il prodotto sociale. La massa dei beni e dei servizi che costituiscono la base materiale del vivere civile.
Sociale perché è il risultato di uno sforzo collettivo. Con esso, più o meno bene, sopravviviamo tutti.
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Legge della fisica ma, anche, della produzione.
Fondamentale, per il lavoro, è il supporto della tecnica. L'elemento che, negli ultimi secoli, ha trasformato, in continuazione e sempre più profondamente, il modo di produrre. L'industrializzazione è, in gran parte, conseguenza delle macchine.
La globalizzazione è stata resa possibile dall'informatica e dal progresso dei mezzi di trasporto.
La catena della formazione del valore(un modo elegante per indicare la produzione capitalistica)si è allungata coinvolgendo, quasi, tutto il mondo. Anche qui non senza contraddizioni...
Il supporto tecnico ha reso sempre più produttivo il lavoro umano. Arrivando,almeno in parte, a sostituirlo. Robotica, intelligenza artificiale e via dicendo...
Molto del tempo di lavoro si spende a realizzare ciò che permette di risparmiare tempo di lavoro…
Qualcuno della tecnica ha paura. Spesso le sue applicazioni vanno oltre la normale capacità di comprensione e, forse, anche di controllo. Prendiamo ad esempio l'intelligenza artificiale.
Sta per irrompere sul lavoro cognitivo rendendo superflua una buona parte degli addetti ad esso.
Ma è un qualcosa che esiste, non la si può ignorare.
E' una realtà concreta inarrestabile. Facile, per i pessimisti, l'accostamento a Frankeinstein...
Ma può anche darsi che, in un futuro a venire, gli storici( se qualcuno di loro sarà sopravvissuto...) indicheranno nella tecnica e nella sua capacità di farsi autonoma, uno dei principali fattori del passaggio dal capitalismo a …
La produzione
La popolazione mondiale è costituita da oltre otto miliardi di persone.
Tre miliardi diceva la mia maestra, neppure tanti anni fa. Da allora siamo più che raddoppiati.
Ed è, ovviamente, cresciuto in proporzione il bisogno da soddisfare.
La cosa parrebbe non creare problemi visto che, nella stessa misura, è aumentata la potenzialità di lavoro. Ma non è così.
La crescita della popolazione non è avvenuta in misura omogenea. Scarsa, o addirittura negativa, nelle zone di più antico sviluppo economico, altissima nei Paesi poveri. Questo, in parte, spiega il fenomeno immigratorio. Il tentativo dei dannati della terra di poter accedere ad un consumo adeguato, respinto violentemente dai ricchi (a volte neppure tanto...)schierati in difesa del loro benessere.
In molte zone geografiche la possibilità di lavorare, contribuendo alla formazione del prodotto sociale, è molto limitata. Nonostante la globalizzazione.
Da tempo le multinazionali, ampliando l'ambito della produzione e del mercato, avevano posto le premesse a nuove forme di creazione del valore. Il principio è elementare. Produco dove costa meno e, così, aumento il profitto. C'è nei paesi poveri un'enorme disponibilità di lavoro. Oltretutto poco sindacalizzato e scarsamente protetto da norme... una pacchia.
Per cui la linea di montaggio si è estesa a mezzo mondo. Ogni componente arriva, da dove più conviene, in tempi contingentati. Il prodotto finito viene venduto là dove c'è richiesta.
Ma se la coperta è troppo corta è inevitabile che qualcuno resti scoperto....
Molte fabbriche, nell'Occidente, hanno chiuso perché non c'era più convenienza a tenerle aperte. Meno salari, meno consumi. Mercati depressi, merci non vendute, sovrapproduzione...
Anche l'innovazione tecnica non ha trovato, con la crisi del meccanismo della concorrenza (suo antico motore), la possibilità dello sviluppo che sembrava essere in grado di realizzare.
Oltretutto quegli ingrati del terzo mondo(Cina in testa) hanno iniziato a invadere i mercati con prodotti tutti loro.
Contraddizioni sono sorte tra il carattere universale della produzione e la finitezza geografica dello Stato nazionale, elemento indispensabile per la gestione della società dominata dal capitale. Sorpresa: i padroni si sono scoperti internazionalisti. Ad esempio le tasse le pagano( se le pagano...) laddove le condizioni sono più favorevoli...
In generale la tendenza è quella di rinnovare la divisione internazionale del lavoro dando al singolo Stato la sua specializzazione.
