Il tempo di Ares: recensione al libro di Stefano Lucarelli
di Andrea Fumagalli
Il saggio di Stefano Lucarelli (“Il tempo di Ares. Politiche internazionali, ‘leggi’ economiche e guerre”, Mondadori, Milano, 2025. Euro 12) è un piccolo libro di poco più di 130 pagine ma estremamente denso, forse fin troppo. Un testo che vuole “ricercare una logica nelle cose che accadono”: un obiettivo ambizioso ma che viene centrato. Un testo che capita a fagiolo per cercare di dipanare la matassa della complessa situazione geopolitica e geo-economica del presente, una situazione per lo più in costante divenire.
Lucarelli utilizza i miti greci come schema interpretativo del rapporto tra economia e guerra: un tema, che è ha sempre caratterizzato la storia umana. Lo fa prendendo a riferimento tre figure mitologiche: Ares, il dio della guerra e della violenza bruta, Hermes, il dio del commercio e dei ladri, Pan, il dio che si incontrava nei luoghi più oscuri e che rappresentava gli impulsi umani vitali da cui derivavano il panico come l’euforia (ogni riferimento ai mercati finanziari è puramente casuale). Si allude con ciò al fatto che “lo sviluppo di crescenti relazioni di scambio conduca a un mondo sempre più privo di regole, teso verso uno scontro che da semplicemente mercantilista rischia di diventare economico-militare per produrre un nuovo ordine sulle ceneri di quello precedente”, come scrive Marco Bertorello. .
Per questo il libro si divide in tre parti.
La prima dal titolo “La nascita di Ares” analizza il rapporto tra economie guerra alla luce di “quella ragion pratica” (Francesco Campanella) che si sviluppa con la nascita del sistema capitalistico di produzione. Certo, la guerra è sempre esistita, espressione prevalentemente del maschio patriarcale, ma a partire dal mercantilismo (con un occhio per il momento rivolto all’Europa) prima, e soprattutto con il capitalismo poi, diventa strumento (tra altri) di regolazione del processo di accumulazione. Il fine è quello di stabilire una gerarchia nelle relazioni economiche internazionali o tramite l’imposizione di un’egemonia o tramite un equilibrio (instabile) tra forze egemoniche contrapposte (come quella che si è verificata ai tempi della guerra fredda nel secolo scorso). La geopolitica è quella scienza che, aggiungendosi all’economia politica, consente di analizzare la dinamica di tale equilibrio o di tale egemonia. La geopolitica è una non scienza? si chiede Lucarelli? Se diventa una disciplina finalizzata a giustificare lo status quo perché espressione dell’egemonia politica esistente (e oggi a giustificare le tensioni belliche), al pari dell’economics[1] (non dell’economia politica), allora la risposta è affermativa. Ma se la geopolitica, insieme all’economia politica, è strumento di analisi critica delle dinamiche strutturali che possono spiegare le caratteristiche in divenire degli equilibri geo-economici internazionali – e non è mera sovrastruttura – allora tale disciplina diventa un tassello importante per costruire quel mosaico della comprensione di cui abbiamo tanto bisogno.
In questa prima parte Lucarelli analizza il precario equilibrio del periodo post guerra, esito anche degli accordi internazionali di Bretton Woods dove la linea di Keynes di creare una moneta globale, (che avrebbe dovuto chiamarsi Bancor in grado di fungere da “camera di compensazione” per favorire scambi commerciali e al contempo non far prevalere attori dominanti), era stata cassata a favore della supremazia del dollaro Usa. Una proposta sicuramente lungimirante, quella di Keynes, che all’epoca, visti i rapporti di forza (il tempo di Ares), difficilmente poteva essere accolta da chi si presentava con il titolo di vincitore (gli Usa), ma che oggi è utile ricordare per la sua potenziale straordinaria attualità. La conclusione di Bretton Woods non ha fatto altre che ribadire la legge del più forte, esito della violenza della guerra, come era già stato sperimentato dopo la I guerra mondiale con le condizioni capestro imposte dal trattato di Versailles alla Germania del tempo, con tutte le conseguenze nefaste che si sono realizzate negli anni Trenta del secolo scorso. Nel II dopoguerra, il precario equilibrio tra le due potenze uscite vincitrice dalla II guerra mondiale (Usa-Urss) ha generato una non belligeranza grazie al ruolo deterrente svolto dalla bomba atomica. Lucarelli analizza tale situazione con il supporto della teoria dei giochi.
Con l’implosione dell’Urss a fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, la diffusione dell’ideologia capitalista del libero mercato si è estesa a buona parte del mondo. È arrivato il tempo di Hermes (parte II). Un tempo dove gli squilibri internazionali si acuiscono all’interno di quel processo di finanziarizzazione e internazionalizzazione della produzione che ha segnato le ultime decadi dello scorso secolo e i primi decenni del nuovo.
