Referendum: una sberla al governo Meloni
Buon segno, ma non saranno le urne a fermare riarmo, economia di guerra e stato di polizia!
di Il Pungolo Rosso
Il NO ha vinto nettamente al referendum, voluto dalle destre per accelerare la marcia verso lo stato di polizia, necessario per imporre ai lavoratori e alle lavoratrici un aumento dello sfruttamento e sacrifici sempre più pesanti finalizzati al riarmo e all’economia di guerra.
E’ un NO inequivocabile al governo in carica, rafforzato dalla sorprendente partecipazione al voto. Un NO non solo e non tanto sulla “separazione delle carriere” dei magistrati o sulla “difesa della Costituzione”, quanto sui tratti distintivi del governo stesso.
Sull’esito referendario ha pesato in modo decisivo la percezione, per quanto confusa e non articolata, che il governo Meloni e le classi dominanti stanno spingendo la grande massa della popolazione verso un vero e proprio salto nel buio. E questa percezione è stata particolarmente viva negli strati sociali (giovani, donne) e negli ambiti territoriali (il Sud, le cinture operaie) che più stanno soffrendo per la sistematica compressione dei loro bisogni primari.
Le prime analisi del voto mostrano una forte adesione al NO tra le fasce di popolazione più giovani, quelle più esposte – nella proletarizzazione dilagante – alla illimitata precarietà, all’assenza di diritti, alla mancanza di prospettive lavorative decenti, all’impossibilità di trovare e pagare una casa in affitto in città trasformate sempre di più in macchine per lucrare sullo sfruttamento del lavoro povero e sull’overtourism.
La prevalenza del NO è stata marcata anche tra le donne (oltre il 55%) che avvertono un continuo arretramento materiale e nei servizi che alleviano il loro carico fisico e psichico di lavoro domestico. Molto indicativi i record di NO a Napoli e in gran parte del Sud, le aree territoriali più colpite dalle politiche anti-proletarie del governo delle destre, a cominciare dalla soppressione del reddito di cittadinanza.
Altrettanto ha pesato la percezione di questo governo come il governo della guerra, quale in realtà è. L’aumento delle spese militari – miliardi di euro sottratti a sanità, scuola, servizi sociali per essere destinati alla produzione di armamenti e al potenziamento delle industrie di morte come Leonardo. L’appoggio al genocidio sionista a Gaza e all’annessione della Cisgiordania. La continuazione senza fine della guerra fra NATO e Russia in Ucraina. L’appoggio all’attuale aggressione imperialista all’Iran e al Libano. La corsa all’economia di guerra, e il carattere ridicolo dei palliativi all’aumento del costo della benzina (accise ridotte … per venti giorni!), e così via. Anche se cerca di nasconderlo a tutti i costi, minimizzando l’uso delle sue basi militari per le ricognizioni necessarie ai bombardamenti, dichiarando che il suo obbiettivo è la semplice difesa dei connazionali all’estero, ecc., il governo Meloni è schierato nettamente al fianco degli USA e di Israele, con l’UE e la NATO. Uno schieramento che ha comportato un seguito di provvedimenti da stato di polizia. E di tutto questo comincia a pagare lo scotto.
Dunque – specie all’interno della classe lavoratrice – il NO è stato assai più politico che “tecnico”.
Siamo ben lontani, tuttavia, non solo da una lotta consapevole al governo e alle sue politiche, ma anche da un semplice sentimento di ripulsa rabbiosa e determinata. Eppure questo referendum, decisamente un episodio minore se guardato sotto l’aspetto dei suoi risvolti tecnici (qualcuno pensa che, azzerata la riforma-Nordio, la repressione svanirà?), è stato la spia di un malessere sociale e politico profondo. Su questo malessere è necessario lavorare per costruire uno schieramento di classe, l’unico che può opporsi realmente all’attacco in corso.
La vittoria del NO è uno schiaffo al governo e un granellino di sabbia che si insinua nei suoi meccanismi di potere e nel tentativo di costruire un consenso di massa alla deriva reazionaria in corso da ben prima che le destre andassero al potere. Un buon segno, ma servirà ben altro che uno schiaffo per farlo cadere, e per avviare un percorso capace di contrastare realmente l’aggressione delle classi dominanti.
Dal PD ai Cinquestelle ad AVS e altre appendici, il cosiddetto campo largo è in festa, pronto a lucrare sulla vittoria referendaria prospettando un cambio della guardia nel governo nazionale, da realizzare nelle prossime elezioni politiche del 2027.
