Nessuno è libero se non sono liberi tutti
di Luca Baiada
Un libro di persone, Quando il mondo dorme di Francesca Albanese[1]. Scandiscono la vita, riempiono le storie e si prendono anche i titoli dei capitoli. Ci portano fra gli orrori, nella geografia della disuguaglianza, nella galleria degli specchi dove i trucchi ottici ci farebbero cadere. Sono persone vere. Sono vive oppure, ormai, non lo sono più: studiosi e bambini, giuristi e militanti politici. Ci sono intellettuali giramondo, pittrici ragazzine che riempiono l’esilio di colori, osti tuttofare che da un momento all’altro potrebbero offrire il narghilè a Corto Maltese. Ma l’orientalismo da cartolina non si fa vedere; qui è tutto di carne. Come l’amore per la vita di questa giurista, relatrice speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato. Vogliamo riepilogare gli insulti che ha ricevuto, le accuse e i sabotaggi? Ma no, non diamo soddisfazione ai controllori del traffico delle idee, alla polizia coloniale in borghese. Non lasciamoci distrarre.
Questo libro, che si fa gustare d’un fiato, affronta con linguaggio caloroso questioni politiche e legali, anche difficili, e supera la complessità grazie a uno strumento senza avversari: il peso dei fatti. Perché Albanese non perde di vista la questione globale delle ingiustizie sociali dilaganti, quando rammenta che il sistema che opprime i palestinesi riguarda tutti: «È il sistema che decide al posto nostro su questioni determinanti della vita di tutti noi, senza necessariamente ascoltarci e rappresentarci; quello che trasforma il lavoro in precariato e i diritti in privilegi, che fa in modo di alienarci gli uni dagli altri, rendendoci tutti più fragili e insicuri; che considera la solidarietà un atto sovversivo e l’empatia una forma di disfunzione mentale e sociale»[2].
La violenza è circolare; fra la questione del Medio Oriente e il bisogno di un riscatto mondiale c’è un legame: «Nella liberazione del popolo palestinese dall’oppressione dell’apartheid c’è la chiave per la liberazione degli stessi israeliani»[3]. E lei va sino in fondo: «Nessuno è libero finché non sono liberi tutti». Con tanta energia dentro, con tanto impegno, riesce a proseguire il suo lavoro «e, in modo controintuitivo, a continuare ad amarlo».
Francesca Albanese non si lascia invischiare nei formalismi, fiuta le trappole dei pregiudizi nascoste nella falsa legalità e le smonta. Inserita in un apparato chiamato a posizionamenti ufficiali, sa che l’imparzialità, quando una parte opprime l’altra, funziona solo se ci si tiene lontani dalle ipocrisie comode: «L’imparzialità non consiste nel fingere di non avere un’opinione di fronte a delle atrocità». È l’equidistanza formale, invece, a offrire alla violenza una copertura simbolica: «La volontà, soprattutto occidentale, di mantenere una narrazione “neutra” e priva di conflitti di fatto ha perpetuato l’ingiustizia e la sofferenza, ignorando ciò che i palestinesi da sempre dicono e chiedono»[4]. Anche per questo lei ha frequentato gli studi di diritto ispirati alla critical race theory, «un modo di intendere il diritto in chiave critica e decoloniale, inquadrandolo nell’evoluzione storica non necessariamente scritta dai vincitori».
Sono problemi degli altri? dei colonizzati? Nessuno è al sicuro, perché il diritto coloniale non riguarda solo la Palestina e altre terre che sembrano lontane. Già adesso, in Italia, con l’inasprimento della legge penale e col securitarismo, prende piede un’imparzialità tossica, tutta di facciata, fatta di controllo del territorio, dei rapporti di produzione e delle menti. In più, la sperimentazione sul campo ai danni dei palestinesi collauda metodi che, in modo graduale e meno sanguinario, possono essere seguiti ovunque. «La sicurezza in quella terra – e non solo, purtroppo – è a senso unico; se sei palestinese, viene invocata solo per reprimere la tua libertà. Per punirti». Insomma, sicurezza punitiva. Quella che già si sente in Europa.
E la liberazione? Passa anche da se stessi. Albanese è andata lì per far del bene, ma si è resa conto che persino l’impegno per le persone può contribuire all’oppressione: è il «paradosso umanitario». Per molti suoi colleghi dell’Onu, credersi un benefattore bianco impedisce di mettersi in discussione; «iniziavo a vedere nel loro lavoro e nel fatto stesso di vivere su quella terra una parte del problema che idealmente erano venuti a risolvere». Per esempio, non tutti, quando si tratta di scegliere un alloggio e fare la spesa, si chiedono se l’appartamento e il negozio sono stati sottratti dagli ebrei ai palestinesi.
