Il capitalismo USA alla conquista della Groenlandia. L’Occidente divora se stesso
di Roberto Iannuzzi
L’idea di acquistare l’isola artica è la logica conseguenza della fase terminale del capitalismo statunitense, fondato sulle idee antisociali dei miliardari della Big Tech
L’intenzione del presidente americano Donald Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti d’America ha suscitato allarme e opposizione fra gli alleati europei, i quali hanno solidarizzato con la Danimarca sotto il cui controllo l’isola artica ricade.
Il nuovo scontro mostra un Occidente sempre più in crisi con se stesso.
La volontà di Trump di raggiungere il proprio obiettivo è pari all’artificiosità delle motivazioni addotte per giustificare la sua rivendicazione (senza per questo voler sminuire lo sfruttamento coloniale che la Danimarca ha a sua volta imposto alla Groenlandia).
Dal canto loro, gli europei improvvisamente invocano il diritto internazionale dopo aver taciuto di fronte allo scempio di Gaza, e balbettato davanti al sequestro del presidente di una nazione sovrana, il Venezuela.
Lo scacchiere artico
Le rivendicazioni americane sulla Groenlandia si inseriscono nel quadro della crescente attenzione delle grandi potenze per l’Artico.
Il riscaldamento climatico sta riducendo la calotta glaciale del polo nord, e ciò libera nuove rotte marittime e rende più facilmente sfruttabili una serie di risorse naturali.
L’entrata a regime delle rotte artiche potrebbe fornire un’alternativa molto competitiva al canale di Suez, riducendo quasi della metà il tragitto dall’Europa occidentale all’Asia orientale.
Molti degli otto paesi che compongono il Consiglio Artico (Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti e Svezia) hanno rivendicazioni contrastanti nella regione.
La Cina, che al pari di altri paesi ha uno status di “osservatore” all’interno del Consiglio, in un Libro bianco del 2018 si è definita uno “stato semi-artico”, istituendo la Via della Seta Polare che dovrebbe collegare l’Asia orientale all’Europa occidentale attraverso l’Oceano Artico.
Nel marzo 2022, i paesi occidentali hanno sospeso la loro partecipazione al Consiglio Artico, paralizzandone di fatto le attività, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina.
L’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO ha definitivamente esteso alla regione artica le tensioni fra l’Alleanza Atlantica e la Russia.
I paesi NATO hanno rafforzato la loro presenza navale nella regione, mentre la Danimarca ha integrato la propria aeronautica militare con quelle di Finlandia, Norvegia e Svezia.
La Groenlandia nel sistema di difesa americano
In realtà, l’Artico era un fronte strategico di cruciale importanza già durante la Guerra Fredda, fornendo la via più breve per potenziali attacchi missilistici e per i bombardieri di Stati Uniti e Unione Sovietica. Ugualmente, i sottomarini americani e sovietici manovravano nella regione.
Neanche l’idea trumpiana di “acquistare” la Groenlandia è nuova. L’idea venne per la prima volta agli americani già nel 1867. Essa riemerse tra il 1910 e il 1916, e nel 1946-47.
Alla fine, però, i governi di Stati Uniti e Danimarca si accordarono in altro modo per incorporare la Groenlandia nel sistema di difesa americano.
Con l’accordo di “Difesa della Groenlandia” del 27 aprile 1951, Copenaghen permise agli USA di “costruire, installare, mantenere e gestire” basi in tutta l’isola, stazionare personale e stabilire le condizioni di “atterraggi, decolli, ancoraggi, ormeggi, movimenti e operazioni di navi, aerei e imbarcazioni”.
Attualmente, Washington mantiene solo la base di Pituffik in Groenlandia, con funzioni di allerta e difesa missilistica, e di sorveglianza spaziale, ma secondo l’accordo del 1951 gli Stati Uniti possono espandere la loro presenza militare sull’isola.
Dal canto suo, la Danimarca ha più volte mostrato la propria disponibilità ad accettare una più estesa impronta militare USA in Groenlandia, senza per questo cederne la sovranità.
Secondo Marc Lanteigne, politologo dell’Università di Tromsø in Norvegia, “semplicemente non vi è alcuna evidenza che l’annessione della Groenlandia rafforzerebbe la sicurezza nazionale americana rispetto all’implementazione degli accordi esistenti”.
Giustificazioni artificiose
Un’altra motivazione avanzata da Trump per giustificare il suo interessamento all’isola è quella di “fermare” le navi russe e cinesi che sarebbero “dappertutto” nella regione. Ma neanche questa affermazione corrisponde a realtà.
