
Palestina e Iran nella crisi dell'imperialismo e del capitalismo
di Nicola Casale
Inizio con un commento sul funerale della resistenza palestinese celebrato dal Pungolo Rosso non per la specifica (a dir poco, relativa) importanza del gruppo nel panorama della sinistra rivoluzionaria, ma perché rappresenta in modo evidente la deriva che una buona parte di tale sinistra ha baldanzosamente impresso alla sua evoluzione (in stretta analogia, peraltro, con parti della sinistra antagonista). Al di là della constatazione dell'abisso senza fine di certe formazioni, propongo alla discussione alcune considerazioni su Palestina e Iran e, più in generale, sull'imperialismo e il capitalismo.
L'articolo del Pungolo rivela la voglia smisurata di dichiarare morta la resistenza reale che i palestinesi e l'Asse della Resistenza sono in grado di mettere in campo per promuovere, in alternativa, la propria soluzione ideale (e idealista), che consiste nelle solite formulette general-generiche (rivoluzione di area che sia al contempo anti-imperialista e anti-capitalista) che si sostanziano nel chiedere ai palestinesi e alle masse arabe di accettare la direzione di chi le elabora, cioè di loro stessi, i pungolanti, appunto.
Tipico atteggiamento euro-centrico, che, nel caso del Pungolo, rivela la base materiale dell'euro-centrismo comunista, l'assoggettamento a tutti i comandi dell'imperialismo, appena velato da contorti e contraddittori discorsi anti-capitalisti e anti-imperialisti. Nel caso del Pungolo si tratta di un'abitudine consolidata, con il trionfalistico can can che ostenta per ogni rivoluzione colorata messa in scena dall'imperialismo, anche quando è di evidentissima fattura come l'ultima tentata in Iran, in cui Mossad, Cia, Israele, Usa hanno persino sbandierato il loro ruolo manipolatorio sul campo e nella sfera informativa per trasformare proteste pubbliche dal contenuto economico in disordini messi in atto da loro agenti sul terreno. Per di più con sanzioni strangolatorie che da 47 anni impediscono all'Iran la stabilità economica e con il ricorso alle manovre per provocare un'improvvisa svalutazione della moneta alla fine di dicembre, esplicitamente rivendicate da Bessent (ministro del Tesoro Usa) a Davos. Dio ceca chi non vuol vedere!
Che palestinesi e masse arabe possano abbracciare tali direzioni è (per loro fortuna) del tutto escluso. Ma questo lo capisce anche il più scemo dei pierini. E, infatti, lo scopo ultimo di certe formulazioni è solo quello di conservare la propria piccola setta. Per evitare di offendere le sette che sono davvero fondate su fedi profonde, è bene precisare che nel caso del Pungolo (e di altre sette auto-definitesi comuniste) si tratta di serrare delle piccole claque plaudenti a un capo o a un gruppetto di capi (di solito in lotta tra di loro...). Misera fine dei tentativi di costruire partiti et similia in epoche in cui le classi oppresse non hanno alcuna spinta a ribellarsi. Misera fine di un intero ciclo storico del movimento operaio occidentale.
Che la resistenza palestinese e dell'Asse sia, sul piano militare e politico, in difficoltà è visibile a tutti. Ma chi la dirige e chi la pratica (comprese le masse palestinesi di Gaza) è consapevole fin dall'inizio dell'impossibilità di conseguire una vittoria sul piano militare, dato lo squilibrio di forze, né di potere risolvere nel breve periodo in modo completo la questione palestinese. Le richiamate sette hanno ridotto il concetto stesso di rivoluzione a una semplicistica sequela: rivolta delle masse, presa del potere e sua consegna alla congrega di illuminati che tenevano già pronto il partito e il programma necessari all'uopo. Anche questa visione, peraltro, dimostra la completa soggezione al capitale imperialistico, il quale vive oggi proprio nella spasmodica ansia del tutto e subito, o si vince o si perde, e nella logica binaria delle tecnologie informatiche: 0-1, on-off, bianco-nero.
Se non si fosse obnubilati da questa parodia della rivoluzione, si potrebbe comprendere perché per i palestinesi il 7 ottobre sia stato un atto rivoluzionario, non di una rivoluzione ideale, ma dell'unica possibile, data la realtà delle forze sul campo. Un tentativo obbligato che ha dovuto tener conto del fatto che era in procinto, con gli Accordi di Abramo, la soluzione finale ai loro danni. O tentare di mettere in campo la resistenza con le forze disponibili o perire. Non c'era tempo per aspettare quelli del Pungolo... E senza aspettare pungolate sulla rivoluzione d'area, i palestinesi hanno ardentemente invocato l'attivizzazione delle masse arabe e islamiche. Che, escluso l'Asse, non c'è stata, neanche in Cisgiordania, o non è stata all'altezza. Sarebbe semplicistico spiegarlo con la repressione subita. I gazawi, ben altrimenti repressi, non si sono sottratti al conflitto. I motivi, perciò, vanno cercati altrove. Non è il caso di farlo qui. Solo una battuta: forse perché l'invocazione non è stata corredata dalle perfette formulette del Pungolo e con la sua firma autentica?
