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Lockdown energetico: guerra, petrolio, reset finanziario

di Fabio Vighi

mondo appeso a filo.jpgLa scena del crimine 

Le condizioni per una nuova emergenza sistemica globale sono ormai tutte sul tavolo. L’escalation decisiva in Medio Oriente è iniziata a metà marzo con l’attacco israeliano alle infrastrutture energetiche iraniane, sostenuto dagli Stati Uniti – un attacco che viola i principi fondamentali del diritto internazionale riguardo alle infrastrutture civili. Questo evento si inserisce in un più ampio canovaccio di violenta aggressione che i media occidentali tendono ad oscurare, dimenticandosi per una volta dell’amato mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Lo stesso “asse del Bene” che il 28 febbraio scorso bombardava la scuola di Minab, nel sud dell’Iran – trucidando 165 bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni – colpisce ora direttamente il sistema energetico globale. Ciò che a molti commentatori appare come conseguenza indesiderata di una maldestra, oltre che criminale, campagna bellica, sembra in realtà l’obiettivo principale della guerra stessa.

Gli attacchi contro l’Iran minacciano di innescare uno tsunami macro-economico che potrebbe consegnarci la fotocopia dell’intervento monetario giustificato sei anni fa dal Covid. Perché, come vedremo, si tratta ancora una volta di mettere in salvo un settore finanziario iper-indebitato, tornato a criticità impossibili da sostenere con la sola politica monetaria. Mentre s’intensifica la competizione tra attori geopolitici, la crisi energetico-finanziaria è già in atto, e si configura come il pretesto ideale per un intervento pilotato. Si tratta, in altre parole, del tentativo di superare l’attuale disfunzione finanziaria gettando le basi istituzionali della sua prossima incarnazione. Come sempre, i meglio posizionati ne trarranno vantaggio – almeno nel breve termine – mentre gli altri ne subiranno le conseguenze.

 

Il Golfo si incendia

Il 18 marzo scorso, un attacco israeliano prende di mira South Pars, in Iran – il più grande giacimento di gas naturale al mondo.

Nel giro di pochi giorni, Teheran risponde colpendo il complesso di Ras Laffan, in Qatar, cuore nevralgico del commercio globale di GNL, costringendo QatarEnergy a dichiarare lo stato di emergenza. Subito dopo sono le infrastrutture di raffinazione saudite e kuwaitiane a finire nel mirino, con gravi danni alla capacità di lavorazione petrolifera regionale. Contestualmente, Teheran annuncia di aver assunto il controllo formale del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Il transito è ora soggetto a ispezione e, in alcuni casi, a obblighi di pagamento in yuan. Il segnale è inequivocabile: il collo di bottiglia energetico più critico al mondo è preso in ostaggio.

 

Il petrolio come shock strategico

L’impennata dei prezzi del petrolio, insieme alla sua volatilità, è un’arma strategica a tutti gli effetti. Agisce come una pandemia senza virus – un Covid 2.0 – che mette in ginocchio le economie mondiali e, punto cruciale, fornisce una narrazione di copertura ideale a massicci interventi monetari. I segnali di cedimento dell’economia sono già evidenti non solo in Asia ma anche in Europa. In Germania, il collasso di decine di medie imprese energivore sta ridisegnando il volto del settore manifatturiero, con i costi energetici che restano tre volte superiori ai livelli pre-crisi. In Italia, il prezzo del gas continua a pesare come un macigno sul tessuto produttivo, mentre l’inflazione rialza la testa.

Sia chiaro: il conto del “salvataggio” prossimo venturo, come sempre, non verrà presentato ai mercati. Verrà invece pagato dal signor Rossi globale – attraverso l’erosione di salari e risparmi, la svalutazione delle pensioni, e il trasferimento di ricchezza verso l’alto. Il tutto incorniciato dalla retorica del necessario ripristino della stabilità. In questo senso, la crisi energetica che già si profila all’orizzonte – vera, presunta o ingigantita che sia – diventa uno shock macroeconomico paragonabile a quello dell’era pandemica, e le risposte politiche finiranno probabilmente per seguire una traiettoria molto simile.

