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sinistra

I risultati del referendum nel paese di Arlecchino

di Eros Barone

I risultati del recente referendum hanno visto la schiacciante prevalenza dei “no”, insieme con un aumento significativo della partecipazione al voto. Un dato che, alla luce dei precedenti, può apparire singolare, ma che si spiega tenendo conto che il baricentro di questo referendum non è stato il problema della riforma della giustizia, ma il giudizio sul governo presieduto da Giorgia Meloni. Quest’ultima pensava di vincere e invece ha perso. Sennonché qui non c’entrano per nulla né le richieste corporative dei magistrati e nemmeno la difesa della “Costituzione più bella del mondo”, che apparentemente erano al centro dei quesiti referendari. E però per comprendere correttamente il significato dell’esito di questo referendum conviene tralasciare gli aspetti più tecnici di tali quesiti (divisione delle carriere ecc.) per concentrarsi sugli aspetti politici, che sono stati in questo caso determinanti. E va detto subito che, quanto alla difesa della Costituzione (argomento principe del fronte del “no”), non vi è bisogno di ricordare che manomissioni ben più gravi – a partire dal “regionalismo differenziato” e dall’introduzione del principio di sussidiarietà (2001) per giungere nel 2012 all’introduzione del principio del pareggio di bilancio, un assurdo economico in forza del quale è stato codificato lo smantellamento dello ‘Stato sociale’ – si sono verificate senza alcuna consultazione del popolo, tra il giubilo della destra e della sinistra. E la ragione di ciò va ricercata nel fatto che il popolo viene interpellato solo sulle questioni minori, perché quelle importanti vengono decise altrove: un altrove che ormai non riguarda il Parlamento e nemmeno le segreterie dei partiti, ma che si situa nei centri di potere dell’oligarchia continentale.

Ciò spiega perché questo referendum ha assunto fin dall’inizio, per quanto riguarda il tema, un carattere supervacaneo, essendo il frutto, in sostanza, di un’ipocrisia: riguardava un tema che avrebbe dovuto essere trattato in Parlamento, mentre altri temi, ben più fondamentali, riguardanti la cessione di sovranità, anche giuridica, le guerre, le alleanze e la struttura stessa dello Stato, sono stati esclusi. Al contrario, le coorti del monopartitismo competitivo – popolate dagli esponenti di un governo asservito e di una falsa opposizione – hanno scelto di proporre argomenti lunari, come la separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, a una popolazione impaurita dalle dirompenti conseguenze economiche ed energetiche di una guerra sempre più devastante, preoccupata dall’inflazione che galoppa e da salari, stipendi e pensioni che diminuiscono, angosciata dai tagli all’assistenza sanitaria dei soggetti più vulnerabili, che rischia di essere gravemente compromessa.

Una iniziativa, dunque, abissalmente lontana dai reali interessi popolari, una vera e propria diversione che ha fatto il gioco delle oligarchie e servirà soltanto a stabilire quale delle due frazioni in cui si articola la classe al potere trarrà un qualche vantaggio di posizione e di preminenza dall’esito della consultazione. Perciò questa tempesta in un bicchier d’acqua è stata, in definitiva, solo una prova di forza politica per cercare, da un lato, di rovesciare il governo Meloni e, dall’altro, di perpetuarne l’esistenza. Tuttavia, un segnale politico è stato dato: una gran parte dell’elettorato potenzialmente favorevole al “sì” non è andato a votare per comunicare alla Meloni che la sua totale sudditanza sia agli Stati Uniti che alla Unione Europea non è gradita, senza contare che viene interpretata come un tradimento delle promesse che l’hanno portata al governo. Non vi è dubbio che un vero statista avrebbe saputo sfruttare la frattura che si è manifestata tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea (coincidente quest’ultima, di fatto, con Berlino e con Parigi), ma una capacità del genere evidentemente non si poteva pretendere dalla Meloni e dalla sua squadra di inetti e di ascari. Ciò nondimeno, lo spettacolo della subordinazione ‘bipartisan’ per cui il nostro paese, come il goldoniano Arlecchino servitore di due padroni, obbedisce sia agli uni sia agli altri, benché esistano palesi contraddizioni tra il padrone maggiore e quello minore, stride in maniera insopportabile con le ragioni della sua elezione e ascesa al governo. E stride a tal punto che è lecito affermare che la Meloni ha un problema con sé stessa più che con l’opposizione (opposizione, peraltro, di pura facciata e anelante a sostituirla nei servigi da rendere a quei due padroni).