Quella degli USA, decaduta come potenza industriale, è, principalmente, la forza militare.
Visto che su questa ha molto investito e... che non disdegna di usarla.
Anche perché i poveri si sono montati la testa. Il BRICS( Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) è un'entità concreta che crea buona parte del prodotto sociale mondiale. L'impero si sente minacciato.
Gli emergenti hanno accumulato enormi avanzi nella bilancia dei pagamenti e, forse, sono stufi di finanziare le cicale. Sia pure cicale armate...
C'è un gran rimescolamento di carte ma il numero di produttori e, dunque, il potenziale lavoro disponibile, resta incerto...
Al capitalismo non è ancora stato possibile arruolare, sotto le proprie bandiere, la massa dei diseredati del mondo. Troppa incertezza politica...
Come già accennato, ancor più aleatorio, in quanto soggetto ad un continuo ed in gran parte imprevedibile processo di crescita, l'effetto del fattore che, impropriamente, chiamiamo tecnologico.
Ad esso è legato il cosiddetto lavoro cognitivo. Il suo apporto va oltre la ricerca e la gestione dei mezzi materiali di produzione. In una società giunta ad un certo livello di civilizzazione soddisfa i bisogni di conoscenza e di godimento. Cultura e arte che, come ogni altro prodotto, hanno un mercato capace di trasformarli in merce. Del resto come potrebbe essere altrimenti in una società dominata dal potere del denaro?
Molte cose sono cambiate negli ultimi decenni. Nell'immaginario rivoluzionario si sente, ancora, l'eco dell'epico scontro tra capitale e lavoro, tra i capitalisti e gli operai. C'è nostalgia del padrone, con tanto di tuba in testa, disegnato da Reznicek, o, il Cipputi, l'operaio-massa di Altan. Simboli di un mondo oramai residuale. La classe operaia è stata dispersa, in parte sostituita da macchine e, in parte, da lavoratori di altri Paesi. Per il prodotto sociale, inteso nella sua forma globale, poco cambia se il lavoratore è italiano o indiano... Cambiano, però, i rapporti di forza, e, di conseguenza, il consumo nelle diverse aree geografiche.
Anche il capitale ha subito una profonda trasformazione. Progressivamente è passato da poche mani(le grandi dinastie industriali) ad una miriade di mini-capitalisti gestiti da fondi o da diavolerie finanziarie appositamente create.
Soprattutto per la grande impresa il processo di accumulazione ne risultata sconvolto.
Il management(oggettivazione del comando) non ha grande interesse a usare la maggior parte del plusvalore ricavato in nuovi investimenti. Quello che conta è il profitto a breve termine da ridistribuire tra gli azionisti. Da questo dipende il successo del c.e.o. e di chi gli sta attorno.
Per giunta la tecnica ha permesso di realizzare un formidabile aumento di produttività delle ore di lavoro. Ciò si è tradotto in una forte riduzione del del numero di occupati del settore industriale. Stessa cosa era già avvenuta per l'agricoltura. Per molti il lavoro, oltre ad essere diventato precario, non risulta neppure più desiderabile. Non c'è da stupirsi: le retribuzioni, talvolta, non vanno oltre l'importo degli ammortizzatori sociali. O, addirittura, sono al di sotto di questi...
Il settore dei servizi(soprattutto quelli di poco conto) non è in grado di assorbire la forza lavoro liberata. In molti si sono mangiati i risparmi gestendo botteghe la cui vita è durata qualche mese.
Tutto ciò, oltre a trasformare la società, ha una forte incidenza sull'economia capitalistica. Il singolo imprenditore, quasi sempre fragile anello della lunga catena formatesi per produrre quella data merce, innova, quando riesce a farlo, per ridurre la spesa del lavoro dipendente.
In concorrenza con gli altri imprenditori del settore. Nasce, così, la contraddizione tra il singolo padroncino e la sua stessa classe. Con tanto di caduta del tasso di profitto e crisi complessiva...
Infine c'è, ed è fondamentale per la società, il lavoro di cura. Quello svolto da tantissime donne e da molti volontari. Anche se non retribuito è lavoro a tutti gli effetti. Anche qui applicato alla natura visto che le persone sono, indubbiamente, parte di essa. Non produce plusvalore e, pertanto, è scarsamente considerato dalla teoria economica. Ma il suo apporto costituisce una parte considerevole del prodotto sociale. Anche qui la situazione è complessa e porta, al suo interno molte delle contraddizioni,sociali ed economiche, di questa società.