Israele super-potenza dell'area
Sul conflitto palestinese ho già scritto in altre occasioni (1, 2 e 3), richiamo qui solo un aspetto.
Con il 7 ottobre tutto il quadro politico dell'Asia Occidentale è stato messo in movimento e sono chiaramente visibili nuove linee di aggregazioni che coinvolgono diversi stati. Questi, senza abiurare i rapporti con gli Usa, dimostrano che la fiducia in essi non è più scontata come prima, proprio perché gli Usa si sono chiaramente schierati con Israele che si sta rivelando una bestia insaziabile di vite (che finché sono palestinesi non glie ne frega niente, ma se rischiano di essere anche qatarioti, la cosa si fa preoccupante...), territori e risorse. Ciò, combinato con la resistenza dell'Asse e dell'Iran, ha fatto saltare gli Accordi di Abramo. Questi erano concepiti come schieramento anti-Iran che avrebbe conferito a Israele il definitivo ruolo di potenza militare e politica dominante su tutta la regione. Stati importanti della regione (Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto) dimostrano ora di rifiutare la sottomissione a Israele e cercano di tessere alleanze economiche, commerciali, finanziarie, militari svincolate dallo stretto controllo Usa/Israele, e stanno già attivamente contrastando le azioni Israele/Emirati in Yemen, Sudan e Corno d'Africa, i sauditi stanno persino aprendo a rapporti con Hezbollah. Borghesie e monarchie che fanno i propri interessi, sotto l'ombrello dell'imperialismo, ma che percepiscono come questo non garantisce più né la stabilità né la sicurezza, ed è del tutto sbilanciato a favore di Israele. A ognuno di loro non importa nulla dei palestinesi, anzi temono che la determinazione di questi ad auto-governarsi si propaghi anche ai propri popoli. Tuttavia, fosse solo per contenere Israele, li sostengono in qualche, pur debolissima, misura.
Con ciò i palestinesi hanno vinto? Se applichiamo l'ansia fasullamente rivoluzionaria del Pungolo, no. Se guardiamo ai fatti nella loro complessità, misurandoli con le esigenze dell'imperialismo e del capitalismo, si può vedere che il progetto di Israele somma potenza dominatrice della regione sia divenuto molto problematico. E ciò ha effetti su tutto l'equilibrio dell'imperialismo della regione e oltre, e apre, perciò, possibilità nuove anche per la libertà dei palestinesi dall'oppressione.
Un passo indietro. Il piano di super-potenza regionale di Israele deriva dal combinarsi di due distinte esigenze di Israele e dell'imperialismo.
Per Israele è una questione esistenziale. La sua realtà di piccolo insediamento coloniale occidentale in un ambiente popolato da masse che mai potranno accettare di sottomettersi volentieri al suo dominio e alla sua stessa presenza, lo costringe a cercare una profondità strategica, cioè a conquistare nuovi territori per allargarsi, e, soprattutto, a impedire che i paesi che lo circondano possano costituire una minaccia. Deve, insomma, essere circondato da stati deboli, fragili, frammentati in enclave settarie e in perenne conflitto civile interno (Libano, Siria), oppure totalmente soggiogati e dipendenti da esso o dagli Usa (Giordania, Egitto). Non è sufficiente che i governi di questi stati siano politicamente proni, ma, appunto, gli stati stessi devono essere falliti o a perenne rischio di fallimento. Questo è indispensabile, ma non è bastevole. Oltre la cerchia di paesi circonvicini, è necessario che in tutta la regione dell'Asia Occidentale e dell'Africa Nord Occidentale non esista alcuno stato alla pari di Israele, in quanto potrebbe diventare il catalizzatore di dinamiche di emancipazione delle masse dei paesi falliti o a rischio fallimento, o anche, semplicemente, di ricostruzione di stati stabili, i quali, anche al solo fine di consolidarsi non potrebbero che rifiutare la sottomissione a Israele. La distruzione creativa inaugurata con l'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq e proseguita con le primavere arabe, ha realizzato gran parte di questo piano, ma si è fermata davanti all'ultimo dei sette stati la cui distruzione era programmata: l'Iran, il quale, inoltre, preparandosi all'assalto programmato, ha coltivato la creazione oltre i suoi confini di un'Asse politico e militare di resistenza. Con gli Accordi di Abramo l'assalto all'Iran sarebbe stato portato da tutti gli stati arabi sotto il comando di Israele. Con il sostegno ovvio dell'imperialismo il successo appariva a portata di mano, Israele si sarebbe garantito il dominio incontrastato (indispensabile per sopravvivere) per diversi decenni a seguire.