Ma non sarà certo il centro sinistra a rispondere realmente ai bisogni sociali negati e al diffuso timore di un salto nel buio verso una guerra globale che hanno trovato espressione nel voto referendario.
Potrà mai farlo il PD, che sostiene il riarmo in chiave “europeista”, è fanatico promotore della guerra alla Russia, padre dei CPR e della legge Turco-Napolitano contro gli immigrati, autore degli accordi con i torturatori della guardia costiera libica? Quel PD islamofobo che ha continuato a sostenere lo Stato sionista per due anni, prima di accorgersi (per qualche giorno) del genocidio in corso; e che, subito dopo, ha predisposto un ddl che equipara antisionismo e antisemitismo, e ne ha poi votato, o lasciato passare, in Parlamento una versione simile preparata dalle destre? O potrà farlo forse il movimento 5Stelle, che con il primo governo Conte ha varato, in accordo con la Lega, i decreti Salvini e altre nefandezze?
Che dire, poi, della credibilità come argine all’intensificazione della repressione statale di chi, in Parlamento, non ha neanche utilizzato l’ostruzionismo per contrastare la conversione in legge del decreto sicurezza ex-1660?
Qualcuno ricorda chi è stato il promotore del malefico Jobs Act? non è forse quel Matteo Renzi che ora si sbraccia per arrivare all’ammucchiata elettorale “contro” le destre? (I due “campioni” di AVS si sono già affrettati a chiarire: nessun veto nei suoi confronti…)
Quale credibilità possono avere i “dubbi” che PD e CGIL hanno sollevato sull’attacco frontale al diritto di sciopero nella logistica lanciato pochi giorni fa dalla Commissione di Garanzia, quando questi pretesi fautori del diritto e della Costituzione hanno difeso e difendono la legge 146 sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali, da loro voluta trent’anni fa, che ha praticamente impedito ai lavoratori e alle lavoratrici del Pubblico Impiego di scioperare in modo efficace, salvaguardando il monopolio della rappresentanza sindacale di CGIL, CISL e UIL contro il sindacalismo di base?
Alla coda del centro sinistra, e collocate alla sua sinistra, ci sono anche fasce di movimento e organizzazioni politiche e sindacali per le quali le stesse manifestazioni di piazza sono solo strumenti per preparare la “riscossa” elettorale – il famoso “appuntamento” del 2027. Questa è, secondo noi, una prospettiva che illude gli sfruttati, impedisce il maturare di una vera coscienza e organizzazione di classe, e interpreta la funzione dell’organizzazione politica come semplice “rappresentante” nelle istituzioni democratiche dei soli interessi proletari più immediati.
Una prospettiva che contiene in sé la rinuncia alla battaglia di piazza e sui luoghi di lavoro per rovesciare i governi della guerra e il sistema capitalistico di cui sono espressione.
Il governo Meloni va sconfitto e rovesciato con la mobilitazione di piazza, con la lotta dei proletari e dei movimenti sociali, contro il degrado ambientale, per il diritto alla casa, contro le grandi opere. La repressione sempre più sistematica nei confronti delle lotte che travalicano la mera rappresentazione e si pongono l’obbiettivo di intaccare gli interessi padronali, di contrastare la tendenza alla guerra e le aggressioni dell’imperialismo, a partire da quello di casa nostra, di rilanciare il movimento di solidarietà con la resistenza palestinese, non può certo essere fermata dalla vittoria dei NO o da strategie che fanno perno sulle elezioni.
Occorre rilanciare la lotta per forti aumenti salariali, svincolati dall’aumento della produttività; per reintrodurre la scala mobile in difesa dei salari da un’inflazione che non tarderà a riesplodere (a lungo) a seguito dell’aggressione imperialistica contro l’Iran. Occorre mobilitarsi per il salario garantito ai disoccupati e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; per combattere aumento dello sfruttamento e licenziamenti. È necessario riprendere la rivendicazione della patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione, affinché la spesa sociale sia finanziata strappando ai suoi detentori parte della ricchezza che hanno accumulato con lo sfruttamento operaio.
Solo rilanciando la mobilitazione contro riarmo, economia di guerra, opposizione alla militarizzazione della vita sociale, all’aumento della repressione, ai tentativi di reintrodurre la leva obbligatoria e di spingere verso l’irreggimentazione nazionalistica delle masse, si può capitalizzare in senso classista l’esito del referendum.
Tutto il resto è fuffa.










































Add comment