Il consumo
Con questo termine definiamo, esclusivamente, la parte del prodotto sociale fruito da chi lo ha realizzato. Pare un'idea bizzarra distinguere il consumo dell'operaio da quello del militare.
Sia l'uno che l'altro, tanto per fare un esempio, mangiano.
Ma qua l'è l'apporto del militare( del poliziotto, del burocrate, del giudice, e via elencando) alla formazione del prodotto sociale?
Il lavoro improduttivo(evito, di proposito il termine parassitario) è finalizzato a mantenere lo Stato, una costruzione storica, oggi, indispensabile(per il complesso di funzioni che gestisce) ma che, in futuro, potrebbe anche non esistere più (e ce ne faremmo una ragione...).
Viceversa, Stato o non Stato, oggi o domani, senza mangiare non si campa.
Il processo di produzione è, quasi interamente, sociale mentre l'uso, per quel che riguarda le merci, è, essenzialmente, individuale. Tutta l'ideologia del mercato dispiega i suoi mezzi(pubblicità in primo luogo) con il fine di personalizzare il consumo.
Va detto, però, che in una società sempre più complessa, è indispensabile l'uso di servizi comuni a più persone. A se stanti ( come, ad esempio, è un ambulatorio), o di supporto all'uso individuale di un bene. Un settore che ha raggiunto una rilevanza, per il numero degli occupati, superiore all'industria e all'agricoltura.
I servizi, pur essendo elementi intrinsecamente sociali, sono, in buona parte privati o privatizzati. L'ha imposto l'ideologia dominante in combutta con la legge del profitto.
Con buona pace dello Stato che, come sentiamo in continuazione, è al servizio dei cittadini.
La gestione e il controllo delle reti( informatiche, sanitarie, energetiche, idriche, del trasporto...) è sottratto agli utenti. Opachi interessi decidono su questioni che riguardano la vita di tutti.
L'entità complessiva del consumo, nella nostra società, dipende dalle dinamiche in essa presenti. Per il lavoro dipendente è interesse, di chi lo sfrutta, tenere il più basso possibile il compenso per le ore lavorate. Di conseguenza la capacità di spesa. Ci fu un periodo(dal dopoguerra fino agli anni settanta del secolo scorso) in cui, la società raggiunse, nel suo complesso, un certo benessere e i produttori, tramite la lotta di classe riuscirono a strappare un discreto livello di consumo.
Forse anche per questo, successivamente, cambiò il modo di produrre. La frammentazione del lavoro, il massiccio ricorso alle macchine e, in seguito, la globalizzazione, ridussero la capacità contrattuale del proletariato. Alle difficoltà oggettive si aggiunse la complicità del sindacato che, per una contrattazione responsabile, accettò di autoregolare richieste e forme di lotta.
Non c'è da stupire: ogni istituzione ha una propria inerzia interna, che impone, come condizione primaria, la conservazione della propria esistenza...
Sta di fatto che, almeno in Italia, l'inflazione(non più compensata, sia pur parzialmente, dalla scala mobile) ha ridotto la capacità di consumo dei lavoratori dipendenti. Almeno di quelli appartenenti alle fasce medio-basse. Spesso anche chi ha un contratto a tempo indeterminato fatica ad arrivare a fine mese. Lo chiamano lavoro povero. Se poi capita qualcosa(la disgrazia, per i poveri cristi, è sempre in agguato) non resta che la Caritas...
La tecnica ha pervaso anche il consumo. Si è ripresa buona parte del tempo liberato, trastullando il fortunato con i suoi aggeggi elettronici e informatici.
Una liberazione che spesso, oltre a corrispondere ad una riduzione della capacità di spendere(vedi cassa integrazione...), è vissuta malamente con annessi problemi psicologici(e sociali).
La religione del lavoro è, tutt'altro che scomparsa in questa società. Niente paura: la farmaceutica ha fatto passi da gigante nel settore degli antidepressivi...
Il surplus
Il prodotto sociale in parte viene consumato. Quello che resta è il surplus. Forse, anche per non confonderlo con l'incremento di valore dello specifico modo di produzione capitalistico, sarebbe meglio chiamarlo prodotto eccedente. Definizione che, però, ritengo offensiva nei confronti di coloro(e sono tanti)che questo eccesso proprio non sanno cosa sia...