Secondo Lucarelli, riprendendo gli studi che lui stesso ha condotto con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti e pubblicati in un precedente volume La guerra capitalista, (Mimesis, Milano, 2022), il contesto economico globale è caratterizzato da un elevato processo di centralizzazione dei capitali, ovvero quel processo che porta il net control – cioè il controllo aziendale -, a essere in sempre più in possesso da un numero decrescente di detentori di capitale.
Parimenti, il crescente squilibrio internazionale è confermato dall’aumento dei deficit (e degli avanzi) commerciali tra i paesi che definiscono sempre più l’agenda della globalizzazione. Da un lato, gli Stati Uniti, che hanno ereditato l’egemonia del dollaro come moneta internazionale di riferimento, vedono un aumento dell’indebitamento della bilancia commerciale a cui si aggiunge nel periodo post-covid un altrettanto elevato indebitamento interno. Dall’altro lato, la Cina presenta crescenti surplus commerciali, con i quali a partire dai primi anni 2000 ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico emessi dagli Stati Uniti.
Fig. 1: quota di debito federale Usa detenuto dalla Cina: 2000-2025

Si è venuto così a creare, almeno sino alla crisi finanziaria mondiale del 2007-08, una sorta di bilanciamento tra le due maggiori economie del pianeta. Lo squilibrio commerciale degli Stati Uniti veniva finanziato dall’avanzo commerciale della Cina tramite l’acquisto di titoli di stato in grado di garantire la solvibilità dell’economia Usa e quindi garantire la stabilità del dollaro come valuta di riferimento internazionale: una condizione necessaria per avere un saldo positivo dei movimenti di capitale così da finanziare il debito estero, grazie al ruolo di attrattore dei mercati finanziari Usa.
Ma dopo la crisi dei debiti sovrani, a partire dal 2012, la situazione si modifica. L’età di Hermes inizia a scricchiolare a seguito dell’espansionismo economico cinese nel campo tecnologico e logistico (penetrazione in Africa, la nuova via della seta, ecc), lo sviluppo dei paesi Brics, prima, e Brics+, dopo, e il contemporaneo indebolimento dell’economia americana. Entriamo così in una nuova fase, caratterizzata dalle pulsioni del dio Pan (parte III).
Pulsioni che velocemente vedranno soffiare venti di guerra: una guerra che non è oggi definibile solo in termini strettamente militari, ma diventa anche guerra commerciale, tecnologica e finanziaria, al punto che oggi possiamo ragionevolmente parlare di “regime di guerra”. Tale regime favorisce anche l’instaurarsi di regime teocratici e tecnocratici, dove le istanze sovraniste e revansciste prendono il sopravvento, scatenando anche forme di guerra sociale, ai poveri, ai migranti, ai “diversi”.
Questo aspetto di mutuazione nella governance biopolitica che prende piede negli anni recenti (non adeguatamente sottolineata da Lucarelli, ad avviso di chi scrive) tende a modificare il rapporto tra politica ed economia. La crisi dell’equilibrio geopolitico internazionale e la messa in discussione dell’egemonia del capitalismo contemporaneo made in USA favorisce la ripresa di politiche nazionalistiche e protezionistiche, dove la restaurazione dell’egemonia utilizza strumenti di guerra economica e militare, bypassando ogni mediazione della politica. È il diritto della forza, come ampiamente dimostrato dall’amministrazione Trump.
In questo contesto, è possibile la ricerca di una mediazione diplomatica che consenta di individuare un nuovo equilibrio multipolare, in grado di far dislogare quei blocchi imperiali che oggi si stanno delineando nel controllare le catene internazionali del valore? Una visione realista dell’attuale contesto internazionale propenderebbe per una risposta negativa. Tuttavia, Stefano Lucarelli propone al riguardo l’istituzione di una banca centrale dotata di una moneta che svolga la funzione di camera di compensazione internazionale, con facoltà di aumentare la liquidità destinata agli scambi globali. Questo strumento permetterebbe di finanziare il commercio mondiale senza che i singoli Stati siano vincolati dai propri saldi commerciali. In sostanza, si tratterebbe di una moneta con aperture di credito proporzionali ai volumi di esportazione e importazione tipici di ogni Paese. Tale regolamentazione permetterebbe di evitare squilibri commerciali che graverebbero sui paesi debitori. Un’idea – come abbiamo già scritto – già evocata ai tempi di Keynes, ma rimasta una “possibilità inattuata». Un’idea che, riattualizzata, servirebbe non certo “per far vincere la guerra, ma per far “vincere la pace”.









































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