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lantidiplomatico

Il primato scientifico delle donne in Iran e il falso mito della "liberazione"

Francesco Santoianni Intervista Maddalena Celano

"Se pensiamo all'Iran abbiamo un'immagine stigmatizzata: la donna velata e succube, ignorante e schiava, uccisa se dal velo esce una ciocca di capelli. La realtà è un’altra."

Tutti, sui giornali e in TV, che si sentono in dovere di mitigare l’indignazione generale per l’ennesimo attacco contro l’Iran (costellato anche da mostruosi crimini di guerra come questo, passato sotto silenzio) parlando della “sopraffazione delle donne da parte del regime di Teheran”. E c’è pure chi lo fa, quasi, auspicando una “liberazione delle donne iraniane” da parte delle milizie del Kurdistan irakeno dimenticandosi che questa terra, ancora oggi, è la patria dell’infibulazione. Sulla attuale situazione della donna in Iran abbiamo intervistato la ricercatrice Maddalena Celano, autrice del libro “L’Iran oltre il velo – Media, politica e immaginario coloniale”, prefazione di Bruno Scapini), in stampa in questi giorni per Mario Pascale Editore e già pre-acquistabile su Amazon.

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Ieri 8 marzo, “Festa della Donna”, l’Iran è sotto attacco anche, secondo tutti i giornalisti di regime, per “liberare le donne iraniane” e i tanti che avevano protestato nei mesi scorsi.

Questo mio libro (scritto negli ultimi mesi) nasce per evidenziare il ruolo delle donne in società così diverse dalle nostre, per contrastare la lente deformante della propaganda morale occidentale e per evidenziare la necessità di restituire all’Iran la sua densità storica, politica e sociale, collocandolo nel quadro più ampio delle trasformazioni del sistema internazionale. Bisogna essere chiare: non esiste "liberazione" che passi attraverso i bombardamenti o l'ingerenza imperialista. Le recenti violenze e le proteste scoppiate tra dicembre e gennaio sono state cinicamente strumentalizzate dall'Occidente per tentare di creare un incidente geopolitico e giustificare nuovi attacchi. Il governo iraniano ha denunciato con fermezza diverse infiltrazioni esterne durante gli eventi di gennaio, segnalando come agenti provocatori abbiano tentato di dirottare il malessere reale verso obiettivi di destabilizzazione funzionali a potenze straniere. Come femminista militante, rifiuto che i diritti delle donne diventino il paravento per una strategia bellica. La vera solidarietà non si fa invocando l'esercito, ma sostenendo l'autodeterminazione contro ogni forma di oppressione: sia quella interna del patriarcato, sia quella esterna dell'imperialismo atlantista che affama il popolo.

 

Eppure, per i più, la società iraniana è sostanzialmente un ferreo regime dominato da fanatici mussulmani che continua a relegare la donna nel Medioevo.

Se pensiamo all'Iran abbiamo un'immagine stigmatizzata: la donna velata e succube, ignorante e schiava, uccisa se dal velo esce una ciocca di capelli. La realtà è un’altra. Il tasso di alfabetizzazione tra le donne iraniane ha raggiunto cifre molto elevate, dalla cacciata dello Shah stimato intorno al 97-99% per le giovani donne tra i 15 e i 24 anni. Le donne costituiscono la maggioranza degli studenti universitari e sono fortemente rappresentate nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (STEM), rappresentando circa il 70% dei laureati in questi settori. Sono inoltre attivamente impegnate in politica e ricoprono ruoli fondamentali, anche in parlamento. L'Iran lascia ampia scelta alle donne nell'istruzione e nelle professioni; il vero problema non è il velo o altre sciocchezze "cosmetiche" inventate dai media.

Il nodo centrale per la “questione femminile” iraniana sarebbe un Diritto di Famiglia ancora retrogrado, un problema reale di cui, stranamente, nessuna femminista occidentale si è mai occupata. Le femministe colonialiste, liberali o di destra, non affrontano mai i problemi di sostanza giuridica, ma preferiscono concentrarsi su questioni strumentali e d'apparenza che servono solo a marcare una presunta superiorità morale occidentale e a creare caos mediatico. Certo, c’è la questione del velo o dell’ “chador” (tra l’altro, oggi non più obbligatorio). Ma il jilbab (un foulard sulla testa, non certo il burqa che scherma la faccia e il resto del corpo), piaccia o non piaccia, oggi, è sostenuto dalla maggioranza delle donne iraniane. E sarebbe il caso, invece di aggrapparsi a pretesi “diritti universali da far rispettare a tutti i costi”, riflettere sulle responsabilità che ha avuto l’Occidente nel determinare questa situazione. L’imposizione in Iran dello jilbab alle donne risale al 1981 a seguito della cacciata dello scià Reza Pahlavi, imposto con un colpo di stato dagli USA, il quale, per ingraziarsi i suoi burattinai, aveva vietato alle donne di indossare il velo e imposto agli uomini di vestirsi con abiti occidentali. L’uso dello jilbab e di vestiti tradizionali divenne, quindi, un “emblema antiimperialista”.

 

Buona parte del tuo libro è dedicato all’analisi delle proteste sviluppatesi in Iran negli ultimi mesi.

Proteste che, certamente, non possono essere ricondotte, esclusivamente, all’operato di infiltrati al soldo della Cia e del Mossad, sebbene queste infiltrazioni siano state documentate e denunciate dal governo come determinanti nel radicalizzare gli scontri di dicembre e gennaio per creare il caos. Le proteste nascevano per una crisi economica profonda imposta da sanzioni che rendevano impossibile importare medicinali essenziali, attrezzature mediche e beni di prima necessità. Ospedali e centri sanitari si trovano in difficoltà nell'approvvigionamento di farmaci vitali, colpendo in particolare i malati cronici, i bambini e gli anziani. Inoltre, la svalutazione della moneta e l'inflazione galoppante hanno reso inaccessibili beni di base, spingendo milioni di persone in condizioni di povertà estrema. La rivoluzione islamica ha fatto passi avanti, ma l'embargo, le sanzioni e gli attacchi dell'Italia e degli alleati non fanno altro che immobilizzare l'Iran. Queste pressioni creano la scusa perfetta per peggiorare la qualità della vita e per costruire fortini identitari monolitici che impediscono il cambiamento necessario. L'assedio dell'Occidente è proseguito fino al 2015 quando l'allentamento delle sanzioni sembrò premiare la leadership “moderata”. Va da sé che quel “disgelo” determinò una progressiva impopolarità dello jilbab e lo svilupparsi di un mirabile tessuto culturale. Oggi, ad aggravare la situazione, c'è una guerra che Trump, Netanyahu e i giornalisti di regime assicuravano avrebbe dissolto la società iraniana in pochi giorni. La resistenza delle donne iraniane deve essere libera dalle manipolazioni di chi vuole solo distruggere la loro nazione.

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