
Con il Venezuela bolivariano. Contro l'imperialismo suprematista statunitense
di Carmelo Buscema* e Gennaro Imbriano**
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 l’amministrazione statunitense guidata da Donald J. Trump si è resa protagonista di un gravissimo atto di aggressione militare e politica contro la Repubblica bolivariana del Venezuela, rapendone piratescamente il legittimo Presidente Nicolas Maduro Moros, e sua moglie Cilia Flores, avvocata, attivista e deputata dell’Assemblea nazionale. Al culmine dell’operazione - caratterizzata da un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, che ha coinvolto numerosi Stati della Repubblica e causato un centinaio di vittime tra militari e civili (fra cui 32 cubane) -, Maduro e Flores sono stati deportati a New York e sottoposti alle prime fasi di un processo penale intentato sulla base di pretestuose e risibili accuse, avanzate fuori o al margine di ogni quadro di legittimità giuridica, interna o internazionale, minimamente riconosciuta.
L’aggressione del Venezuela rappresenta un eccezionale salto di scala all’interno del processo di brutale ristrutturazione del sistema mondiale intrapreso dagli Stati Uniti d’America nel corso degli ultimi lustri, e che ha vocazione evidentemente suprematista, iper-classista e neocoloniale. Dentro questo quadro, mancheremmo colpevolmente il bersaglio se identificassimo soltanto in Trump e nella sua amministrazione “il” nostro problema, giacché le redini di questo processo sono saldamente in mano alle potenti élites statunitensi, che hanno corpo finanziario, tecnologico, militare e politico, e due principali gambe, che sono quelle democratiche e repubblicane. Seppure il Paese a stelle e strisce sia attraversato da linee di faglia che a tratti si configurano come veri e propri fronti e trincee di una feroce guerra civile che lo consuma, orizzontale e verso il basso, le sue due principali fazioni politiche dimostrano di condividere un senso del mondo e della storia invariabilmente marcato da una medesima escatologia da destino manifesto e da popolo eletto. (Che, non a caso, è la stessa escatologia che contraddistingue anche le attuazioni del regime sionista di Israele in Medio Oriente - partner ed esecutore fondamentale di questo progetto).
D’altronde, tale indirizzo politico - che in queste settimane trova conclamata attuazione in Venezuela (e non solo) - lo scorso novembre ha guadagnato statuto ufficiale nelle parole della nuova National Security Strategy che, già dall’introduzione, si dice concepita per promuovere lo sviluppo di «every dimension of our strength», allo scopo di rendere gli Stati Uniti «safer, richer, freer, greater, and more powerful than ever before», e che è presentata addirittura come la «roadmap to ensure that America remains the greatest and most successful nation in human history» (sic!). In sintesi, il metodo coerentemente scelto per perseguire tale proposito strategico dichiaratamente suprematista, è così espresso in quello stesso testo: «In everything we do, we are putting America First». L’intervento militare in Venezuela, alla luce di ciò, va interpretato, dunque, come la dimostrazione del fatto che questo slogan - finora generalmente trattato come una volgare etichetta elettorale e propagandistica identificativa della fazione politica più vicina a Trump -, è in effetti il principio operativo destinato a informare il concreto tentativo di riordino sistemico delle fonti e dei criteri di “legittimità”, di giudizio e d’azione degli Stati Uniti, che adesso prescrive, programmaticamente, la metodica sottomissione di ogni diritto al cieco perseguimento dei suoi appetiti egoistici.
Dal punto di vista giuridico, in effetti, l’azione statunitense contravviene formalmente e sostanzialmente i fondamenti del diritto internazionale vigente, nella misura in cui infrange la sovranità di una libera Repubblica membro dell’organizzazione delle Nazioni Unite, e viola pesantemente l’immunità di cui godrebbe il suo Capo di Stato nei confronti delle istituzioni delle altre Nazioni. L’amministrazione Trump ha agito in assenza del benché minimo mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, per giunta, in maniera del tutto unilaterale, senza neppure il supporto operativo e di consenso di una coalizione internazionale approntata ad hoc - come pure in altri precedenti casi di aggressione extra-giudiziale era avvenuto. Tale azione, inoltre, contravviene anche lo stesso diritto costituzionale statunitense, nella misura in cui è stata intrapresa senza neppure avvisare il Congresso e, anzi, approfittando del suo periodo di vacanza invernale, e senza che, d’altro canto, sussistesse alcuna effettiva ragione di emergenza o urgenza.
