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Eitan Bondì non è un “folle”, ma solo un sintomo del sionismo

di Lavinia Marchetti*

Mi sono presa del tempo prima di scrivere. L’ho lasciato po’ sedimentare aspettando che la prima ondata emotiva passasse, quella che ci spinge a reagire, ad accusare. A me interessa comprendere i fenomeni.

In fondo, a pensarci bene, mettendoci da suo punto di vista, Eitan ha ragione. La notizia la conosciamo tutti. Eitan Bondì, ventuno anni, legato alla Comunità ebraica della Capitale, è stato fermato nella notte con l’accusa di aver esploso colpi di pistola softair contro due militanti dell’ANPI al termine della manifestazione del 25 aprile, nei pressi del Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo.

Le vittime sono marito e moglie: Nicola Fasciano, 65 anni, colpito vicino al collo e alla guancia, e Rossana Gabrieli, 62 anni, colpita alla spalla. Il ragazzo studia architettura, lavora come rider. In 13 secondi si è avvicinato, ha sparato, è ripartito.

Avrebbe dichiarato di appartenere alla “Brigata Ebraica”. La Brigata ha ovviamente smentito di conoscerlo e di averlo tra i propri iscritti.

Non mi scaglio contro di lui. Non lo farò.

Non perché voglia minimizzare la violenza, che è reale e simbolica allo stesso tempo, e che ha lasciato due sessantenni feriti nel giorno della Liberazione.

Il punto è che Eitan vede da tre anni “la sua gente” che può sparare a chiunque senza nessuna ripercussione.

Apre il telefono e vede soldati dell’IDF uccidere impunemente che vengono chiamati eroi, “esercito morale”, vede stuprare e uccidere palestinesi, vede soldati e ambasciatori e ministri chiamare “animali” tutti coloro che si oppongono all’occupazione, e allora Eitan si sente giustificato.

Eitan ha ragione. Perché mai non dovrebbe sentirsi libero di sparare a pallini a una coppia che sta con gli “altri”? Eitan può anche pensare: “stavolta sono pallina, la prossima…farò come i soldati dell’IDF“. Perché il suo esercito fa così, i coloni in Cisgiordania fanno di molto peggio. Perché lui no? Solo perché la geografia non glielo consente? Assurdo no?

La filosofia moderna ha elaborato con fatica un “concetto”, concetto che continua a essere rimosso ogni volta che risulta sgradito, quello di SOGGETTO PRODOTTO. L’individuo non nasce nel vuoto. Nasce in un discorso. Nasce dentro un sistema di simboli, di narrazioni, di gerarchie morali già costruite prima che lui aprisse gli occhi.

Wittgenstein lo diceva in modo chiaro: i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. E il linguaggio che questo ragazzo ha assorbito, in famiglia, nella comunità, negli ambienti sionisti che frequentava, era un linguaggio che non ha parole per certe cose. Un linguaggio che, ad esempio, si chiede “definisci bambino” quando le cifre dei morti a Gaza diventano insostenibili, lo stesso tipo che in televisione lo chiedeva era in prima linea col megafono nella piazza del 25 aprile, a provocare, dietro lo striscione della fantomatica “Brigata Ebraica”.

Un linguaggio che riesce a guardare un bombardamento su una scuola e a trovare una giustificazione tecnica e geopolitica. Un linguaggio in cui sparare a due anziani con un fazzoletto rosso al collo, nel giorno in cui l’Italia celebra chi combatté il nazifascismo, può essere narrato a se stessi come un atto di resistenza.

Questo è il linguaggio che ha formato Eitan. E noi dovremmo chiederci: chi glielo ha insegnato?

Cosa succede quando si delega il pensiero al gruppo?

Cosa ha delegato Eitan Bondì? A chi? E a quali discorsi?

L’ANPI ha chiesto alla magistratura non solo di appurare l’esistenza di eventuali mandanti, ma anche di aprire un’inchiesta su quelli che definisce “presunti gruppi paramilitari presenti nella Comunità ebraica romana“.

Il problema è un ecosistema e un pensiero di fondo: il sionismo. È la catena di trasmissione tra un discorso politico-culturale sempre più radicale, che normalizza il genocidio, che disumanizza il “nemico” che autoproduce e che trasforma la violenza in purezza, e un giovane di ventuno anni che a un certo punto non distingue più tra il pensiero e il gesto. Tra il linguaggio dell’odio e la pistola.

Psicologicamente, questo processo ha un nome: deindividuazione ideologica. L’individuo cessa di interrogarsi sulla propria azione perché l’azione è già stata giustificata dal gruppo prima che lui la compisse. Nessun conflitto interno, solo l’esecuzione di ciò che il discorso ha già stabilito essere “giusto”.

Non me la sento di fare di Eitan il solito capro espiatorio. “Il mostro è stato preso, siamo al sicuro“. Perché non siamo al sicuro. Il discorso che lo ha formato è ancora là fuori. Lo producono adulti, famiglie, istituzioni, ambienti culturali, il nostro governo! Lo trasmettono ogni giorno a ragazzi che hanno la metà dei nostri anni e il doppio della nostra certezza di stare dalla parte giusta.

Eitan non è un mostro. È un ragazzo a cui qualcuno ha insegnato, con la stessa cura con cui si insegna una lingua madre, che alcune persone meritano di sparire, non meritano di vivere.

La domanda che dovremmo fare non è: com’è possibile che abbia fatto questo?

La domanda è: chi gliel’ha insegnato? E perché non lo stiamo ancora dicendo ad alta voce?


* da Facebook
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Comments

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Michele Castalfo
Tuesday, 05 May 2026 20:00
Domanda impertinente:
Perché Eitan Bondi sarebbe il sintomo del sionismo e non DELL'EBRAISMO D'OGGI?
O pensiamo ancora alla differenza tra ebraismo e sionismo?
L'ebreo d'oggi per essere tale DEVE SCHIERARSI INCONDIONSTAMENTE COI PALESTINESI E CON HAMAS, NON STARE A "METÀ" STRADA.
È inutile girarci intorno.
Michele Castaldo
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