Considerando il consumo abbiamo da esso escluso ciò che non serve per la produzione e riproduzione della forza lavoro. Pertanto lo consideriamo surplus.
Ma il surplus non è solo consumo dei ceti improduttivi. E' anche spreco: ciò che è inutile(o, talvolta, dannoso) pur entrando a far parte del prodotto sociale.
Le armi, per esempio. Ma anche cose più ordinarie come gli alimenti che, in buona fetta, finiscono nei bidoni dell'immondizia. O, ancora, l'oggetto buttato perché non è più di moda... Tributo all'opulenza conquistata, anni fa, anche, dal ceto medio.
Che dire delle case vuote, dei capannoni inutilizzati, degli armadi pieni di cose inutili?
Ciascuno può, facendo un esame di coscienza, individuare il suo apporto allo spreco.
Non a caso l'economia di mercato si basa su di esso. La pubblicità lo rende necessario e gradevole. Quasi tutti i beni sono merci e, come tali, hanno lo scopo di essere venduti.
Far girare il soldo... Solo così si può continuare a produrre e...a sprecare.
Una parte del surplus può essere definito come eccesso rispetto al normale consumo.
Le voci sono tante e portano su un terreno un po' scivoloso.
Il telefonino è necessario? Qualcuno sostiene essere un oggetto dannoso. Probabilmente il suo uso compulsivo(quello della maggioranza degli utenti) modifica le capacità dell'individuo. Credo in peggio. Ma non è questo il punto. Almeno in questi ragionamenti.
Sta di fatto che, nell'attuale grado di sviluppo della società è diffusissimo ed è, oramai, un normale oggetto di consumo. Come tale, ci piaccia o no, dobbiamo considerarlo. Spreco è, invece, cambiare lo smartphone, ancora efficiente, con un altro che sostanzialmente fa le stesse cose ma che la pubblicità ci presenta come nuovo. Si rottama una parte del prodotto sociale ancora utile.
C'è, poi, forse meno evidente, un altro tipo di spreco. Tramite la sottrazione di tempo di lavoro viene realizzato un surplus per ogni unità di prodotto. Solo una parte di questo viene reinvestito.
Il resto è appannaggio, oltre che del management, dei detentori del capitale.
Resta sotto forma di denaro. Tesaurizzato e, anche, sprecato in quanto inutile ai fini di una nuova produzione. Questo vale per il risparmio ma, anche, per i miliardi di Musk, Bezos, Zuckerberg(e compagnia bella...). Soldi che servono quanto il denaro in cui Paperon de Paperoni faceva il bagno...
Un'equivalenza
La matematica ci permette di mettere in relazione tra di loro i vari elementi, finora, considerati..
Tramite un'equivalenza. Una semplice relazione tra grandezze omogenee.
Da una parte il prodotto sociale dall'altra la somma di consumo produttivo e surplus.
Quest'ultimo, a sua volta, aggregazione di lavoro non indispensabile (parassitario) e spreco.
L'equilibrio è dato quando il primo ed il secondo termine dell'equivalenza pareggiano.
Sembra facile ma ottenere questo risultato è un grosso problema per l'economia capitalistica.
Difficile la soluzione in quanto ciascun termine è variabile nel tempo. E, per giunta, non indipendente dagli altri. Motivo per cui l'equilibrio è sempre instabile.
La formuletta si può pensare applicabile alla totalità(il prodotto del mondo intero) ma anche alle singole parti. Operazione necessaria vista, anche, la disomogeneità dell'insieme.
Ne può essere trascurato l'intreccio di rapporti economici in cui è avviluppato ciascun Paese.
Fino a considerare la rete dei flussi e dei legami che costituiscono l'economia globale.
Probabilmente il tutto potrebbe essere rappresentato da un sistema di molte equazioni differenziali. Risolvibile introducendo, ovviamente, le necessarie ipotesi semplificative.
Trattandosi di quantità, per essere trattate come omogenee, devono avere in comune l'unità di misura. Mele con mele, pere con pere...
Viene subito in mente di usare, come parametro, il denaro. Abituati, come siamo, a valutare tutto in moneta... L'astratto equivalente di ogni merce ha assunto, nella mentalità dominante, un valore che va ben oltre la sua funzione.
Dobbiamo ricordare che il denaro è strettamente legato all'attuale modo di produzione.