Essere super-potenza dominante, inoltre, non è meno esistenziale dal punto di vista economico. Israele è un paese privo di risorse materiali ed ha una debolissima struttura industriale e una ridotta agricoltura. Si salvano solo l'industria militare e un'industria high tech fortemente avanzata soprattutto nel settore militare e di sorveglianza e controllo. Questi asset non sono in grado di sostenere a lungo uno stato, che deve, in più, essere costantemente in guerra. Il sostegno finanziario diretto e indiretto dell'imperialismo è, perciò, vitale per la sua sopravvivenza. Ma questo, da un lato, inizia a subire le difficoltà complessive delle economie imperialiste, e, dall'altro, costituisce pur sempre un condizionamento che sarebbe preferibile quanto meno ridurre come importanza (e, infatti, Nethanyahu preconizza la Nuova Sparta). Un Israele super-potenza si eleverebbe sulla vetta dell'appropriazione di valore nella regione, in associazione con l'intero imperialismo, ma anche divenendo, nelle sue gerarchie, un soggetto con un maggior peso proprio, quindi in grado di accrescere, appunto, la quota di valore di cui si approprierebbe direttamente.
Per l'imperialismo Israele super-potenza costituirebbe la presa definitiva di possesso su una regione strategicamente decisiva per il controllo del mondo, dal punto di vista energetico, finanziario, commerciale e militare, e, inoltre, gli permetterebbe di dirottare risorse militari in altri scenari, Asia Centrale e Orientale.
Distruggere l'Iran
Il rischio di fallimento del progetto super-potenza non è l'unico problema per Israele, ma si aggiunge a altri. Il primo è non essere riuscito a divenire la patria di tutti gli ebrei, anzi la maggioranza di essi si guarda bene dal trasferirvici. La gran parte lo sostiene politicamente e finanziariamente, ma non contribuisce a risolvere il grave problema demografico in rapporto alla massa araba interna e circostante. Il secondo è il ruolo storico di vittime autorizzate a massacrare i palestinesi, che nessuna hasbara potrà ormai ripristinare agli occhi delle masse dell'intero mondo. Il terzo si profila con i riassetti nella regione. Il quarto, e più pericoloso, ne deriverebbe, perché se Israele fosse costretto a bloccare la continua espansione in Palestina e altrove, la crisi interna (quinto problema) precipiterebbe in guerra civile, tra l'ampia schiera dei colonialisti e gli altri, rendendo inutile anche la torsione autoritaria cui ricorre per contenere i conflitti interni.
Ciò ha innescato ormai un processo di sua fine immediata? Assolutamente no, ma ne ha fatto emergere, per la prima volta dopo 78 anni, la possibilità. Ciò i palestinesi armati e quelli massacrati quotidianamente a Gaza e Cisgiordania lo comprendono, e continuano a resistere anche con cedimenti parziali. Ciò che è decisivo per loro è non arrendersi e puntare sul fatto che le altre dinamiche innescate, o aggravate, col 7 ottobre proseguano a produrre conseguenze negative per Israele, a logorarlo. Il Pungolo non può comprenderlo, né può comprendere (al di là della pomposa retorica che addobba il suo assoggettamento all'imperialismo) che la rivoluzione non è un atto, ma un processo che si misura, a volte, anche in decenni.
Il rischio di logoramento rende la capitolazione o la distruzione dell'Iran una questione di vita o di morte per Israele. È drammaticamente urgente. È l'ultimo spiraglio per cercare di ripristinare il progetto di grande dominio su tutti. I palestinesi lo capiscono e si augurano che l'Iran resista e di rivedere ancora i missili iraniani che colpiscono Israele. Il Pungolo si augura la distruzione dell'Iran sbandierando una fantomatica rivoluzione socialista con la patetica ricerca sul campo di gruppetti del tutto privi di influenza reale ma che sventolano programmi compatibili con i propri. Chi organizza le rivoluzioni colorate ha perfezionato, da tempo, l'arte di far credere a ognuna delle correnti politiche occidentali che tra i rivoltosi ci siano soggetti che condividono la loro visione politica, in modo da ottenerne l'appoggio. L'invenzione del Rojava socialista e federalista è stata solo l'esempio più sofisticato di questa capacità di spettacolarizzazione ad personam...
La distruzione dell'Iran anti-imperialista, tuttavia, non è più alla portata di Israele e può ottenersi solo con l'intervento diretto dell'imperialismo. Questo è, a sua volta, profondamente interessato a distruggerlo per una combinazione di motivi nell'ambito della sua strategia di ri-consolidare il dominio sul mondo: senza Iran anti-imperialista si potrebbe mettere Israele al vertice della regione e dirottare forze altrove, si aprirebbe un cuneo verso l'Asia Centrale da usare contro Russia e Cina, si interromperebbero le Vie della Seta cinesi, si riprenderebbe il controllo completo sugli stretti della penisola arabica, si eliminerebbe un pericoloso esempio di nazionalizzazione del petrolio, si rinforzerebbe il dominio mondiale sul petrolio per condizionare lo sviluppo di Cina e altri paesi, e si sanerebbe la ferita dell'umiliazione subita con la rivoluzione del '79.
