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lafionda

Né socialdemocratici né liberisti. Lo stallo del sistema Italia (con nostalgie di Trentennio)

di Emanuele Maggio

Sono passati 32 anni dalla Prima Repubblica. Finalmente si può essere nostalgici senza passare per fascisti, per nascondere in casa un busto di Pasquale Saraceno, mica del Duce.

In quei trent’anni gloriosi di miracolo sociale ed economico (1950-1980), l’Italia ha costruito il più potente apparato statale non-sovietico del mondo.

Quel patto costituzionale e socialdemocratico tra Stato e Mercato che nel 1991, all’alba della svolta liberista di Maastricht, fece titolare al Corriere “Italia quarta potenza”, sopra Regno Unito e Francia.

Era un sistema basato su tre pilastri: imprese pubbliche enormi, ramificate e ad alto impatto strategico e tecnologico; una banca centrale sovrana che tesaurizzava riserve auree e comprava titoli di Stato per abbassare i tassi mentre finanziava la spesa; un governo dirigista in grado di mobilitare il risparmio nazionale per ripagare il debito e allocare gli investimenti.

Dietro questo sistema vi erano le menti di funzionari e dirigenti brillanti, come Donato Menichella, Oscar Sinigaglia, Paolo Baffi, oltre ovviamente a un apparato partitocratico ideologicamente compatibile, per il quale lo Stato non era una bestemmia o una zavorra sul groppone dei privati, ma un generatore attivo di valore, però a vantaggio di tutti.

Eravamo praticamente la Francia di De Gaulle, ma fatta meglio.

Oggi i cinesi hanno adottato lo stesso motore di crescita e copiano (lo dicono loro) la cosiddetta Italietta dell’IRI, IRI che all’epoca era tra i più imponenti conglomerati industriali d’Europa, e che controllava acciaio, cantieristica, telefonia, autostrade, meccanica, banche, trasporti (e c’era poi la chimica, e c’era la siderurgia, e c’era il peso geopolitico dell’ENI, e il colosso Finsider eccetera).

Certo, quel modello di sviluppo aveva i suoi difetti (vedi l’impietosa analisi di Gallino del sistema Mediobanca-IRI in “La scomparsa dell’Italia industriale”). Ma in fondo, siccome gli schemini dei manuali odierni di macroeconomia non esistono in natura, tutti i modelli di sviluppo hanno difetti, ma sono mantenuti finché funzionano.

Non è il modello statunitense, orientato all’importazione e al sacrificio di pezzi della propria manifattura, un sistema difettoso?

Non è il modello tedesco, orientato all’esportazione e alla deflazione salariale, un sistema difettoso?

Difettoso era anche il modello italiano, orientato alla svalutazione della lira e alla gestione tattica del deficit.

Questi tre modelli non sono sostenibili nel lungo periodo, però hanno un pregio: funzionano alla grande nei loro contesti. Ma chissà perché è stato ucciso solo il nostro, mentre gli altri modelli continuano a generare potenza (finché reggono).

Trent’anni di stagnazione di una grande economia come quella italiana (caso quasi unico nella storia moderna) non si comprendono con la sola logica contabile di bilancio, ma con la logica di potenza.

Non era previsto che l’Italietta, sconfitta dalla guerra e secolare terreno di contesa tra le nazioni europee, divenisse un polo industriale ricco e trainante, in grado di competere con i tedeschi sulle esportazioni, e di contendere a inglesi e francesi l’influenza sul Mediterraneo e la proiezione verso il Nord Africa.

Che lo stallo italiano dipenda soprattutto dal debito pubblico, oltre a essere tecnicamente falso, poteva essere sostenuto fino a quindici anni fa, ma ormai fa ridere e piangere. Abbiamo rinunciato a un modello di sviluppo ritagliato su misura per noi, per sostituirlo con vincoli esterni di bilancio che non consentono NESSUN modello alternativo (sempre per noi, almeno nel breve e medio periodo).

A questo disastro si aggiunge la disintegrazione delle casse di risparmio pubbliche, delle banche popolari e delle politiche industriali, quest’ultime demandate a livello europeo con ricadute lente per la nostra economia (e lentissime per il Mezzogiorno), in un lungo progetto di ristrutturazione degli istituti che va dalla riforma Amato del 1990 alla riforma Renzi del 2015, dove il credito smette di essere strumento controllato di sviluppo nazionale e si trasforma in mera attività commerciale orientata alla redditività finanziaria.

Questo non è un modo per scaricare sugli altri le nostre responsabilità. Al contrario: è un modo per evidenziare quelle che sono le NOSTRE precise responsabilità storiche.

