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Olimpiadi del doppio standard: repressione, propaganda e la svolta autoritaria nella crisi dell’egemonia occidentale

di Mario Pietri

L’inizio delle Olimpiadi, rituale spettacolare con cui l’Occidente tenta ciclicamente di autorappresentarsi come spazio universale di pace, competizione leale e neutralità dei valori, si è aperto sotto il segno della contestazione diffusa, della frattura politica e di una tensione che non può più essere archiviata come rumore di fondo o devianza marginale, perché riguarda ormai direttamente la tenuta simbolica dell’egemonia occidentale e la sua capacità di produrre consenso anziché semplice obbedienza.

Le proteste contro il vicepresidente statunitense J.D. Vance, le contestazioni rivolte alla delegazione israeliana durante la cerimonia di apertura e gli scontri avvenuti nel corso della manifestazione contro i Giochi non sono episodi scollegati né espressioni di una generica “radicalità”, ma rappresentano la manifestazione concreta di un conflitto politico profondo, alimentato da anni di doppi standard, di morale selettiva e di una narrazione dei valori ridotta a strumento di dominio imperiale.

Lo sport, lungi dall’essere neutrale, diventa così uno dei dispositivi ideologici più raffinati del nostro tempo: gli atleti russi vengono esclusi dalle competizioni internazionali in quanto russi, in una logica apertamente collettiva e punitiva che smentisce ogni pretesa di apoliticità; al contrario, agli atleti israeliani viene garantita piena legittimità e partecipazione, mentre a Gaza è in corso un genocidio, una devastazione sistematica di civili che, se attribuita a un Paese non allineato, sarebbe già stata elevata a paradigma del male assoluto.

Questo doppio standard non è una contraddizione accidentale, ma il meccanismo ordinario di funzionamento dell’impero, che si riflette in modo ancora più violento nella gestione del dissenso: le proteste, anche armate, vengono romanticizzate e celebrate quando si verificano nei Paesi nemici dell’Occidente – Iran in primis – mentre in Italia e in Europa ogni forma di contestazione reale viene progressivamente ricondotta alla sfera del disordine, dell’eversione, del pericolo per la sicurezza nazionale.

È qui che il ruolo del governo Meloni assume un significato politico preciso e inquietante. Il post odierno della presidente del Consiglio, che definisce chi manifesta contro le Olimpiadi “nemico dell’Italia”, non è una semplice uscita propagandistica, ma un atto politico di gravità estrema, perché sposta definitivamente il conflitto sociale fuori dal perimetro della legittimità democratica, trasformando il dissenso in una categoria penale e morale prima ancora che giuridica.

Quando il capo del governo utilizza la semantica del nemico interno per colpire cittadini che esercitano il diritto costituzionale di protesta, si entra in una zona grigia in cui la democrazia non viene formalmente abolita, ma svuotata dall’interno, ridotta a cornice procedurale compatibile solo con l’obbedienza e l’allineamento. È una torsione autoritaria che non nasce oggi, ma che oggi trova una formulazione sempre più esplicita, sdoganata, normalizzata.
Questa deriva autoritaria, fondata su un costante innalzamento dei toni, sull’uso sistematico dell’emergenza e sulla criminalizzazione preventiva del conflitto sociale, non è e non sarà di buon auspicio per il futuro della democrazia italiana.

Un sistema che non distingue più tra opposizione politica e minaccia alla nazione è un sistema che ha già rinunciato alla mediazione democratica e si prepara a governare attraverso la repressione selettiva.

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre si chiede ai cittadini di accettare come priorità assoluta lo spettacolo dei Giochi, l’evento globale, la vetrina internazionale, mentre i diritti primari vengono sistematicamente subordinati: il diritto alla casa sacrificato alla rendita e alla speculazione, il lavoro precarizzato e impoverito, la scuola pubblica svuotata, la sanità ridotta a servizio residuale. In questo contesto, protestare non è un atto antisportivo o antipatriottico, ma un gesto razionale di difesa materiale della propria condizione di vita.

Il quadro si fa ancora più cupo se lo si collega a ciò che emerge, anche solo parzialmente, dai file di Epstein, pubblicati con ampie censure ma sufficienti a confermare l’esistenza di un sistema di potere profondamente corrotto, in cui intelligence, apparati di sicurezza e classi dirigenti statunitensi risultano intrecciati in reti di ricatto, controllo e impunità.

Epstein non appare più come un’anomalia, ma come un ingranaggio funzionale, un asset utilizzato per selezionare, condizionare e disciplinare le élite, in un modello di governance in cui la compromissione morale diventa strumento politico. Un sistema che predica democrazia all’esterno mentre pratica la perversione e il ricatto all’interno, e che pretende di imporre la propria narrazione come universale nonostante la sua evidente putrefazione.
Quando lo stesso ordine imperiale arriva a sdoganare gruppi jihadisti come HTS in Siria per convenienza strategica, mentre demonizza e criminalizza sciiti e altri attori solo perché collocati nel campo avverso, la maschera cade definitivamente. E quando governi come quello italiano interiorizzano questa logica, replicandola sul piano interno attraverso la repressione del dissenso, il cerchio si chiude.Le c

Contestazioni alle Olimpiadi, allora, non sono un problema di ordine pubblico, ma un segnale politico avanzato: indicano che l’egemonia non riesce più a produrre consenso, che la distanza tra narrazione ufficiale e realtà materiale è diventata insostenibile, e che il potere, non potendo più convincere, sceglie di intimidire.

Definire “nemico dell’Italia” chi contesta, reprimere chi dissente, invocare l’unità nazionale mentre si smantellano i diritti sociali, significa preparare un futuro di democrazia ridotta, sorvegliata, condizionata, in cui il conflitto non viene risolto ma accumulato, pronto a riesplodere in forme sempre più radicali.
Lo spettacolo olimpico, ancora una volta, finisce così per rivelare ciò che vorrebbe occultare: un impero in declino e una classe dirigente che, perduta l’egemonia, risponde con l’autoritarismo, alzando la voce perché non è più in grado di parlare alla società, e trasformando il dissenso in colpa perché non sa più governare il conflitto.

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