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L’importanza geopolitica del Venezuela per gli Stati Uniti ha a che fare, in prima battuta, con il fatto che il suo territorio - caratterizzato da elevata biodiversità, grande abbondanza idrica e accesso privilegiato al Mar dei Caraibi e all’Oceano Atlantico - è uno scrigno ricchissimo di risorse energetiche, minerarie e strategiche: primo Paese al mondo per riserve petrolifere certificate e primo in America Latina per depositi auriferi, nonché sede di una delle più importanti riserve globali di ferro, bauxite, diamanti ed elementi delle terre rare. Il valore di un tale tesoro è letteralmente inestimabile, non soltanto in una logica di breve periodo, ma soprattutto in chiave prospettica. Conquistarlo, controllarlo e metterlo a disposizione delle proprie imprese, rappresenta per gli Stati Uniti un obiettivo assolutamente cruciale in vista del perseguimento dei più ampi scopi che il nuovo National Security Strategy si assume: la ricostruzione di un ferreo controllo sull’intero “grande spazio” emisferico; la riarticolazione delle catene di approvvigionamento e di valore più rilevanti; la rigenerazione della capacità di manipolazione dei prezzi di beni cruciali per i mercati mondiali; la rifondazione di una struttura economica e industriale articolata per tutto il continente, alimentata dalle dinamiche di re- and near-shoring, adeguata a supportare le sue attività predatorie.
Che l’obiettivo dell’aggressione statunitense contro il Venezuela abbia di mira innanzitutto il suo “petrolio” non è frutto della speculazione critica sui fatti e le circostanze, ma è incredibile ammissione esplicita pronunciata per bocca dello stesso Presidente Trump. Eppure, non bisogna cadere in questa trappola retorica che, a ben vedere, nasconde più di quanto smaccatamente non pretenda di rivelare. Dietro il cinico materialismo da bullo che ringhia all’osso delle ricche risorse venezuelane, Washington sta schermando una intenzione geoeconomica e geopolitica ancora più vergognosa e assai meno confessabile: disfare i programmi di investimento e i piani di cooperazione mutuamente vantaggiosi stretti dalla Repubblica bolivariana con attori internazionali che quelle risorse sono effettivamente in grado di valorizzare, nell’ambito di un progetto di emancipazione ben più largamente condiviso; e, quindi, smontare e minare i binari su cui è incamminato lo sviluppo multipolare, relativamente più perequativo, del mondo contemporaneo. Riattivare e/o intensificare piani di sfruttamento delle immense risorse naturali del Venezuela - che si trovano concentrate specialmente nelle vaste aree conosciute come Arco minero e Faja petrolifera dell’Orinoco - richiederebbe ingentissimi investimenti finanziari ed economici da sostenere a medio e lungo termine; e comporterebbe, altresì, enormi costi ecologici, sociali e quindi politici, assai difficili da gestire e da vincere soprattutto per una potenza, come gli Stati Uniti, che sta disperdendo avventatamente la propria scarsa dotazione egemonica residua. Purtuttavia, giusto in assenza di volontà e capacità finanziarie, politiche e tecniche proprie, da parte di Washington, da dedicare a tali rischiosi e complicati investimenti necessari al “rilancio” delle attività estrattive venezuelane, il più grande tornaconto derivante dall’aggressione a Caracas consiste nella sottrazione di queste stesse possibilità ai cosiddetti non-Hemispheric competitors che, invece, stanno dimostrando di disporre di progettualità di cooperazione e sviluppo efficaci e condivise. Colpire il Venezuela significa, infatti, sferrare duri colpi anche alla Russia e, specialmente, alla Cina, che in quel Paese hanno avviato programmi di cooperazione soprattutto nei campi, rispettivamente, della difesa e del finanziamento e realizzazione di infrastrutture e attività di acquisizione e raffinamento del greggio. “Avvelenare” questi pozzi comporta non solo arrecare significativi danni monetari a tali attori (perdita degli investimenti fatti, dei crediti vantati e delle possibilità acquisite), ma anche, e più in generale, creare un clima di sfiducia, vulnerabilità e disincentivazione di questo tipo di relazioni e intraprese, volto a dissuadere e ad allontanare reciprocamente, a livello globale, potenziali partner volenterosi di collaborazione indipendente e orizzontale. In tal senso, il messaggio che gli Stati Uniti, attraverso il Venezuela, lanciano al mondo contiene, da una parte, un invito agli attori che il National Security Strategy definisce come “non-emisferici”, ad abbandonare il continente americano ed eventualmente a rinculare presso le proprie macroregioni di pertinenza - semmai la potenza imperiale riconosca autonomia e capacità egemonica ad alcuno -; e dall’altra, la minaccia di subire le stesse sorti di Caracas, rivolta a tutti gli altri attori tentati di seguire i modelli di cooperazione e sviluppo non allineati o insubordinati e, comunque, improntati alla perequazione e al multipolarismo.