Gli Usa, e l'insieme dell'imperialismo, non sono più in grado di ingaggiare una lunga guerra che distrugga e sottometta l'Iran. Devono ricorrere ad altri strumenti, mescolando crisi interna e intervento armato. Embargo, pressione finanziaria, economica, politica, minacce, aggressioni di ogni sorta (eliminazione di scienziati, capi militari, Soleimani, probabilmente anche Raisi). I frutti di questa aggressione, in corso da 47 anni, sembravano essere maturi. La rivoluzione inscenata di recente pianificava il disordine diffuso, violenze e scontri generalizzati di durata sufficiente a mettere in difficoltà lo stato e, al contempo, far crescere il consenso internazionale per assestare un durissimo colpo militare, decapitare la dirigenza, instaurare un quisling o, meglio ancora, gettare le premesse per disgregare l'Iran su linee etniche e geografiche.
Il piano è fallito soprattutto sul piano della mobilitazione popolare. Nei primi giorni le manifestazioni erano partecipate e del tutto pacifiche. Quando sono intervenuti i rivoltosi guidati dall'estero, le piazze si sono svuotate, e nonostante questi abbiano assassinato centinaia di poliziotti, civili e bambini inermi, con decapitazioni filmate in stile Isis, nella speranza di suscitare la mobilitazione popolare contro la repressione del governo (in stile Maidan 2014), le piazze sono rimaste occupate solo da loro. Lo stato ha bloccato internet e i terminali di Starlink (affluiti clandestinamente a migliaia), interrompendo le comunicazioni tra i rivoltosi e, soprattutto, con i loro comandi all'estero. La rivolta è stata sedata, e le strade si sono riempite di milioni di cittadini in difesa della sovranità dell'Iran e della rivoluzione islamica.
Il piano è fallito, ma l'obiettivo-Iran continua a essere nel mirino dell'imperialismo e di Israele. Gli Usa minacciano l'aggressione militare, ma non sembrano avere la possibilità di distruzione massiva e definitiva dell'Iran, la vittoria veloce e senza vittime proprie di cui gli Usa avrebbero bisogno per non impelagarsi in una guerra più impegnativa che ne metterebbe a nudo le fragilità militari e politiche, già incrinate dalla Russia in Ucraina. L'Iran dispone di armamenti sufficienti a resistere e infliggere danni rilevanti a Usa e Israele, oltre, a quanto pare, di un sostegno militare di Russia e Cina più importante di quello di cui disponeva nella guerra dei 12 giorni. Se, dunque, un attacco immediato ci sarà, difficilmente sarà risolutivo, ma solo un passaggio di una continua pressione tesa a fiaccare la resistenza iraniana. L'Iran, tuttavia, ha dichiarato l'indisponibilità a scontri telefonati, come quello che ha chiuso la guerra dei 12 giorni, e a reagire a ogni tipo di attacco militare con il massimo di risposta contro Israele e le basi Usa nell'area.
Ripetizione del Venezuela
Nei piani Usa c'è probabilmente un tentativo di ripetere in Iran quanto realizzato con il Venezuela: massima pressione economica e militare con proposte di accordo in cambio dell'attenuazione delle sanzioni se l'Iran accetterà di rinunciare a nucleare, missili e appoggio all'Asse, lasciando, almeno momentaneamente, immutata la struttura del potere interno. Rimuovere o no Khamenei non è decisivo. Per gli Usa sarebbe meglio rimuoverlo al modo di Maduro, con clamoroso successo militare. Ma va bene anche il contrario. L'Iran si dichiara pronto all'accordo solo sulle armi atomiche (alle quali, da parte sua, ha già rinunciato), ma non sulle dotazioni missilistiche e sul sostegno all'Asse. Per gli Usa sarebbe poco, per Israele niente. Di conseguenza, l'aggressione all'Iran procederà fino a quando non sia sconfitto, o fino a quando non siano sconfitti Israele e l'imperialismo.