Abbiamo ancora una “borghesia incompiuta”, come la chiamava Gramsci, e un “capitalismo subalterno”, come lo chiamava l’operaista Arrigo Cervetto. Non abbiamo mai avuto una rivoluzione borghese. Non ci siamo creati da soli. Come nazione ci hanno creato le potenze straniere, e come ci hanno creato ci possono distruggere. E infatti ci hanno distrutto e deindustrializzato (e ci siamo deindustrializzati anche un po’ da soli, va detto, vedi il caso Airbus, vedi la storia di Montedison).

Mattei, Olivetti e Mario Tchou furono eliminati perché alfieri dell’indipendenza strategica italiana nell’energia e nell’informatica. Con Tangentopoli un’intera classe dirigente, erede o anche protagonista del miracolo italiano, è stata per questo punita e smantellata, caso unico in Europa occidentale. Il banchetto degli avvoltoi stranieri sui nostri asset ha fatto il resto.

Negli anni ’60 si consumò un’altra piccola, drammatica Tangentopoli, che nessuno ricorda, che colpì soprattutto il direttore dell’Istituto Superiore di Sanità Domenico Marotta, colpevole di guidare un programma pubblico farmaceutico in concorrenza con i giganti americani, e Felice Ippolito, dirigente a capo del programma nucleare autonomo italiano. Entrambi colpiti dalla solita magistratura selettiva.

Gli argomenti sulle inefficienze dell’epoca IRI sono giusti, ma spesso dimenticano che le imprese pubbliche hanno finalità diverse da quelle private, e non si può giudicare una gara di MotoGP con i criteri della Formula 1.

È vero, non riusciamo ad avere un capitalismo modello Mittelstand, né ad avere un capitalismo “colbertista” alla francese. Da noi l’intreccio tra Capitale e Stato ha spesso causato immobilismo e spreco… a meno che non sia lo Stato stesso a farsi imprenditore e a sostituire nei più importanti settori una borghesia frammentata.

Lo Stato-Imprenditore per noi aveva la funzione di correggere questo deficit storico-strutturale e di porsi come leader e regista della crescita industriale. Non è un caso che la produttività in Italia sia crollata con l’ingresso nell’euro e con la stagione di privatizzazioni. Crollato lo Stato-Imprenditore, è rimasta solo la spina dorsale di PMI che ci tiene in vita, ma che ci tiene solo a galla senza farci più emergere.

Un calo evidente degli indici di produttività lo registriamo dagli anni ’80, e ciò è generalmente imputato alla seconda fase “ospedaliera” del sistema IRI, la fase del clientelismo e del parassitismo, che in più avrebbe impedito la crescita dimensionale delle imprese italiane. Ma il vero crollo verticale lo registriamo dopo la demolizione di quel sistema, che abbiamo abbattuto anziché correggerlo. Abbiamo gettato il bambino con l’acqua sporca.

Per ricostruire l’Italia post-bellica avevamo somministrato una terapia d’urto coordinata dallo Stato, per industrializzare e innovare un Paese contadino che ha visto abolire le ultime istituzioni giuridiche del feudalesimo nel 1970. Il tessuto sociale della mezzadria è quello che ha costituito l’ossatura della piccola e media impresa del Centro-nord. Negli ultimi 30 anni abbiamo applicato una terapia d’urto ordoliberista a un sistema sociale antropologicamente familistico e debole nei tre pilastri dell’accumulazione originaria di capitale (credito, risparmio, colonialismo).

E ora non siamo nè carne nè pesce. Non siamo più un Paese socialdemocratico, ma non siamo nemmeno un Paese liberista. Abbiamo smantellato l’economia mista tentando di copiare il modello angloamericano senza avere i capitali privati per farlo né i loro privilegi coloniali, legandoci all’ircocervo dell’UE che ci ha sottratto le leve di politica monetaria e fiscale e imposto uno Stato esattore al posto di uno investitore, UE che a sua volta non è né carne né pesce, né nazione né impero, e nemmeno confederazione di Stati sovrani, e che ha un gradiente di democraticità (vedi Dahl per la definizione) inferiore ai Paesi che la compongono.

Questo non ci consente nemmeno soluzioni politiche del problema (significa che in UE la democrazia rappresentativa è finita strutturalmente, ma le sinistre non paiono essersene accorte), ma ci restano solo soluzioni “tecniche”, che è un po’ come sperare che Luigi XVI riduca il prezzo del pane senza alcuna minaccia di ghigliottina, in un’epoca in cui i tecnici che abbiamo al potere ci fanno rimpiangere Enrico Cuccia.

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