 

L’intervento monetario

Come alcuni ricorderanno, durante l’emergenza Covid l’intervento monetario su larga scala iniziò prima che venissero imposti i lockdown. Nel settembre 2019, la crisi del mercato dei repo negli Stati Uniti costrinse la Federal Reserve a iniettare nel mercato enormi dosi di liquidità attraverso aste giornaliere. Quando arrivò la “pandemia”, pochi mesi dopo, l’emergenza fornì la giustificazione politica per espandere drasticamente quelle stesse iniezioni. Non fu dunque il Covid a causare l’intervento della Fed – quell’intervento era pronto da mesi, e il virus lo legittimò.

Oggi, lo shock energetico innescato dall’aggressione all’Iran può svolgere un ruolo analogo. Destabilizzando i mercati – azionari e, in primis, obbligazionari – e minacciando una violenta recessione, quell’aggressione crea le condizioni affinché ampie risposte monetarie diventino sia politicamente accettabili che economicamente inevitabili. Come con il Covid, non si tratta di gestire una crisi: si tratta innanzitutto di metterla in moto.

Non ci vuole molto ingegno a capire che il programma nucleare iraniano non c’entra nulla, e che ormai le narrazioni dell’esportazione della democrazia contro l’asse del Male sono vuota tautologia. O qualcuno pensa che gli Stati Uniti abbiano aggredito un Paese sovrano e ucciso il suo leader spirituale senza accorgersi che quel Paese controlla lo stretto da cui proviene il 25% del petrolio mondiale? O che abbiano incautamente scommesso sull’ipotesi che un immediato cambio di regime fosse realmente possibile?

La guerra in Medio Oriente ha già avuto un impatto concreto e devastante sui mercati globali. I prezzi del gas europei sono aumentati del 30% in una singola sessione dopo gli attacchi al Qatar, spingendo la Commissione Europea a preparare misure di emergenza. Il Brent greggio è salito oltre i 110 dollari al barile, mentre si è aperto un divario storico di oltre 56 dollari tra il greggio di Dubai e i contratti swap (derivati) – un divario che a febbraio era appena di 90 centesimi – a testimonianza che il mercato cartaceo del petrolio si sta rapidamente disaccoppiando dall’offerta fisica.

 

Il ritorno della soppressione della domanda

Uno dei segnali più chiari di quanto velocemente questa crisi possa rimodellare le politiche monetarie arriva direttamente dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). Il 20 marzo 2026, l’IEA ha lanciato un appello senza precedenti: di fronte alla ‘più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale’ – con il transito attraverso lo Stretto di Hormuz ridotto ai minimi termini – ha invitato governi, imprese e famiglie di tutto il mondo ad adottare un decalogo di misure urgenti per ridurre la domanda di petrolio.

Le raccomandazioni, che non possono non ricordare i lockdown dell’era Covid, includono: lavorare da casa per almeno tre giorni a settimana (con una riduzione potenziale del 2-6% del consumo nazionale di carburante e fino al 20% per i singoli pendolari), ridurre i limiti di velocità in autostrada di almeno 10 km/h (risparmio stimato del 5-10% di carburante), limitare i viaggi aerei non essenziali, promuovere il car sharing e reintrodurre sistemi di accesso alternato alle auto nelle grandi città.

E non si tratta solo di raccomandazioni, perché i primi effetti si vedono già. A causa del raddoppio del prezzo del cherosene (jet fuel), che ha superato i 1.700 dollari per tonnellata metrica, migliaia di voli sono già stati cancellati. In India, l’80% delle aziende di ceramica del distretto di Morbi – cuore dell’industria manifatturiera locale – ha chiuso per le interruzioni nella fornitura di GNL, mentre il governo inizia a dirottare il gas dall’industria all’utilizzo domestico. In Pakistan, il governo ha imposto l’austerità energetica: una settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, con il 50% del personale in smart working su base rotazionale. Le scuole sono state chiuse per due settimane e le università hanno attivato le lezioni online. Nelle Filippine, il 20 marzo è stato dichiarato lo stato d’emergenza energetico, e i dipendenti pubblici hanno ricevuto disposizioni per l’obbligo di settimane lavorative ridotte e lavoro da remoto.