Per un cambio di regime soft ci sarebbe bisogno, all'interno dell'Iran, di forze dell'establishment pronte ad accettare lo scambio tra anti-imperialismo e ripresa dell'economia senza sanzioni. Ci sono? O se non ci sono ora, possono maturare dopo un'altra serie di attacchi interni ed esterni? Solo l'evoluzione dello scontro potrà chiarirlo. A ogni buon conto, nessun potere è alieno da dover fare i conti con le condizioni in cui opera. Anche Lenin dovette accettare compromessi, con Brest-Litovsk e non solo. Eventuali cedimenti iraniani andrebbero, dunque, valutati nel quadro di gravi difficoltà in cui il paese versa dopo 47 anni di embargo (per contrastare il quale i Brics non hanno ancora completato l'architettura adeguata, né Cina e Russia dispongono delle risorse per sollevare velocemente l'Iran dalle gravi distruzioni causate dall'embargo) e le continue aggressioni. La natura di classe borghese del potere potrebbe rendere maggiore la disponibilità al compromesso, è vero, ma non toglie, tuttavia, che anche gli stessi riformisti siano consapevoli che la rinuncia a missili e Asse non sarebbe il preludio di un'epoca di pace e sviluppo, ma aprirebbe le porte dell'inferno. Anche per il buon borghese iraniano il cedimento non dà garanzia di ritorni positivi...
Il problema, in ultima istanza, è il grado di attivizzazione e di auto-organizzazione delle masse, tanto per impedire qualsiasi cedimento, quanto per assumere direttamente su di sé gli obiettivi anti-imperialisti nel caso in cui lo stato degli ayatollah cedesse, e, allo stesso tempo, anche per imporre una politica interna a vantaggio delle classi sfruttate e contro la speculazione e i privilegi delle classi possidenti. Grado di attivizzazione all'interno del paese, su cui influisce, non di meno, anche quello esterno, negli altri paesi.
Problema risolto?
La rimozione dell'Iran come faro anti-imperialista della regione sarebbe sufficiente per dare compimento al progetto Israele super-dominus? Senza dubbio all'immediato lo rafforzerebbe, gli darebbe via libera a schiacciare ulteriormente i palestinesi, e gli fornirebbe qualche altro decennio di tenuta, ma l'imperialismo può, anche a causa del 7 ottobre, ripristinare il suo precedente equilibrio in Asia Occidentale, o, addirittura, ottenere di renderlo ancora più conforme alla proprie necessità come nel progetto di Grande Israele? Si sono ormai rinforzati nuovi attori, anche con la sponda di Russia e Cina, i quali, se pur accettano volentieri la presenza di Israele, non sono più disposti a servirlo supinamente e convengono su una stabilizzazione regionale come accordo tra varie semi-potenze alla pari. Israele dovrebbe perciò rinunciare non solo alla leadership politico-militare assoluta, ma anche alla permanente espansione e predominanza economica. Per gli Usa un patto del genere potrebbe andare bene: permetterebbe di prendere tempo per lenire le varie ferite aperte (rischio di crisi finanziaria, debito pubblico, dollaro, carenze produttive e di qualità degli armamenti, ecc.) e rinforzarsi, e, al contempo, continuare ed estendere la politica di contenimento e di aggressione a Cina e Russia, i paesi che fanno da sponda alle pulsioni di maggiore autonomia di vari stati dell'Asia Occidentale. Israele potrebbe accettarlo senza conseguenze interne ed esterne? Le necessità e i piani di Israele e Usa rischiano di non coincidere più perfettamente e ciò alimenta uno scontro all'interno dello stesso establishment Usa, tra chi appoggia incondizionatamente Israele e chi teme di essere trascinato in conflitti molto rischiosi, almeno al momento. Ancora più interessante, è il conflitto che emerge nella società Usa. Non negli ambienti di sinistra che possono tranquillamente pensare di essere pro-palestinesi mentre sono anche pro-Israele battendo la grancassa contro l'Iran (bipensiero comune, come si è visto sopra, anche a tanti cespugli inariditi della estrema nostrana...), ma in quelli di destra, in particolare in ambito Maga (che attira molte simpatie proletarie), dove crescono i malumori, anche a seguito dei files Epstein, contro Israel First e la sua influenza sulla politica interna ed estera degli Usa.
Dopo il 7 ottobre l'Asia Occidentale non è più la stessa, e anche gli equilibri che l'imperialismo aveva consolidato vacillano. Si aprono scenari inediti per tutti i soggetti coinvolti. I palestinesi hanno reagito alla mannaia che li minacciava, ma gli esiti definitivi della loro battaglia dipendono anche dalla direzione che questo scompiglio prenderà. E dipende, innanzi tutto, dall'attivizzazione delle masse oppresse e sfruttate dell'intera regione, a cui i palestinesi offrono un esempio di resistenza popolare impressionante, rimasto, finora, confinato all'Asse, ma inascoltato nel resto della regione e del mondo.