In definitiva, l’espulsione di Cina e Russia dall’emisfero, e quindi la rottura del fronte BRICS+ sul piano globale, è il vero e più importante motivo dell’attacco: il nuovo ordine del discorso politico, economico e culturale che questi Paesi stanno tra di loro progressivamente organizzando, infatti, va sciolto e sfasciato, affinché l’attore geopolitico non più egemonico ma ancora largamente dominante, possa beneficiare delle condizioni di caos positivamente determinate, tenere a distanza le potenze in ascesa insubordinate o autonome, e tentare di costruire e imporre con la forza, in prospettiva, il primo impero veramente mondiale basato sul monopolio dei più potenti mezzi di esercizio della violenza sociale, politica e militare (opzione già presagita da Giovanni Arrighi).
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All’interno di questo quadro, e con riferimento allo scenario politico dell’America Latina, è da evidenziare il fatto che l’aggressione del 3 gennaio prende non a caso di mira il progetto bolivariano. Questo - per quanto attraversato da fortissime tensioni, conflitti di interessi e prospettive, e per quanto senz’altro passibile (com’è vero in tutti i casi) di critiche anche molto aspre - si è dotato, nell’arco di ormai quasi tre decenni, di una struttura sociale e politica articolata in procedure elettive, rappresentative e decisionali ben precise e autonome rispetto al modello anglosassone. Da questo punto di vista, l’aggressione statunitense genera un cortocircuito micidiale rispetto alla retorica imposta all’opinione pubblica dei Paesi occidentali: i difetti di “democrazia” e “liberalità” imputabili al sistema venezuelano passano nettamente in secondo piano al cospetto delle ben più gravi tare che qualificano il dispotico atto d’imperio perpetrato, ai suoi danni, da una potenza tecnologica, economica e militare incomparabilmente più grande, intenzionata - per questa via - a sovra-determinare gli orientamenti e le scelte di un governo “decapitato” e posto sotto ricatto a tempo indeterminato. C’è da riconoscere, inoltre, come i difetti di “democrazia”, “liberalità” ed “efficienza” del sistema bolivariano siano anche e soprattutto il frutto della eccezionale e sistematica foga sanzionatoria e golpista che le diverse amministrazioni statunitensi, per circa un quarto di secolo ormai, hanno scagliato contro il popolo venezuelano. Soprattutto il ricorso a un numero esorbitante di “economie weapons” ha determinato lo strozzamento della struttura produttiva nazionale, minato molto seriamente le sue potenzialità di sviluppo e autonomia, e addirittura indotto, o direttamente provocato, molte decine di migliaia di morti evitabili, come certificato da enti di ricerca internazionali indipendenti. I fatti del 3 gennaio rappresentano, quindi, soltanto il culmine della metodica progressione di una variegata teoria di forme e strumenti di aggressione che tutte le amministrazioni statunitensi, pressoché indistintamente, hanno riservato al Venezuela sin dall’avvento al potere di Hugo Chavez nel 1998.
Da questo punto di vista, l’aggressione statunitense mira esplicitamente a sconfiggere e a cancellare l’esperienza politica del movimento bolivariano, per scopi ideologici e di subordinazione politico-culturale, oltre che economici e geopolitici. Il Venezuela, infatti, è il bastione dell’ultima rivoluzione latino-americana di successo, e ancora sussistente, che ha rinnovato la storia di lotte l’emancipazione di quella macroregione, e ha rappresentato un importante base di sostegno ed esempio anche per altre esperienze simili, o a essa politicamente correlate, maturate nell’alveo del cosiddetto socialismo del siglo XXI. L’eventuale disfatta dell’esperienza bolivariana sarebbe, dunque, cruciale per Washington in quanto sortirebbe, per i movimenti rivoluzionari e radicali di tutto l’emisfero occidentale, pressoché gli stessi effetti subiti, per una stagione che dura fino ai nostri giorni, dalle organizzazioni comuniste e antagoniste d’Europa a partire dalla caduta del Muro di Berlino. La sussistenza stessa dell’immaginario bolivariano rappresenta nel continente sudamericano, infatti, un potente argine all’esercizio dello strapotere militare, politico, economico e culturale statunitense. Per quanto difficile tale compito sia, dunque, abbattere e cancellare ogni esperienza che si riferisca a quello, è necessario al fine di realizzare il completo addomesticamento delle forze emisferiche, e il loro intruppamento all’interno del progetto imperialista nordamericano. (La National Security Strategy ricorre, a tal proposito, al termine “to enroll”, che significa anche - per l’appunto - “arruolare”). In definitiva, umiliare e punire pure simbolicamente i rappresentanti del movimento bolivariano in Venezuela, e procedere verso la “normalizzazione” del quadro politico di quel Paese, serve a Washington a produrre un potente effetto di monito capace di indurre alla cautela e all’auto-regolazione disciplinata e sottomessa, anche tutti gli altri esponenti continentali orientati verso, o tentati da, progetti di sviluppo considerati come eterodossi, disallineati o insubordinati. Rubio e Trump puntano, quindi, a invertire il segno delle produzioni di quel ricco laboratorio di esperienze politiche radicali che hanno contraddistinto la storia continentale, e che, proprio in Venezuela, ha una delle sue più importanti basi. L’intento sarebbe quello di poterlo auspicabilmente utilizzare come leva capace di disarticolare e vincere anche tutte le altre esperienze di insubordinazione resistenti, rinate o nuove, presenti in America latina.