Un parte dell’Artico è importante per la deterrenza nucleare russa. Ma le risorse nucleari di Mosca nella regione sono concentrate soprattutto nella penisola di Kola, in prossimità della Norvegia, non della Groenlandia.
Le navi militari russe incrociano nel Mare di Barents, attorno alle isole Svalbard e lungo la costa norvegese, a difesa della penisola di Kola. Esse non navigano attorno alla Groenlandia.
Dal punto di vista commerciale, la Russia è interessata alla rotta del Mare del Nord, un passaggio marittimo che collega l’Europa all’Asia lungo la costa settentrionale russa, dal Mar di Norvegia allo Stretto di Bering. La Groenlandia non si trova in prossimità di tale rotta.
Quanto alle imbarcazioni cinesi, esse navigano tra l’Alaska e la Russia per ragioni eminentemente commerciali o di ricerca.
Le compagnie cinesi sono interessate a investire in Groenlandia, Canada, Islanda e Finlandia, soprattutto nel settore minerario e in quello aeroportuale, ma i governi occidentali hanno spesso bloccato i progetti cinesi adducendo ragioni di sicurezza e manifestando la volontà di evitare una dipendenza strategica da Pechino.
La Groenlandia viene poi spesso descritta come ricca di minerali. Si ritiene in particolare che il sottosuolo dell’isola ospiti 1,5 milioni di tonnellate di terre rare essenziali per una serie di prodotti tecnologici avanzati.
Vi sono numerose miniere in attività, ma al momento non vi è alcuna estrazione di terre rare, poiché scarsamente accessibili. Solo il 20% della Groenlandia è libero dal ghiaccio, e gran parte dell’isola è inaccessibile per lunghi periodi dell’anno.
Si stima che solo una frazione (pari a un valore di circa 186 miliardi di dollari) delle riserve di terre rare groenlandesi possa essere estratto sulla base delle tecnologie attualmente disponibili e delle presenti condizioni di mercato.
Anche per sfruttarne le risorse, in ogni caso, Washington non ha bisogno della sovranità sulla Groenlandia. E’ sufficiente che si accordi con la Danimarca e con il governo locale dell’isola.
Il problema vero, per ogni investimento sul territorio groenlandese, è che esso è scarsamente sviluppato e popolato, con meno di 160 km di strade asfaltate, una manodopera esigua e condizioni climatiche estreme.
Nemmeno la tesi secondo cui la Groenlandia servirebbe a realizzare la Golden Dome, l’avveniristico (e forse irrealizzabile) scudo spaziale di Trump, sta in piedi.
Come abbiamo visto, gli USA hanno già accesso militare all’isola. Inoltre, gli intercettori della Golden Dome possono essere dislocati anche in Canada e sul territorio statunitense ma, soprattutto, la maggior parte di essi sarà collocata nello spazio.
Chi vuole veramente la Groenlandia
Se si vanno a esaminare le forze che si celano dietro la spinta trumpiana all’acquisizione della Groenlandia, si può individuare un manipolo di miliardari, e grandi investitori della Silicon Valley, interessati non solo alle risorse minerarie, ma a trasformare l’isola in una sorta di “laboratorio” per le loro teorie libertarie.
Il primo a suggerire a Trump di “acquistare” la Groenlandia durante il suo primo mandato fu Ronald Lauder, erede del colosso dei cosmetici Estée Lauder, il quale aveva acquisito partecipazioni commerciali nell’isola.
Amico di vecchia data di Trump, Lauder è presidente del World Jewish Congress, ha stretti legami con Israele, ed anche uno storico rapporto con l’Ucraina.
Negli anni ’90 del secolo scorso, egli fu tra i fondatori del noto canale TV 1+1 che anni dopo avrebbe lanciato l’attuale presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Recentemente Lauder ha ottenuto dal governo di Kiev lo sfruttamento di un importante giacimento di litio nel paese.
Oltre a Lauder vi sono miliardari della Big Tech come Peter Thiel ed Elon Musk che vagheggiano la costruzione in Groenlandia di cosiddette “freedom cities”, città supertecnologiche deregolamentate, prive di controllo democratico, di normative ambientali e di tutele per i lavoratori.