E invero la condizione attuale del governo del nostro paese, a suo tempo descritta da un osservatore raffinato con il termine di eterocefalia (una parola elegante utilizzata per coprire una realtà squallida), somiglia, quasi come somigliano due gocce d’acqua, a quella condizione dell’uomo politico greco, rilevabile alla fine del I sec. d.C. e rappresentata con impareggiabile acume dallo storico e filosofo Plutarco, per cui ‘ἀρχόμενος ἄρχεις’ («governi e intanto sei governato»), «giacché la città è sottoposta ai proconsoli e ai procuratori di Cesare»,1 i quali con un solo atto possono deporre e ridurre al nulla gli amministratori locali anche più altolocati, se il loro operato viene giudicato contrario agli interessi romani. Così l’autore dei Πολιτικὰ παραγγέλματα rivela il realismo di un consigliere politico il quale si rivolge, non senza dimenticare l’istanza etico-politica di un comportamento dignitoso, a un politico del mondo greco, a sua volta subalterno all’immenso potere di controllo dell’Impero romano. 2

Sennonché occorre riconoscere che è stato un azzardo poco intelligente mettere nelle mani del popolo italiano la decisione su un argomento oltremodo tecnico, che è stato subito travisato e mistificato da entrambe le ali del monopartitismo competitivo. Ecco perché da questa forzatura mal concepita e peggio gestita si potrebbe inferire che il vero vincitore del referendum è Mattarella, o meglio il mattarellismo, che continua a esercitare il suo potere seduttivo e condizionante sull’opinione pubblica. Si tratta chiaramente di una figura istituzionale importante, capace, nonostante che non si esprima mai quando dovrebbe e nonostante che i truismi che proferisce siano considerati aurei suggerimenti dai ‘mass media’ compiacenti, di persuadere l’opinione pubblica che l’attuale Presidente della Repubblica è il massimo tutore e garante della Costituzione “più bella del mondo”.

La vittoria netta del “no” al referendum è una forte spallata al governo Meloni. Alla luce di una partecipazione popolare al voto che è stata maggiore e in controtendenza rispetto alle precedenti consultazioni, va considerata un importante segnale di dissenso politico espresso da un settore del paese che è più ampio della base di consenso del governo. Oggetto del rifiuto è stata una riforma costituzionale a cui il governo per primo ha voluto dare centralità nel duplice intento di assicurarsi un consolidamento in vista delle elezioni politiche del 2027 e di aggiungere un ulteriore tassello al mosaico delle tendenze autoritarie promosse dall’esecutivo. In sostanza, viene respinto non solo questo progetto, ma anche un governo che ha reso l’Italia complice di crimini di genocidio e delle guerre imperialistiche.

Sennonché, in quanto comunista, lo scrivente non nutre illusioni oltre il dovuto ed è perfettamente consapevole che l’esito del referendum coincide, che lo si voglia o no da parte di coloro che hanno espresso il voto risultato maggioritario, con la difesa dello ‘status quo’, dei giudici e della magistratura. Coincide, in buona sostanza, con una giustizia che continua a essere ingiusta, con tribunali che continuano a perpetuare l’ingiustizia, a servire i potenti e a colpire gli oppressi, laddove il carattere delle istituzioni è inscindibile da quello del sistema di potere nel suo complesso e non dipende dall’attitudine più o meno positiva dei singoli giudici. Ma non è stato neanche un “no” in difesa di una Costituzione che, come è doveroso ribadire, è già stata da tempo storpiata e modificata, senza concedere al popolo un referendum per esprimere la propria volontà.

A partire da domani la grande sfida sarà infatti quella di legare questo “no”, espresso da una larga parte del popolo italiano, agli altri “no” che ampi settori delle masse popolari esprimono oggi contro la guerra, contro i piani di riarmo, contro i sacrifici in nome dell’economia di guerra, contro l’ingiustizia e la precarietà delle condizioni di vita e di lavoro, che ogni giorno milioni di persone vivono sulla loro pelle. Da questo punto di vista, è una necessità vitale impedire che questo “no” rafforzi il centro-sinistra, e con i suoi esponenti le vecchie e nuove illusioni socialdemocratiche, che possono condurre solo in vicoli ciechi. L’ampia partecipazione popolare al voto, se letta assieme alle grandi mobilitazioni dello scorso autunno e degli scorsi mesi, dimostra che la domanda di un’alternativa politica esiste, ma non trova ancora uno sbocco. Essa si esprime chiaramente contro il governo nel referendum, ma rilutta, come è giusto, a mobilitarsi sul terreno elettorale, se la posta in gioco è semplicemente un’alternanza nell’amministrazione capitalistica gestita dal centro-sinistra. Per questo al centro della lotta del movimento di classe si pone lo sforzo per costruire in Italia questa alternativa e ridare alla classe operaia un partito comunista degno di questo nome. Senza questa forza è certo che ogni vittoria, come quella di oggi, resterà effimera e carente di prospettiva.


Note
1 Plutarco, Πολιτικὰ παραγγέλματα. I Consigli politici (questa è la traduzione del titolo dello scritto di Plutarco) vengono datati attorno al 100 d.C., o comunque subito dopo la morte di Domiziano. Il coraggioso intervento a Sigonella, deciso da Bettino Craxi nell’ottobre del 1985, dimostra che anche nel nostro paese sono esistiti uomini politici per i quali la difesa dell’indipendenza nazionale è stata prioritaria rispetto alla servile acquiescenza verso il potente alleato (la si metta a confronto, per misurare la differenza tra essere alleati e strisciare ai piedi dell’egemone, con il comportamento di Massimo D’Alema di fronte alla strage del Cermis avvenuta nel 1998).
2 Devo questa comparazione storica ad un valente classicista, il professor Andrea Del Ponte, autore di un brillante saggio sull’opera qui citata. Cfr. in Rete al seguente indirizzo:
https://www.academia.edu/40293313/I_GIOVANI_E_LA_POLITICA_LINSEGNAMENTO_DI_PLUTARCO.
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