Crisi dell'equilibrio imperialistico mondiale
Per comprendere la perturbazione degli equilibri imperialistici in Asia Occidentale è inutile ricorrere ai parametri della geopolitica classica che, per lo più, è ancora ferma allo schema del '7-'800 quando le grandi potenze si contendevano il possesso del mondo nell'ambito di un sistema ancora centrato sul mercantilismo, né sono utili i parametri di inizio '900, quando le grandi potenze capitalistiche si contendevano la spartizione del mondo nella fase in cui il loro sviluppo rendeva essenziale il passaggio alla dominazione imperialistica con le specifiche caratteristiche capitalistiche (non più solo colonie ma paesi da invadere con l'esportazione dei capitali sottomettendoli allo scambio ineguale). Quest'ultima fase si è conclusa nel 1945 con la forma dell'imperialismo tuttora vigente, in cui un super-stato che concentra tutti i super-capitali, assieme a una piccola coorte di vassalli felici (copyright del primo ministro belga, Bart de Wever), domina sulla macchina produttiva di valore (che nel capitalismo ha fonte esclusivamente umana, il pluslavoro) ormai completamente globalizzata, e ne espropria la quasi totalità. Gli squilibri in Asia Occidentale e quelli nel resto del mondo si possono comprendere a fondo, dunque, solo inserendoli nel quadro della lotta di classe contemporanea, il cui palcoscenico è divenuto ormai, appunto, l'intero mondo.
Anche l'osservatore più distratto si rende conto che l'ordine mondiale forgiato con i due grandi conflitti del '900 scricchiola da tutte le parti. L'osservatore interessato a conservarlo (che risiede sempre nei paesi che ne hanno tratto vantaggio...) imputa la colpa alle potenze revisionistiche, Russia e Cina, e ai loro pruriti imperialistici (la solita opposizione di sua maestà appone a conferma il proprio bollo notarile: sono imperialiste!). L'osservatore interessato a cambiarlo (e, in modo sempre più evidente, le masse di tre quarti di mondo) lo avverte come un peso di cui liberarsi. Le modalità con le quali l'ordine post-45 viene messo in discussione sono diverse, e su molti fronti, ma, ciò che unifica tutto il movimento è la rivendicazione di sviluppo economico, e, di conseguenza, sociale. L'imperialismo lo impedisce in tutti i paesi dominati, oppure ne consente una relativa realizzazione purché sia da esso controllata, produca cioè profitti per sé stesso e briciole per la borghesia compradora locale. Per decenni, la politica è stata quella di destinare i singoli paesi oppressi alla produzione mono-culturale, di una sola materia prima, venduta, sotto il controllo delle borse, alle condizioni ottimali per il capitale imperialistico, che, inoltre, saccheggiava quei paesi con gli interessi sui suoi prestiti, tenendoli sotto controllo. Dopo la crisi degli anni '70 del secolo scorso, l'imperialismo ha delocalizzato unità produttive in diversi paesi oppressi, accrescendo la forza-lavoro attratta nel processo produttivo, ma appropriandosi di tutto il plusvalore da essa prodotta (ancora oggi l'80% delle esportazioni cinesi non ha marchio cinese, ma delle multinazionali: il proletariato cinese produce plusvalore, le multinazionali realizzano nella quasi totalità i profitti! E che profitti!).
L'accrescimento delle forze-lavoro attratte nel ciclo di riproduzione allargata del capitale nel mercato divenuto ormai mondiale ha suscitato, nei paesi interessati, cicli di lotta di classe che hanno costretto gli stati, da un lato, a fare concessioni, e, dall'altro, a promuovere un maggior sviluppo autonomo, ossia a far crescere il plusvalore interno e la quota di esso appropriata in proprio e non dall'imperialismo. Questi processi sono stati violentemente bloccati dall'imperialismo con aggressioni finanziarie/valutarie (Brasile, Messico, tigri asiatiche) che hanno provocato gravi crisi interne e un ulteriore soggiogamento al debito internazionale.
In Cina si è sviluppato un processo analogo. Il proletariato e i contadini, con migliaia di incidenti di massa, scioperi, pressioni sul partito e sullo stato, hanno attivamente sostenuto le proprie esigenze. Partito e stato hanno dovuto, anche qui, rispondere, da un lato implementando politiche socialdemocratiche (crescita dei salari, riduzione degli orari, sicurezza sul lavoro, riduzione della povertà, sviluppo della sanità pubblica, ecc.), dall'altro cercando di accrescere le quote di profitto trattenute nel paese. La necessità di stabilità interna ha spinto la Cina a divenire più assertiva sul piano internazionale. Il tentativo di bloccare lo sviluppo cinese si è rivelato molto più problematico per l'imperialismo, ed è tuttora in corso.
Il successo della Cina nel combinare sviluppo economico e sviluppo del benessere proletario e contadino ha dato nuova linfa alla rivendicazione di riscatto delle masse sfruttate e oppresse dall'imperialismo in tutto il mondo. A esso si è sommato quello della Russia, con caratteristiche analoghe, e con un ulteriore dato: la capacità di rispondere anche sul piano militare all'assalto per sottometterla e disgregarla. L'esigenza di sviluppo da parte delle masse del mondo oppresso è divenuta ancora più pressante e sempre più connessa all'avversione di chi lo impedisce, l'imperialismo e i suoi principali agenti: Usa e potenze europee.