Per comprendere la visione che sottende questo esperimento anarco-capitalista, basta ricordare le parole di Thiel:
“l’idea di base era che non avremmo mai potuto vincere le elezioni per ottenere certe cose, perché eravamo una minoranza così piccola, ma forse si potrebbe cambiare il mondo unilateralmente senza dover costantemente convincere le persone, implorare le persone, e supplicare persone che non saranno mai d’accordo con te, attraverso mezzi tecnologici, ed è qui che penso che la tecnologia sia questa incredibile alternativa alla politica”.
Praxis, una “freedom city company”, avrebbe raccolto centinaia di milioni di dollari in finanziamenti iniziali. Il suo co-fondatore, Dryden Brown, si era recato in Groenlandia già nel 2023 nel tentativo di negoziare l’acquisto del territorio.
Tra i finanziatori di Praxis figurano tecno-miliardari come Peter Thiel e Sam Altman (il CEO di OpenAI).
I progetti di freedom cities al di fuori del controllo governativo sul territorio statunitense si sono moltiplicati negli ultimi anni. Progetti analoghi sono stati sperimentati in Honduras e Africa, sebbene in gran parte con esiti fallimentari.
Tali progetti hanno notevoli somiglianze con quello della “Riviera” di Gaza, il miraggio immobiliare proposto da Trump per la ricostruzione post-genocidaria della Striscia.
In Groenlandia, l’uomo di punta dei piani della Casa Bianca è il vicepresidente JD Vance, un protetto di Thiel.
Quella di acquistare l’isola non sembra essere dunque l’idea balzana di un presidente megalomane, quanto piuttosto la logica conseguenza della fase terminale del capitalismo statunitense, fondato sulle idee antisociali dei miliardari della Big Tech che alimenta la gigantesca bolla dell’intelligenza artificiale su cui si fonda l’attuale crescita USA.
Inseguendo il sogno di costruire i loro piccoli “emirati libertari”, costoro si sono impadroniti delle leve dello stato americano sgretolandolo dall’interno e corrodendone l’egemonia mondiale.
Liberi tutti
Che simili politiche siano il parto di una ristretta élite avulsa dal resto della nazione americana è confermato dal fatto che l’annessione della Groenlandia è avversata non solo dalla maggioranza della popolazione, ma perfino dal Congresso.
Tali politiche inoltre hanno l’effetto di alienare gli alleati degli Stati Uniti. Se gli europei sono i primi ad essere chiamati in causa, il Canada, che teme di essere il prossimo della lista dopo Venezuela e Groenlandia, ha a sua volta fatto la propria mossa.
Il primo ministro canadese Mark Carney si è recato a Pechino per stringere una “partnership strategica” con la Cina, in base alla quale il Canada importerà fino a 49.000 veicoli elettrici cinesi all’anno con un’aliquota tariffaria pari ad appena il 6,1%.
Al World Economic Forum di Davos, lo stesso Carney ha affermato che ci troviamo di fronte non a una transizione, bensì ad una “rottura” dell’ordine mondiale, ed ha invocato un’alleanza di medie potenze per tutelarsi dagli eccessi americani.
Carney resta comunque un esponente di spicco del vecchio ordine e, al pari degli europei, sembra essersi accorto dell’iniquità di questo sistema solo quando sono stati toccati gli interessi del suo paese.
Malgrado il successivo passo indietro trumpiano, segnato dalla rinuncia a imporre sanzioni agli europei, e da un nebuloso accordo sulla Groenlandia stipulato con il segretario generale della NATO Mark Rutte, la rottura del rapporto di fiducia transatlantico resta palpabile.
Hal Brands, analista del conservatore American Enterprise Institute, ha recentemente scritto che “l’intuizione strategica centrale di Trump è sempre stata che l’America è meglio preparata di qualsiasi altro paese a prosperare in un’arena spietata”.
Egli ha aggiunto che “se Washington non desidera più sostenere l’ordine liberale, o semplicemente non può permettersi di sostenerlo di fronte a sfide crescenti, forse ha senso impadronirsi della quota maggiore del bottino”.
Ma la grande scommessa di Trump, secondo cui gli altri paesi alla fine non avrebbero potuto vivere senza i mercati americani e avrebbero ceduto ai suoi diktat, potrebbe rivelarsi pericolosamente sbagliata.
Il mondo è cambiato. Esistono fiorenti mercati al di fuori di quello americano. E se gli USA intendono vivere in un mondo senza legge, il resto del mondo finirà per creare un nuovo ordine senza gli USA.









































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