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La follia dell'Europa in un mondo impazzito

di Davide Malacaria

I neocon vogliono un Europa nemica di Mosca e che la guerra ucraina non finisca. Così la leadership europea, che non può concepirsi se non come serva obbediente ai neocon, condanna alla canna del gas i propri cittadini

Non è un mistero che la guerra all’Iran stia provocando disastri al mondo a motivo delle restrizioni energetiche e degli altri prodotti che passano per il vitale Stretto di Hormuz. Né è un mistero che Trump sta usando questa guerra per attuare un punto del suo programma elettorale: distaccarsi dall’Europa e uscire dalla Nato.

Una prospettiva già delineata nel suo programma isolazionista, quell’America First che con l’attuale conflitto ha assunto una forma nuova, sotto steroidi. Non più un ritiro dal mondo per concentrarsi sullo sviluppo del proprio Paese e la prosperità dei cittadini americani, ma il rilancio del primato statunitense sul mondo attraverso la Forza bruta.

Nulla di nuovo, essendo la vecchia dottrina neocon declinata in altro modo: non più gli Usa come gendarme globale necessario a punire gli asseriti cattivi e a vigilare sulle Regole, ma più semplicemente il perseguimento degli interessi imperiali attraverso il mero dispiegamento della Forza.

Non che in precedenza l’Impero fosse meno brutale, ma la nuova declinazione rende obsoleto il soft power, né richiede una retorica che legittimi la Forza né ricerca il consenso, interno e internazionale, al suo esercizio; infine dichiara decaduta la pulsione verso la globalizzazione, essendo ormai evidente lo scacco irrevocabile di tale prospettiva.

Non è chiaro come tale impianto ideologico riesca a preservare l’intesa tra neocon, che allignano nella destra americana, e liberal, che abitano il cosiddetto ambito progressista, che ha caratterizzato il potere imperiale nel post 11 settembre, dal momento che i progressisti necessitano degli orpelli retorici suddetti per giustificare la brutalità dell’Impero. Si può solo registrare che l’alleanza sottotraccia resiste a questo strappo ideologico a motivo della concordanza sugli obiettivi globali dell’America, peraltro già pregresso collante.

Al di là della digressione, e per tornare alla dialettica instaurata con l’Europa, i Paesi clienti dell’Impero, per usare la connotazione commerciale in uso nei circoli culturali americani, sono percossi più di altri dall’aggressività americana nei loro confronti, perché del tutto imprevista.

La leadership continentale appare confusa, non sanno che fare di fronte alle minacce del vecchio padrone e ai repentini cambiamenti geopolitici in corso (al contrario dell’Inghilterra, più resiliente, a livello politico, perché può godere dei benefici residui della proiezione imperiale e dell’antica e accettata persistenza dell’egemonia anglosassone sull’Occidente).

Tale confusione, però, non è solo dettata dai cambiamenti dell’Impero centrale e dalle turbolenze indotte dalla sua sconsiderata brutalità, ma anche, e soprattutto, dal fatto che, essendosi per decenni schiacciati sull’Impero, non sanno concepirsi al di fuori di esso.

La decadenza della Nato, infatti, decenni fa, quando ancora l’Unione europea era un’entità Politica e non una mera appendice imperiale, sarebbe stata accolta con giubilo. Per decenni, infatti, i politici del Vecchio Continente, o almeno la parte più lucida e meno asservita di essi, hanno vagheggiato un tale distacco, promuovendo come alternativa un esercito europeo o altro, perché consapevoli che la Nato altro non era (né è), oltre che un moltiplicatore della forza imperiale, lo strumento usato da Washington per controllare la colonie.

Oggi che tale prospettiva è offerta su un piatto d’argento sono preda al terrore, non sapendosi concepire come un’entità Politica autonoma, ma solo come servi obbedienti.

Tale deficit si osserva al parossismo nei riguardi della crisi energetica attuale e della guerra ucraina. Venendo meno gas e petrolio del Golfo, risulta ovvio che si debba guardare nuovamente alle fonti energetiche russe.

Ma tale prospettiva, ovvia, legittima (perché la crisi è causata dall’improvvida avventura bellica statunitense), nonché facilissima, è impedita ancora una volta dall’asservimento al padrone d’Oltreoceano (che pure non può più giocare contro Mosca il binomio retorico aggressore/aggredito perché decaduto dopo l’attacco all’Iran).

Il fatto è che i neocon non vogliono che l’Europa riallacci i rapporti con Mosca né che la guerra ucraina finisca, perché la Russia deve restare un’entità nemica. Così la leadership europea, che non può concepirsi se non come serva obbediente, e obbediente ai neocon piuttosto che a Trump (che invece ha aperto all’Europa la possibilità di una riconciliazione con Mosca), condanna alla canna del gas i propri cittadini.

Per lo stesso motivo deve continuare la guerra ucraina, nonostante anche rispetto ad essa Trump abbia offerto su un piatto d’argento la possibilità di chiuderla. Un’ostinazione apparentemente inspiegabile, anche perché la guerra è irrevocabilmente persa, ma che trova una spiegazione se si guarda a medio termine, meglio alle elezioni di medio termine.

Allora, a novembre, i repubblicani probabilmente perderanno, tale il destino manifesto inscritto nella mossa suicida di Trump, e il Congresso sarà nuovamente in mano ai democratici, i quali presumibilmente si adopereranno per rilanciare il sostegno a Kiev che la presidenza Trump ha eroso.

Così la resistenza attuale della politica nostrana a chiudere il conflitto ucraino condannerà i cittadini europei a nuove e più dure restrizioni, perché tale rilancio sarà pagato, al solito, da essi, sia in termini economici sia, se avrà pieno successo la pressione neocon, nella forma di una guerra europea.

L’unico sussulto di indipendenza da parte della Politica europea si registra nel diniego a partecipare attivamente all’aggressione contro l’Iran (in via indiretta vi partecipa, eccome). Un residuo di vitalità in sé lodevole e che potrebbe alimentare qualche speranza, ma è davvero troppo poco e troppo tardi, puro istinto di sopravvivenza peraltro alquanto incerto nella durata.

Associato all’ostinata avversità alla Russia e alle sua risorse energetiche, come anche all’ostinazione nel proseguire la macelleria ucraina, non è indice di vitalità, ma di schizofrenia. Una schizofrenia che partecipa con pieno diritto della follia dilagante in questo mondo impazzito. Non è un buon viatico per il futuro.

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