Questa nuova fase di lotta contro l'imperialismo, dunque, è mossa dalla rivendicazione delle classi sfruttate e oppresse a ottenere un miglioramento delle proprie condizioni di vita attraverso un maggiore sviluppo dei propri paesi. Ciò mette in discussione un caposaldo dell'imperialismo, sviluppo a un polo limitato del mondo e sotto o semi-sviluppo per tutto il resto. Questo sviluppo, tuttavia, può essere realizzato solo con la diffusione a tutto il mondo delle moderne forze produttive, e, con ciò, mette in questione anche un caposaldo del capitalismo, ovvero il possesso delle forze produttive moderne riservato al grande capitale monopolista, che è divenuto, ormai, un mostruoso concentramento della proprietà dei mezzi di produzione: i quattro maggiori fondi Usa totalizzano un capitale che supera la somma dei due maggiori PIL, Usa e Cina, che viene mistificatoriamente denominato capitale finanziario, mentre è in realtà proprietà concentrata di migliaia di aziende produttive in grado di centralizzare la quasi totalità dei profitti prodotti a livello mondiale, controllare tutta la produzione e i mercati di consumo, e, assieme alle grandi banche, FMI e BM, tenere in pugno e saccheggiare interi stati tramite il debito internazionale.
Le masse sono le protagoniste di questo conflitto, ma, al momento, lo conducono tramite gli stati sul modello delle success story di Russia e Cina, che infatti, vedono crescere il loro soft power tra i popoli oppressi nel momento in cui quello Usa crolla e si trasforma (assieme ai vassalli felici) in aperta arroganza e violenza, in terror power. Gli stati già attivi conducono politiche di riforma graduale del sistema internazionale di dominio imperialista, che prende il nome di multipolarismo. Un progetto destinato al fallimento, in quanto il mostruoso capitale imperialistico non può rinunciare neanche a una briciola del valore mondialmente prodotto, anzi ne deve accrescere la rapina perché la sua riproduzione, già in forte crisi, diverrebbe impossibile, e un capitale che non riesce a riprodursi, concludendo ogni nuovo ciclo produttivo con un accrescimento, si svaluta fino a perire. L'impraticabilità o il fallimento del progetto di riforma è potenzialmente in grado di innescare un diretto protagonismo delle masse e aprire, con ciò, una nuova epoca di rivoluzioni. Inoltre, il multipolarismo pianifica un mondo capitalistico in cui lo scambio divenga meno ineguale, e il prelievo di valore da parte del grande capitale monopolistico si riduca, senza necessariamente scomparire. Un capitalismo più democratico a scala mondiale, insomma. L'irruzione diretta delle masse sul terreno dello scontro comporterebbe necessariamente una ben maggiore radicalità, che potrebbe potenzialmente dirigersi contro non la sola diseguaglianza dello scambio, ma contro lo stesso scambio secondo i criteri capitalistici, aprendo la possibilità che il superamento del capitalismo emerga come necessità pratica stessa delle grandi masse sfruttate e oppresse.
Nuovo paradigma imperialistico?
L'equilibrio imperialistico perfezionato con le due guerre mondiali che dura da 80 anni non regge più, e ciò sta aprendo a sconvolgimenti visibili e ad altri che ancora non sono visibili. Il nucleo ristrettissimo di paesi imperialisti non assiste inattivo alla disgregazione del sistema dei suoi privilegi, ma reagisce con una sorta di arrocco, concentrando ancora di più verso gli Usa un maggior volume di risorse (il che implica, copyright già menzionato, il rischio della trasformazione dei vassalli felici in schiavi infelici), dall'altro puntando su tutti gli elementi di forza a disposizione per bloccare l'erosione e indebolire chi la provoca. Tralascio, in questa sede, un'analisi di dettaglio per concentrarmi su un solo punto che aiuta anche a indagare sulla politica che gli Usa stanno implementando con Trump (non senza resistenze interne...).
Trump ha dichiarato a Davos: se cresce l'America crescono tutti, se si ferma l'America per tutti è un disastro. Ha agitato un bastone terribilmente reale: il capitalismo finora ha sempre funzionato con un perno centrale imperialista (raffinato dopo il '45) che succhia profitti da tutto il mondo ma permette lo sviluppo di altri soggetti imperialisti (potenze europee, Giappone, Canada, Australia) e una sopravvivenza di tutti gli altri paesi tenuti in condizione di sotto-sviluppo o semi-sviluppo. Se si ferma la macchina finanziaria, economica, monetaria, militare, ecc. Usa, tutto il mondo capitalistico va in merda. Questa è la vera forza degli Usa, molto più potente di quella militare, indebolita in rapporto a diversi paesi oppressi. Salvare gli Usa dall'incombente catastrofe deve, perciò, essere preso in carico da tutti. Questo il messaggio del Trump imperialista/capitalista collettivo.