Vale a dire: non è un parametro assoluto, cioè valido qualunque siano le modalità con cui si realizza il necessario per la vita umana. E' sicuramente indispensabile per questa economia, non necessariamente per un'altra. Misura il valore di scambio. Ma il valore d'uso è cosa assai diversa...
E' importante, concettualmente, liberarsi dell'idea che il denaro sia l'imprescindibile centro di un qualsivoglia modo di produrre... Semmai dobbiamo considerarlo per quel che è: uno strumento di potere.
Essendo il prodotto sociale un'attività umana può essere misurato in ore di lavoro.
Non importa se il bene è complesso. In ogni fase della sua produzione si considera una parte componente, anch'essa contabilizzata nel tempo di lavoro necessarie per produrla.
Computando, nel calcolo, anche gli strumenti(pure quelli immateriali) usati come supporto tecnico. Ovviamente per la quantità di ore(o frazioni di queste) necessarie per realizzare la singola unità di prodotto.In definitiva il valore di un bene può essere considerato come la sommatoria di tutto il tempo speso per realizzarlo.
Per coerenza anche consumo e surplus sono computabili con il medesimo criterio.
Alternativo al porre il denaro al centro dell'economia.
Del resto, nel mercato della società capitalistica, il prezzo è dato dal tempo di lavoro pagato e no. Con l'aggiunta della rendita (il pizzo di cui si appropria chi accampa pretese sulla natura e sui suoi derivati); un elemento estraneo al lavoro ma del tutto contingente all'attuale modo di produzione.
In un'altra organizzazione sociale è auspicabile non sia presente il concetto di proprietà.
Come, pure, quello di corruzione. Periodicamente esplode la questione morale.
Grande( e ipocrita) scandalo! Ci si dimentica (o, meglio, si vuol nascondere) che è un fenomeno intrinseco al sistema economico che deriva dalla sopraffazione di una classe sulle altre.
Non esiste la società, esistono solo gli individui ha detto madama Thacther. Quell'altro sbraitava: arricchitevi!. Un invito raccolto da molti. Con sistemi discutibili... La filosofia neo-liberista comporta, anch'essa, un'aggiunta al costo del bene.
Torniamo all'equivalenza e proviamo a cercare qualche spunto di riflessione.
Un po' grossolanamente, con buona pace del sistema di equazioni differenziali...
Consideriamo l'economia dell'Occidente o, se sembra più facile, quella del nostro Paese.
Non il mondo intero: le altre situazioni(ad esempio la Cina) sono al di fuori della nostra esperienza e, come tali, in buona parte, le ignoriamo. Anche per retaggio della mentalità colonialista mai superata. Forse, andando oltre l'idea di contrapposizione, potremmo scoprire interessanti alternative.
Il primo termine(il prodotto sociale) tende a crescere. La tecnica ha compensato ampiamente la riduzione delle ore di lavoro dovuta ai nuovi modelli di produzione.
Invece il consumo(beninteso, quello dei produttori) è stagnante o, addirittura in diminuzione.
È il surplus, necessariamente in crescita, che deve compensare questo scarto... Pena l'impossibilità di ristabilire l'equilibrio.
Al fine di agire, per soddisfare l'equivalenza, poco serve il denaro tesaurizzato.
Oltretutto, in grande quantità, creato artificialmente con altro denaro. Con un gioco di prestigio che è puro esercizio finanziario. Un' ipotesi interessante: potrebbe essere tassato e ridistribuito.
Ciò permetterebbe, a parte del lavoro morto, di tornare in circolo. Ma la parola patrimoniale sembra una bestemmia; evoca troppe paure e fa perdere voti...
Una quota del restante sovra-prodotto va a coprire le spese correnti di uno Stato famelico.
Ma non è ancora sufficiente. E' necessario ricorrere allo spreco. E' in esso che lo Stato investe maggiormente.
Si progettano eventi(che comportano tante nuove costruzioni, in buona parte inutili, sul territorio) e grandi opere. Detto per inciso: sarebbe, forse, opportuno porsi qualche interrogativo sulle motivazioni(quelle vere...) di queste scelte. La qual cosa, però, non sembra lecita...
Ma la parte del leone la fanno le armi e gli armati. Questi ultimi inviati in tante parti del mondo per tenere alto il prestigio della Nazione. All'interno, tramite corpi specializzati, hanno la funzione di mantenere l'ordine costituito. Non conviene andare oltre: nella democratica Italia esiste ancora il reato di vilipendio delle forze armate(articolo 290 del codice penale).