Oggi la giustificazione ufficiale è la sicurezza energetica, sei anni fa la salute pubblica. Ma la logica è identica a quella delle politiche pandemiche: di fronte a uno shock sistemico, le autorità ricorrono a vincoli comportamentali su mobilità e consumi come strumenti di controllo macroeconomico. Di fatto, una logica di “pandemia senza virus” è già in fase di attuazione. Nel complesso, e al netto di estemporanee fluttuazioni dei mercati finanziari dovute in massima parte alle esternazioni schizoidi di Donald Trump, vi sono tutte le condizioni per un reset sistemico. Uno shock energetico in fase di escalation, lo sgonfiamento di una “bolla di tutto”, e una crescente crisi creditizia globale sembrano convergere verso un unico momento destabilizzante.

 

La vulnerabilità strutturale dell’Europa

In Occidente, è l’Europa la regione più esposta alla nuova emergenza energetica. Dopo aver rinunciato al gas russo, il continente ha sostituito gran parte della propria fornitura con importazioni più costose di GNL dagli Stati Uniti e dal Qatar. L’attuale crisi minaccia entrambe le fonti. Washington ha già fatto sapere che le esportazioni di GNL potrebbero essere ridotte in caso di carenze interne, mentre i danni alle infrastrutture qatariote – con Ras Laffan ancora parzialmente fuori uso – minacciano l’altro pilastro dell’approvvigionamento energetico europeo. Il risultato è una vulnerabilità strutturale che rende l’industria europea e i suoi mercati finanziari particolarmente sensibili a shock prolungati dei prezzi energetici.

Non è un azzardo pensare che l’arma dei prezzi dell’energia stia spianando la strada a un riassetto monetario e finanziario a trazione statunitense – un’operazione destinata a lasciare l’Europa politicamente divisa e costretta a ingoiare nuovo debito e nuovo deficit, con il suo stesso sistema finanziario già nel mirino di attacchi speculativi. Di sicuro, niente di tutto ciò è casuale: sia la guerra in Ucraina che le “politiche verdi” che hanno paralizzato l’industria europea sono state promosse dagli Stati Uniti sulla base del loro tornaconto, e grazie a una leadership europea complice e/o catastroficamente incompetente.

 

Implosione sistemica

Occorre aggiungere che queste pressioni si innestano su faglie più profonde. I mercati non reagiscono solo all’instabilità geopolitica, ma anche alla precarietà intrinseca di un sistema costruito su livelli di debito senza precedenti. Parliamo di un sistema che per oltre un decennio ha vissuto di tassi d’interesse stabilmente vicini allo zero, continue iniezioni di liquidità artificiale, e inflazione pressoché perpetua dei prezzi degli asset finanziari. Ora, l’aumento dei costi energetici agisce innanzitutto come una tassa sulle economie reali: comprime i margini, erode il potere d’acquisto e rende ancora più difficile servire i pesanti oneri debitori. Quando le famiglie devono destinare una fetta maggiore del reddito a benzina e riscaldamento, la spesa discrezionale – il consumo – crolla. I ricavi aziendali si contraggono mentre i costi di produzione aumentano, lasciando imprese e famiglie già fortemente indebitate nell’incapacità di onorare o rifinanziare le proprie cambiali. Si innesca così una pericolosa spirale deflazionistica da debito – la stessa dinamica che portò al crollo del 2008, ma ora su scala molto più ampia. Ciò che rende questo momento potenzialmente ingestibile è appunto il fatto che la crisi non è ciclica, ma strutturale: siamo di fronte alla lenta decomposizione del capitalismo stesso in quanto modo di produzione esausto, che ha da tempo raggiunto il suo limite di espansione interna.