La minaccia sta già producendo evidenti effetti sui vassalli felici ma ne può produrre anche su Cina, Russia, Brics, che non potrebbero in nessun modo colmare il buco nero che si aprirebbe nel capitalismo mondiale. Il circuito degli affari capitalistici si bloccherebbe e anche il più disastrato dei paesi non troverebbe mercati solvibili per le sue produzioni né denaro per acquistare il necessario per sopravvivere. La socializzazione della produzione ha raggiunto un grado di quasi perfetta compiutezza a livello mondiale, e ogni suo blocco creerebbe un disastro in tutti i paesi (come s'è visto, sia pure a un grado contenuto, con l'interruzione delle catene di approvvigionamento provocate con la gestione della psico-pandemia).
Gli Usa di Trump stanno esercitando il massimo di pressione su tutto il mondo, utilizzando tutte le loro potenti leve: minacce militari, proxy di vario tipo (Ucraina, Israele, Isis, Al Qaeda, agenti di rivoluzioni colorate), espulsioni dal mercato mondiale di merci e valuta (sanzioni unilaterali), dazi, blocco dei traffici, ecc., ma, sotto traccia, propongono accordi il cui senso è: possiamo concedere a qualche paese un certo sviluppo in cambio, però, di un robusto incremento del plusvalore dirottato verso gli Usa (strategia, peraltro, non nuova, ma già attuata con la Cina, lasciata sviluppare come officina di plusvalore appropriato dagli Usa). Questo il senso degli accordi proposti con il ricatto dei dazi, la rimozione di Maduro, gli accordi di pace proposti alla Russia, la stessa Cina, e, ora, l'Iran. La diversità rispetto al paradigma precedente di assetto imperialistico consiste nel fatto che, almeno ad alcuni paesi, si concederebbe un maggior sviluppo (non solo prebende alla borghesia compradora, ma qualche briciola anche alle masse), ma incrementando il flusso di plusvalore verso gli Usa (anche attraverso i sovra-profitti promessi dalla nuova forza produttiva dell'IA), e riducendo, per necessità, quello verso gli alleati imperialisti. Inoltre, nel paradigma precedente i paesi ostili venivano sistematicamente distrutti, nel nuovo si fa balenare la possibilità di rimanere integri, a condizione, appunto, che si lascino integrare nel sistema di sfruttamento imperialistico alle nuove condizioni.
Ciò pone diverse domande, cui non è possibile approcciare risposte qui. Si tratta di una scelta momentanea, obbligata dall'indebolimento e rischio di disastro degli Usa, al fine di rinforzarsi e ristabilire per intero il vecchio paradigma? Oppure si tratta dell'apertura di una nuova fase che permette di prolungare, con qualche riforma, gli assetti post-45? Qualunque nuovo assetto, oltre che salvare gli Usa e il loro ruolo imperialista, può salvare a lungo termine anche lo stesso capitalismo? Il capitale sovra-accumulato (tutto nei paesi imperialisti) troverà, cioè, una base produttiva sufficiente per riprendere un ciclo di auto-valorizzazione reale? O almeno per rinviare ancora in modo durevole l'esplosione di tornanti più distruttivi della crisi? O troverà il modo di accumulare nuova forza produttiva al suo interno sufficiente a scatenare una guerra distruttiva delle forze produttive altrui, così da poter far partire un nuovo ciclo di accumulazione sotto la sua egida rinnovata? A cascata ne derivano altre che non elenco nemmeno.
A ogni conto, rimane un problema di fondo: quanto costerebbe al resto del mondo il salvataggio degli Usa e dell'immenso capitale sovra-accumulato nei paesi imperialisti? Se pure la soluzione Trump potrebbe salvare all'immediato gli assetti post-'45, non ci sarebbe alcuna certezza che potrebbe ripristinarli per un altro lungo periodo. Tutti i conflitti sarebbero solo rimandati e la possibilità che ad affrontarli siano direttamente le masse, senza più farsi velo dei propri stati, diverrebbe ancora più concreta. Diverrebbe più concreta anche la necessità di fare i conti non solo con il dominio imperialistico del capitale, ma con il capitale stesso?
Tenuta dell'imperialismo e del capitalismo sono sempre più intrecciati e le condizioni per l'attivizzazione in proprio di grandi masse si fanno sempre più incalzanti. Anche per questo la Palestina è il cuore del mondo. Si apre un ciclo in cui finalmente il tema di superare il capitalismo si imporrà come necessità sul piano pratico dell'azione di massa?








































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