A tal rispetto, non sono affatto casuali né contingenti le minacce che vengono rinnovate, nelle ultime settimane, anche a Cuba, ch’è partner strategico del Venezuela - come dimostra il tributo di sangue pagato da 32 suoi cittadini impegnati nella difesa della presidenza bolivariana, contro i miliziani statunitensi comandati da Trump. Simbolo di una eroica resistenza pluridecennale opposta contro gli atti predatori e vessatori perpetrati dagli Stati Uniti nei confronti del suo popolo, Cuba è oggi certamente provata dal lungo e disumano bloqueo subito, ma non del tutto fiaccata nella sua lotta ostinata per la propria dignità, libertà e autodeterminazione. Difendere il Venezuela bolivariano e difendere Cuba socialista è oggi, dunque, cruciale, non solo in termini testimoniali, ma anche e soprattutto costituenti di concrete possibilità di emancipazione e pace da praticare su scala globale.
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In conclusione, l’aggressione del 3 gennaio 2026 non rappresenta affatto una circostanza isolata ed episodica, ma si inserisce, piuttosto, all’interno di un modello di governo implementato dagli Stati Uniti d’America, sempre più basato - strutturalmente, eppure disperatamente - sulla perpetrazione di insensati atti di brutalità e d’imperio. Sono espressione rivelatoria di questo i principali eventi che hanno battezzato l’inizio del 2026: l’ennesimo sadico attacco alle condizioni di vita del popolo cubano; il nuovo capitolo dell’aggressione ibrida all’Iran; l’espressione dei famelici appetiti statunitensi sulla Groenlandia; la maturazione di livelli inediti di tensione nelle fibre dello scellerato patto transatlantico; la folle corsa dell’Europa verso il vicolo cieco del riarmo; l’implementazione trumpiana delle ultime determinazioni in fatto di National Security and Defense Strategy; la fascistizzazione brutale delle società occidentali, di cui le attuazioni dell’ICE sono l’ignobile emblema; e, certamente non ultimo, l’olocausto del popolo palestinese, che si consuma per mano dell’entità sionista d’Israele, “model ally” degli Stati Uniti e principale esecutore dei loro piani di ristrutturazione sistemica in Medio Oriente.
La comunità intellettuale e accademica ha il dovere di denunciare e di organizzare le forze e le misure che le sono proprie per sforzarsi di comprendere le radici strutturali di tale violenza sistemica, cercando di eradicarle attraverso la denuncia, la stigmatizzazione, il contrasto, l’esercizio dell’intelligenza collettiva e l’espressione delle più efficaci forme di solidarietà nei confronti delle forme emergenti di resistenza agli aggressori, a cominciare dal caso cruciale del Venezuela. Non ci rassegniamo all’acquiescenza e al silenzio, che contribuiscono a normalizzare e a legittimare questo ennesimo atto barbarico e il modello che lo ispira, nonché a preparare il terreno su cui si consumeranno le prossime vili e brutali aggressioni.
Per questo, ci proponiamo di organizzare una serie di giornate di studio finalizzate allo sforzo di affinamento collettivo degli strumenti concettuali e analitici più utili a decifrare questa fase storica e politica, a partire dall’indagine dei motivi e delle forme dell’aggressione a Caracas, e delle prospettive aperte dall’ulteriore accelerazione e salto di “qualità” che gli USA hanno evidentemente impresso al loro disperato tentativo di riorganizzazione suprematista, iper-classista e unipolare delle strutture d’ordine economico e finanziario, politico, giuridico e militare del mondo - che, invece, l’inerzia delle lente e profonde dinamiche maturate nel corso del XX secolo, starebbe spingendo verso un assetto più marcatamente multipolare. Le prime sessioni di studio si terranno nelle prime due settimane di aprile, in date e orari ancora da definire sulla scorta del numero e delle disponibilità delle persone che aderiranno alla nostra proposta. Gli incontri avverranno preferibilmente “in presenza” (sebbene - per chi non potesse - anche la partecipazione da remoto è possibile) presso l’Università della Calabria, nell’ambito delle attività accademiche del gruppo di ricerca e formazione facente capo al Corso di laurea magistrale in Cooperazione, sviluppo, ecologia. Chi volesse contribuire alle nostre sessioni di studio proponendo un proprio intervento, o anche solo sottoscrivere questo appello, può contattarci a questo indirizzo di posta elettronica (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.). Più precisi dettagli rispetto a date, orari e logistica seguiranno.








































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