Quando negli altri settori si è giunti oltre il limite di redditività( in quanto parte delle merci prodotte non ha più mercato) le armi diventano un vero toccasana.
Sono l'antidoto alla sovrapproduzione, la fase più critica del ciclo capitalista.
Lo Stato interviene, promuovendo, tramite acquisti, il settore della difesa(sic).
Con numerosi vantaggi. Le armi sono molto costose e su di esse si concentra il meglio della tecnica che, peraltro, le rende rapidamente obsolete con la necessità di crearne, continuamente, di nuove.
Lo Stato non compra, solo, per riempire i propri arsenali, in attesa di... non si sa quale uso.
Con le armi si fa la guerra. L'importante è non farla con qualcuno troppo forte... Oltre alla situazione di privilegio che deriva dall'essere una potenza, si può distruggere... per, poi, ricostruire. Cosa non da poco visto l'effetto prodotto dagli attuali ordigni. Meglio ancora se il conflitto armato lo si fa per procura. Senza essere coinvolti direttamente(almeno così si giura e spergiura)è possibile non scontentare i potenti alleati e si forniscono armi agli Stati belligeranti.
La storia ci insegna(?) che dopo ogni guerra, si inaugura un periodo di vacche grasse.
Nell'immediato, inoltre, gli scontri armati creano quel clima di incertezza tanto vantaggioso per chi si arricchisce con la speculazione.
Anche se l'uso degli armamenti è cosa da specialisti(eserciti professionali) c'è sempre la possibilità di tirare in mezzo molta altra carne da cannone. Anche solo per richiuderla nelle caserme.
La leva obbligatoria, in Italia, è stata solo sospesa. Per il futuro si vedrà...Un viatico contro la disoccupazione e(speriamo di no) contro l'eccessivo aumento della popolazione... Produrre e commerciare armi è, comunque, un buon affare. Come ben sanno i nostri solerti ministri(piazzisti per l'interesse nazionale) si vendono assai bene. Le occasioni non mancano. Gli scontri armati sono tanti. Tanti gli acquirenti.
Chi decide?
Viene(impropriamente)attribuita ad Adam Smith l'invenzione della mano invisibile. Che, poi, sarebbe la capacità del capitalismo di autoregolarsi. Un meccanismo quasi magico che fa del mercato una religione con tanto di Provvidenza a legittimare la pratica dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Nonostante l'evidenza contraria tutta una scuola di pensiero l'ha celebrata.
Non c'è da stupirsi: proclamare qualcosa, evidentemente falso ma accademicamente accettato, legittima il proprio ruolo. Al mio paese si diceva: fa fine e non impegna...
La realtà è ben diversa. L'economia non è affatto un'entità a se stante capace di fare a meno degli apporti esterni. Quale razionalità ha una teoria che si vanta di sapere gestire le scarse risorse a fronte dei bisogni illimitati, e, di contro, si trova ad affrontare la ricorrente sovrapproduzione?
La mano invisibile(ma neppure tanto) è lo Stato. Quello che i sacerdoti del liberalismo vorrebbero il più possibile estraneo al processo economico.
Lo Stato nazionale, culla del capitalismo, si è adeguato ad esso, plasmandosi secondo le sue esigenze. Il legame tra il governo dell'istituzione e quello del sistema economico vigente (industria, banche, fondazioni...) è sempre stato molto stretto. Qualche volta, addirittura si è avuta la sovrapposizione dell'uno sull'altro. Come nel caso dei governi, cosiddetti, tecnici.
O con le partecipate... Talvolta il rapporto si inverte. Come spiegare, altrimenti, il fenomeno della corruzione?
La gestione del surplus è il principale compito dello Stato.
La dispersione del sovra-prodotto, effettuata secondo varie modalità, è ossigeno per i settori in coma. Per alcuni grandi gruppi, come quello che, una volta, si chiamava Fiat, è del tutto naturale ricevere una barca di soldi. Grandi opere ed eventi, li abbiamo già usati come esempi.
La pioggia di bonus è l'ultima frontiera. Ristrutturazioni, mobili, bici e quant'altro.
Tutto ciò che si spera possa rilanciare un'economia asfittica.
Lo Stato, come già si è detto, è un buon cliente. Compra e aiuta a vendere. Magari nel corso delle innumerevoli visite all'estero.
