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linterferenza

Da Zelensky all’Ungheria: la retorica della corruzione e il ritorno dell’oligarchia

di Gerardo Lisco

Diceva Karl Marx che la storia si ripete, prima come tragedia e poi come farsa. Oggi quella formula non è solo un aforisma: è una lente attraverso cui leggere la trasformazione delle democrazie contemporanee, sempre più svuotate e sempre meno capaci di rappresentare il demos.

Nel 2019 Volodymyr Zelensky viene portato al potere come volto nuovo, simbolo della lotta alla corruzione, costruito anche attraverso l’immaginario mediatico della serie Servant of the People. Una narrazione perfetta: l’uomo comune che abbatte il sistema. Ma dietro questa rappresentazione si cela un meccanismo già visto. Il passaggio aperto da Euromaidan non è stato soltanto un cambio interno: è stato un riallineamento geopolitico. E ogni riallineamento ha un prezzo. La gestione delle risorse internazionali, in particolare quelle dell’ International Monetary Fund, diventa allora terreno di opacità e conflitto, mostrando come la retorica anticorruzione possa facilmente trasformarsi in strumento di redistribuzione del potere all’interno delle élite, più che in reale rottura con esse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tensioni crescenti, escalation, guerra. La promessa di rinnovamento si traduce in instabilità.

Lo stesso schema si ripresenta oggi in Ungheria, dove il lungo ciclo di Viktor Orbán viene messo in discussione e la figura emergente di Péter Magyar viene presentata come alternativa credibile. Ed è proprio qui che emerge uno degli errori politici più evidenti del campo progressista europeo: l’esaltazione acritica di una figura che, lungi dal rappresentare una reale rottura, proviene dall’interno dello stesso sistema di potere.

Magyar è stato vicino a Orbán, ne è stato in qualche modo espressione, ed è stato parte di strutture istituzionali europee in quanto europarlamentare, oltre che di quel mondo imprenditoriale e finanziario che negli ultimi anni ha progressivamente ristretto gli spazi della decisione democratica. Salutare la sua affermazione come una vittoria della democrazia significa non cogliere la natura del cambiamento in atto: non una trasformazione del sistema, ma una sua riorganizzazione interna. Anche qui la parola chiave è “cambiamento”, anche qui il bersaglio è un sistema accusato di concentrare il potere. Ma la domanda vera non è chi cade: è chi sale. E soprattutto, per fare cosa.

L’Unione Europea è pronta a sbloccare una montagna di risorse finora congelate: fondi che diventano leva politica, strumento di indirizzo, incentivo al riallineamento. Ma chi garantisce che queste risorse verranno utilizzate nell’interesse collettivo? E soprattutto: a quale prezzo politico verranno concesse?

Il rischio è che il nuovo corso ungherese non rappresenti una liberazione, ma un’integrazione più profonda in un sistema che chiede conformità in cambio di sostegno. L’Italia conosce bene questo copione. Con Mani Pulite si è consumata la distruzione della Prima Repubblica nel nome della moralizzazione della vita pubblica. Un passaggio salutato come necessario, inevitabile, persino liberatorio. Eppure, a distanza di anni, la corruzione non è scomparsa: si è trasformata. Nel frattempo, il Paese ha aderito senza reale discussione alle logiche dell’integrazione europea e alle politiche neoliberali, accettate come vincolo esterno indiscutibile. Il risultato è stato un progressivo impoverimento sociale, un indebolimento della politica e una riduzione sostanziale degli spazi democratici. La promessa di rinnovamento si è tradotta in una perdita di sovranità.

È in questo quadro che il nuovo corso ungherese assume un significato più ampio e più inquietante. Non si tratta solo di alternanza politica, ma di direzione strategica. L’allineamento alle politiche europee significa oggi anche adesione a una logica di riarmo, a una crescente centralità della spesa militare, a una ridefinizione delle priorità economiche. Più risorse per la difesa, meno per il sociale. Più sicurezza dichiarata, meno coesione reale. È davvero questo il modello di integrazione che dovrebbe rafforzare l’Unione? O non rischia invece di minarne le fondamenta, alimentando disuguaglianze e frustrazione? Il filo che lega Ucraina, Ungheria e Italia è evidente: la lotta alla corruzione come grimaldello per abbattere sistemi politici e riorganizzare il potere. Ma ciò che viene presentato come progresso rischia di essere solo una sostituzione: non del potere, ma dei suoi gestori. Il demos viene evocato, mobilitato, chiamato alle urne, ma raramente messo nella condizione di incidere davvero. Al suo posto, si consolida una struttura in cui le decisioni fondamentali vengono prese altrove, in spazi sempre meno accessibili e sempre più opachi. La contrapposizione reale non è più tra destra e sinistra, ma tra democrazia e oligarchia, tra partecipazione e controllo, tra sovranità popolare e vincoli esterni. E in questo scenario, la retorica della corruzione rischia di diventare non uno strumento di emancipazione, ma un dispositivo di legittimazione del cambiamento imposto.

La domanda, allora, è semplice e radicale: chi decide davvero, e a vantaggio di chi? Perché se ogni transizione politica si limita a cambiare i nomi senza modificare i rapporti di forza, allora non siamo di fronte a un avanzamento democratico, ma a una sua progressiva erosione. E in un contesto segnato da crisi economiche, tensioni internazionali e spinte al riarmo, questa erosione non è neutrale: è il terreno su cui possono crescere nuove forme di instabilità e conflitto. La storia si ripete, sì, ma questa volta il rischio è che non ci sia nemmeno più bisogno della farsa: basta la realtà.

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