Il fascino di Gerusalemme, lo sente. Come non apprezzare i colori di quella città, i profumi, le pietre dorate al tramonto? Ma poi capisce che le cose sono più prosaiche. È un posto malinconico, che dà un senso di vuoto e di freddo interiore, e ci sono ragioni: «Gerusalemme per me è una città soverchiamente religiosa, ma molto poco spirituale: anzi, spesso ho avuto l’impressione che proprio lì si respiri quella religione che affossa lo spirito, malgrado tantissime persone – tra ebrei, musulmani e cristiani – la vivano come fulcro della loro fede»[5].
E allora, a Gerusalemme, via dai giri organizzati, che propongono come indiscutibili la storia e l’archeologia favorevoli all’occupante. Certe versioni su località e antichi manufatti sono date per certe anche quando negli studi specializzati sono controverse, perché se si tratta di colonizzare, il potere non lascia tranquille nemmeno le pietre. Per conoscere i luoghi, Albanese preferisce affidarsi a un prete, lei che dichiara il suo anticlericalismo, e a un arabo dai molti mestieri, che è sempre disponibile: lo trovi al caffè Mihbash, un posto kitsch e vivace.
Il Mihbash dev’essere uno di quei nidi incantati che a volte la realtà disegna e la letteratura colora – penso a certe pagine di Antonio Tabucchi o di Naghib Mahfuz – e a cui tanti sentieri fanno sempre tornare. Al caffè Mihbash si mangia male, c’è odore di fritto e a servire sono ragazzi, diciamo così, dai modi un po’ bruschi; hanno imparato le belle maniere nelle prigioni di Israele. Eppure dal Mihbash, crocevia unto e chiassoso, non si riesce a staccarsi, perché di lì passa la realtà.
Gli ostacoli che fanno crescere ci sono per tutti. Dalla voce di un palestinese viene una lezione importante. Discutono, lei rivendica l’importanza del suo ruolo nell’Onu, ma l’effetto non è quello sperato: «Alle mie parole lui non si è scomposto più di tanto; guardandomi dritto negli occhi, si è limitato a chiedermi: “Ma tu, che vuoi fare?”. Una domanda alla quale, a distanza di tanti anni, forse sto ancora cercando di rispondere»[6]. Albanese va presa per mano, dunque, con Quando il mondo dorme, perché insieme si cerca meglio.
Ora, a chi legge, è bene lasciare un libro di fatti, circostanze e incontri. Dalle molteplici negazioni culturali, alla questione dei coloni che non vivono lì ma hanno case nelle colonie mentre abitano all’estero. Dalla conquista giuridica del concetto di apartheid – non è un caso, che il processo alla Corte internazionale di giustizia l’abbia cominciato il Sudafrica – alle violenze sistematiche sui medici di Gaza.
Qui va tenuta subito presente, però, la questione della «politica verticale»: significa dominio su ogni aspetto dello spazio, anche verso l’alto e il basso, comprese forma e altezza degli edifici. Per lo studio di questo Albanese riconosce un debito verso Eyal Weizman, autore di Spaziocidio[7]; è un esperto di architettura forense, tecnica che ricostruisce gli eventi partendo da dati spaziali e architettonici. E non si ferma qui: «Eyal Weizman racconta tante cose, ma il succo del libro è come Israele sia riuscito a incastrare i palestinesi dal punto di vista politico anche avvalendosi di un caos geografico paradossalmente “strutturato” a loro svantaggio»[8].
Ecco il punto: ci si aspetta che il potere del gruppo dominante programmi ogni cosa, ma non è così. Impresso un paradigma favorevole ai più forti, anche uno sviluppo apparentemente casuale va a beneficio loro. Così chiunque può essere complice, anche senza volerlo. In questo modo si stratificano sia un colonialismo materiale sia uno immateriale, attraverso gli strumenti giuridici, se non vengono decrittati, ricostruiti, cambiati.
E non c’è solo il pensiero giuridico, sul terreno immateriale. I diritti umani hanno una funzione curativa, e di guarigione c’è bisogno. Albanese ci ricorda che secondo lo psicoterapeuta Gabor Maté c’è qualcosa che non va, dentro chi non vede che l’ebraismo viene strumentalizzato, piegato a un’ideologia discriminatoria. Per Maté, terapeuta non solo dell’individuo ma della collettività, il trauma si trasmette per via culturale da una generazione all’altra: sono le «cicatrici invisibili degli antenati».
Grazie a Quando il mondo dorme si fa tesoro di una domanda. La pittrice palestinese Malak Mattar – si è fatta notare sin da bambina per uno stile inconfondibile – riesce a rifugiarsi a Londra; il padre, rimasto a Gaza, per telefono ogni volta le chiede: «Allora, cosa stai dipingendo in questi giorni?». Lei non capisce: si preoccupa per i familiari, non è il momento di parlare di pittura. Poi il padre le spiega che è a Londra per un motivo: «Tu sei un’artista, quindi sei la nostra voce». Questo libro ci interroga: allora, tu cosa stai dicendo, cosa stai scrivendo, cosa stai raccontando?









































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