Lo scopo, in generale è quello di ristabilire l'equilibrio che sta andando a pezzi.
Ma il viluppo tra capitalismo e Stato va oltre il campo strettamente economico.
Costruisce quell'atmosfera che tutti respiriamo come normale.
Se, poi, qualcuno non è d'accordo il monopolio della forza(legittimato per legge...) limita il dissenso. Con la ordinaria repressione di tutto ciò che viene ritenuto pericoloso per l'ordine costituito. Recente esempio: i decreti sicurezza.
Democrazia e diritti non sono caratteristiche intrinseche del governo della società.
Lo è il sistema economico capitalistico perché esso determina il prodotto sociale senza il quale perde di senso ogni funzione attribuita all'istituzione.
Lo Stato è il guscio all'interno del quale il capitalismo è sopravvissuto, finora, alle sue contraddizioni. Se viene messa in discussione la supremazia dell'economia del capitale lo Stato si scopre autoritario. Il fascismo non nacque per caso...
L'altro strumento è il denaro. Tecnicamente necessario per la produzione capitalistica è possibile regolarne il flusso per cercare di arginare gli effetti delle contraddizioni del sistema.
Ma è, soprattutto indispensabile per gestire il potere. Formidabile strumento di ricatto( ogni cosa è ricondotta ad esso)permette di decidere chi, e come, può accedere al consumo.
Si potrebbe obiettare che lo Stato è al servizio dei cittadini. Di tutti i cittadini non solo quelli appartenenti alla classe dominante. La previdenza sociale e le altre forme di mutualismo lo dimostrerebbero... Effettivamente attraverso la tassazione si limita il profondo squilibrio tra i diversi redditi. Tra le diverse possibilità di consumo. Si può portare ad esempio il servizio sanitario che, in Italia, garantisce a tutti un minimo di cura. O, ancora, l'edilizia pubblica. Anche se, forse, su questo esempio sarebbe meglio sorvolare...
Evitare situazioni troppo stridenti è una necessità imprescindibile. Nulla, però, è stato dato gratis. Sono state le lotte dei lavoratori dipendenti(i veri artefici del prodotto sociale) a imporre conquiste nella gestione della società. Senza il conflitto tra le classi subalterne e quella dominante non sarebbe stata possibile la dialettica che ha portato a qualche concreto riconoscimento del diritto, che tutti hanno, di vivere in una società meno oppressiva. Anche lo sviluppo culturale porta l'impronta della ribellione.
Conclusioni
Ovviamente parziali e di parte. Necessariamente astratte. Forse solo con un'utopia ci si può opporre all'attuale distopico andamento delle umane vicende.
Come detto (e ripetuto, probabilmente, fino alla noia...)i bisogni necessari per la conservazione della specie, necessitano di un prodotto sociale che costa lavoro. Il solo fattore invariante dell'economia. Il modo con cui esso viene organizzato dipende dalla specifica fase storica. Anche il capitalismo, l'attuale modo di produzione, è un prodotto storico. Come tale non eterno.
Gli strumenti del suo dominio, in particolare lo Stato, con il suo monopolio della violenza, ed il denaro, non sono strettamente necessari al fine della sopravvivenza dell'umanità. Anzi...
Lo Stato non è un arbitro imparziale. Non può essere distinto dal modo di produzione capitalistico. Senza di questo potrebbe, anche, non essere indispensabile. Nulla vieta di pensare che le regole, necessarie alla civile convivenza, siano decise, liberamente, da tutti senza discriminazioni di alcun genere. Con un'equa ripartizione, ed un sobrio godimento, del prodotto sociale. Speranza che, forse usciti dalla violenza della società dello sfruttamento, potrebbe trasformarsi in realtà.
Le contraddizioni, che periodicamente portano alla crisi, indicano la possibilità del superamento di un sistema, sostanzialmente, fondato sulla sopraffazione. Prospettiva, comunque, incerta. L'enorme capacità distruttiva raggiunta dagli armamenti, spregiudicatamente usati può sfociare in un olocausto… Non sembra esserci antidoto a questa follia. Anche se è nostro dovere morale opporsi. Opporsi all'ingiustizia ma anche alle mistificazioni che vogliono giustificarla.
Socialismo o barbarie ha scritto, centodieci anni fa, Rosa Luxemburg. Sintesi più che mai attuale.









































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