Ciò che si sta disintegrando dentro le logiche emergenziali artefatte degli ultimi anni è la sostanza stessa del capitalismo, un sistema che vive del valore estratto dal lavoro umano. L’accelerazione tecnologica sta ora divorando quel lavoro a un ritmo implacabile, erodendo il legame tra attività produttiva e creazione di valore che ha sempre sostenuto il capitalismo quale (dis)ordine sociale guidato dalla ricerca compulsiva del profitto. Per questo, la distruzione del denaro-capitale come riserva di valore è oggi, al tempo stesso, storicamente inevitabile e “gestita” politicamente.

 

Il denaro digitale come ultima via di fuga

Mentre l’amministrazione Trump si affretta a blindare l’intelligenza artificiale in un nuovo quadro legislativo, il sistema fa sempre più affidamento sulla digitalizzazione del denaro. Valute digitali e strumenti blockchain promettono regolamenti più rapidi, transazioni programmabili e, soprattutto, una supervisione senza precedenti sulla circolazione della moneta. Le stablecoin – criptovalute progettate per mantenere un valore fisso, tipicamente ancorato al dollaro – illustrano perfettamente questa transizione: con una capitalizzazione che a marzo 2026 supera i 300 miliardi di dollari, molte di esse detengono riserve in titoli del Tesoro USA (Treasuries) per mantenere l’ancoraggio al dollaro. E proprio mentre Cina e Giappone riducono i loro acquisti di Treasuries, questi veicoli crittografici vengono trasformati in un canale alternativo di domanda per il debito pubblico americano. Trattasi di pura ingegneria finanziaria: utilizzare l’entusiasmo che circonda le criptovalute per sostenere il sistema fiat di cui esse avrebbero dovuto essere l’alternativa. Ma non c’è digitalizzazione che possa abrogare la logica del capitale. Il denaro rimane denaro-capitale – l’espressione di superficie di un meccanismo implosivo che nessun algoritmo può eludere.

 

Il paradosso tecnologico

Ciò conferma il paradosso del nostro tempo. Da un lato, la tecnologia sta logorando la struttura economica su cui si regge il capitalismo; dall’altro, viene impiegata per oscurare quel collasso. Proprio mentre la logica tradizionale della creazione di valore entra in uno stadio di crisi terminale, ci viene cucita addosso una nuova architettura finanziaria digitale. L’intelligenza artificiale, gli asset digitali e le valute programmabili vengono presentati come motori di innovazione, ma la loro reale funzione è consentire un monitoraggio e un controllo socioeconomico senza precedenti. Le narrazioni sempre più frenetiche che circondano IA, criptovalute e valute digitali s’innestano su un profondo mutamento che ci accompagna verso la deriva subdolamente totalitaria del capitalismo di crisi. Dietro la retorica dell’innovazione tecnologica si cela il tentativo di controllare l’impoverimento delle masse: trasferimento di ricchezza e privazione di autonomia travestiti da progresso.

 

La scelta ancora possibile

Questa transizione è già in corso, ma il suo esito rimane incerto. Ciò che ormai dovrebbe essere chiaro è che le emergenze globali consentono aggiustamenti strutturali nell’architettura del potere, che nella sostanza vuole rimanere invariato. In altre parole, consolidano la ricchezza nelle mani di una ristretta minoranza e si rivelano devastanti per la stragrande maggioranza. La scelta che abbiamo di fronte è, innanzitutto, questa: continuare a subire passivamente queste trasformazioni, o riconoscerle per opporvi resistenza e indirizzarle verso un esito diverso. Si tratta di comprendere e agire.

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Comments

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Franco Trondoli
Monday, 06 April 2026 20:27
Un Doveroso Grazie a Fabio Vighi ed a
"Sinistrainrete", con
"La Fionda" , per la pubblicazione.
Cordiali Saluti
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